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Anonimo [1313], Arte
d'Amare di Ovidio volgarizzata (Volgarizzamento B) (in I volgarizzamenti
trecenteschi dell'"Ars amandi", a cura di Vanna Lippi Bigazzi, vol. I,
pp. 173-348 [testo pp. 221-348].) [ArteAm.Ovid.(B),a1313(fior.)].
Genre=did. rel. Period=14a
13b Form=P Type=V Gen. Area=tosc. Spec.
Area=fior.
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[p. 222]
Publio Nasone Ovidio, poeta nobilissimo, scrisse questo
libro in versi, il quale fue nato di Campagna. Fu uomo virtuoso, se
lussuria
nollo avesse impedito. Studiò in Grecia, ad Athene, fiorie a
Roma al tempo
d' Ot[t]aviano Agusto imperadore, del quale egli fue famigliarissimo.
Nel
qual tempo, a' prieghi d' alquanti suoi dimestichi romani giovani di
sangue
nobili, scrisse questo libro dell' Arte d' amare e poi il libro
del Rimedio ,
per la cui dottrina a le romane donne fu fatta molta ingiuria da' giovani;
onde Ovidio venne in tanto odio de le donne, che mai i· lor
grazia
reddire non poté e infamato da loro d' avolterio che dovesse
avere commesso
co la imperadrice, da Agusto, per altra cagione già venuto in
odio,
a l' isola di Ponto in esilio fue mandato. Quivi più libri compuose,
quivi finì
il corso de la sua vita; e ancora tu, isola di Ponto, godi la sepultura
di sì
grande poeta.
Autore fu dunque Ovidio; la materia è amore; l' ordine è
cotale chente
dimosterrà la seguente rubrica; l' utilitade è grande,
però che il giovane,
sapiendo questo libro e seguendo il suo comandamento, amerà
saviamente
e saviamente amando verrà ad efetto del suo disio.
L' ordine di questo libro per la sua divisione si manifesti: dividesi
in due principali parti; ne la prima amestra i giovani, ne la seconda
le giovani. La seconda incomincia a la lettera grossa; ove dice «Io
diedi
l' arme a' Greci». Questa prima parte si divide in tre principali
parti: la prima
è il prolago d' Ovidio; nella seconda procede a la dottrina;
ne la terza
insegna l' acquisto, per la sua dottrina fatto, ritenere. La seconda
incomincia
a la lettera grossa, ove dice «O tu, il quale ora vieni ecc.
»; la terza incomincia
a la lettera grossa ove dice «Incomincia il secondo libro ecc.
» Questa
seconda prima parte si divide in due principali parti: ne la prima
anovera
le cose necessarie allo amante, ne la seconda le esplica e dichiara.
La
seconda incomincia quivi al paragrafo «Infino che t' è
licito», e questa parte
«Infin che t' è licito» si divide in due parti.
Ne la prima parte t' insegna
Ovidio dove tu anderai ad eleggere quella cui tu ami; ne la seconda
t' insegna
come tu dei fare, acciò che acquisti il suo amore. La qual parte
incomincia
a la lettera grossa che dice «Infin qui ecc. ».
[p. 223]
Imprima che Ovidio discenda ad amaestrare
nell' arte il giovane, sì fa uno prolagetto, nel quale imprima
mostra a cui dà
questo libro, cioè a li non amaestrati. Apresso mostra perché
si conviene
amaestrare in questa arte, per certi esempli. Apresso mostra onde l'
autoritade
trae in proferersi maestro, però ch' è da Venus, la quale
è madre
e dea d' amore. Poi dissolve certi argomenti che·ssi porrebbero
fare contra
lui, infino quivi «O Phebo», e ivi mostra onde hae avuta
l' arte. Poi fa sua
invocazione chiedendo l' aiuto della dea Venus, e ivi fa una eccezione
di quelle
che non è licito d' amarle, ivi «O bende ecc. ».
[p. 224]
Acille porse quelle mani alle palmate del maestro, le quali Hectore
dovea sentire.
Chirone fue maestro d' Acille; io sono maestro d' Amore. Crudele fu
Acille, crudele è Amore, e l' uno e l' altro fu figliuolo di
dea.
Ma il collo del toro s' incarica collo aratro e gli rigogliosi cavalli
co li
freni s' atritano,
e Amore mi dà luogo ubidendo, avegna ch' egli coll' arco impiaghi
il mio
petto e iscrolli le fiaccole gittate contra me.
In quanto più violentemente Amor mi fedie, in quanto più
violentemente
mi cosse, tanto sarò migliore vendicatore della piaga ch' egli
mi fece.
O Phebo, io non mentirò l' arte da te a·mme date: noi
non siamo
amoniti per boce d' ucello d' aria,
né io ho veduta la Musa Clio né le sue serocchie, come
aparve a te,
o Ascra, quando tu guardavi le pecore nelle tue valli.
L' usanza muove questa opera; ubidite, o amanti, a l' esperto maestro.
Io scriverrò cose vere: o madre d' Amore, sii presente a' miei
cominciamenti;
e voi, o bende sottili in segno di vergogna e di castità, state
da
lungi da·nnoi; e tu, tonica lunga, la quale cuopri mezzi i piè,
sta' di
lungi da noi.
Noi canteremo sicura lussuria e i furti conceduti, e nel mio verso
non
sarà alcun peccato.
O tu cavaliere, il quale vieni ora di prima nelle nuove armi,
nel principio t' afatica di trovare quella cosa che tu vuoli amare.
La seguente fatica a questa fia di pregare quella giovane la quale
ti
fia piaciuta, la terza fatica fia che l' amore duri lungo tempo.
[p. 225]
Questo fie il modo, e questa aia sarà segnata collo nostro carro;
questo
termine e fine sarà da tritare colla ricevuta ruota.
Infino ch' elli t' è licito e puoi andare con abandonate redine
in ogni luogo, eleggi una giovane alla qual tu dichi :- Tu sola mi
piaci !-
Ma questa non ti verrae trascorsa e mandata per sottili venticelli;
da
cercare è per quella giovane la quale piaccia alli tuoi occhi.
Il cacciatore sa bene dove tenda le reti a li cerbi e sa bene in quali
valle dimori il furioso porco cinghiare.
Li uccellatori conoscono le siepi da uccellare; il pescatore conosce
in
qual parte dell' acqua molto pesce nuota;
e così tu, il quale domandi materia allo lungo amore, tu rangoloso
impara
innanzi in quale luogo sia la giovane.
Io non comanderò che tu, il quale cercherai per essa, dirizzi
le vele
al vento, né, a ciò che tu la truovi, ti bisogna scalpitare
lunga via.
Perseo recò Andromede dalli neri Indiani e così la greca
giovane
fu tolta per forza da l' uomo troiano.
Tante belle giovani ti darà Roma, Roma hae in sé, sì
che tu puoi
dire :- Ciò che fue nel mondo è in Roma .-
Quante biada ha la contrada di Gargara, e quanti grappoli d' uve
ha nella contrada di Mechina, e quanti pesci sono coperti nel mare,
e quanti uccelli seggono in su' rami,
e quante stelle ha in cielo, tante donzelle hae la tua Roma; e Venus,
madre d' Enea, dimora nella sua cittade.
O se tu t' inamori nelle giovani de' primi anni e le quali ancora
crescono, vera donzella verrà dinanzi dalli tuoi occhi;
[p. 226]
o se tu disideri giovane compiuta, mille giovane ti piaceranno: tu
sarai
costretto di non sapere quella che tu disideri.
O se forse ti diletta più matura e più savia etade, credimi,
di queste
ti verrà dinanzi più piena schiera.
Tu ora lento sollazzati sotto la loggia di Pompeo quando il
sole entra in Leone,
o tu ti sollazza in quella loggia dove la madre agiunse i suoi doni
alli doni dello figliuolo, il quale è una ricca opera di marmo
forestiero;
e non cansare quello portico il quale ha nome Livia per colui che·llo
edificò, il quale è spanduto nelle antiche tavole;
né non fuggire da quello portico dove sono dipinte le figliuole
di
Belo, le quali furono ardite d' aparecchiare la morte alli loro miseri
cugini,
dove è dipinto il loro padre fiero con istretta spada in mano;
né non passare che non resti dove è dipinto il pianto
d' Adone fatto
da Venus; né non dimenticare il dì sacrato del sabato
festeg[g]iato
dal Giudeo;
né non fuggire li tempi menfitichi della lanuta giovenca: ella
fae
molte femine quello essere alli uomini ch' ella fue a Iove.
E a' luoghi dove si tiene ragione si ragunano le donne: chi potrebbe
credere ad Amore, la cui fiamma spesse volte è trovata nelli
questionevoli
luoghi dove si piatisce?
E la fonte Appia, ch' è sotto il tempio di marmo di Venus, ripercuote
con rampollanti acque l' aria:
[p. 227]
in quello luogo spesso è preso colui ch' è savio consigliatore
d' amore,
e colui che guardoe (difese) gli altri non difende (guarda) sé;
spesso in quello luogo mancano le parole al buono parlatore, e nuove
cose vegnono, e la sua questione è da essere questionata in
suo
modo.
Venus si fa beffe di costui stando ella ne' suoi tempi, li quali tempi
sono prossimani e ne' confini; il quale, ora avogado, ora clientulo
disidera d' essere.
Ma tu maggiormente cerca nelli teatri fatti a volte, però che
questi
luoghi son più abondevoli di quello che tu disideri:
ivi troverai che amare e cui potrai schernire e che cosa tu
tocchi una volta e che cosa tu vogli tenere.
Sì come la formica che spesseggiando vae e torna per la lunga
schiera delle formiche, quando ella porta l' usato cibo nella bocca,
la
quale bocca porta grano,
o secondo che l' api, le quali hanno aquistato onde elle trasvolino
e odoriferi
campi, volano per li fiori e per le cime de' timi;
così corre la femina ornatissima alli festerecci sollazzi: la
moltitudine
d' esse spesse volte hae ritardata e ratenuta la mia sentenzia.
Elle vegnono per vedere e per essere vedute e guatate; quello
luogo hae danni di casta onestade.
[p. 228]
O Romolo, tu fosti il primo il quale facesti giuochi solliciti d' amore,
quando le rapite Sabine vidoro li loro mariti vedovi.
Allora non erano le fascie del teatro di marmo, né·lli
colonnelli e li gradi
erano rossi di distemperato gruogo.
Quivi erano frondi d' alberi nate nelli boschi e scena (luogo delle
recitazioni de' poeti) semplicemente sanza maestria quivi era.
Il popolo sedeo nelli gradi fatti di zolle, coprendo li aricciati capelli
con qualunque foglie fosse.
E guatano le Sabine cogli occhi, disegnando ciascuno quale giovane
egli vuole, e nel tacito petto molte cose muove.
E sonando Lidio con trombetta (o piva) toscana rozzo suono, percosse
tre volte col piede la spianata terra
in mezzo il giuoco, il quale giuoco allora non era ordinato con maestria,
e il re Romolo diede al suo popolo segni di preda.
Incontanente questi saltano inanzi con romore, manifestando lo loro
animo e le loro disiderosi mani mettono nelle vergini.
Secondo che le paurosissime colombe fugono da l' aguglie e sì
come
la tenera agnella fugge i veduti lupi;
così le Sabine temerono li Romolesi sanza ordine discorrenti:
in neuna
di loro il primo colore rimase nella faccia.
Una medesima paura era a tutte, ma none una medesima faccia
di paura. Una parte di loro si straccia i capelli, una parte ne siede
ismarrite;
[p. 229]
l' una tace trista, un' altra indarno chiama la madre; questa si lamenta,
quest' altra si spaventa; questa fugge, quella sta ferma.
Le rapite donzelle, preda di generare, sono menate via, e quella
stessa paura a molte poteo essere convenevole.
Se alcuna repugnava troppo e non volea compagnia d' uomo, l' uomo
di lei disideroso colei, levata su, la se ne portò in grembo
dicendo cosie :- Perché guasti li tuoi teneri occhi con le lagrime?
Io
sarò quello a te che fu tuo padre a tua madre .-
O Romolo, tu solo sapesti dare utilitade a' tuoi cavalieri; se tu darai
a me questa utilità, io sarò tuo cavaliere.
Ora altresì i solenni e festerecci (palagi) teatri secondo quella
usanza
stanno da essere aguatati, pieni di belle giovani.
Né non ti cacci il combattimento de' nobili cavalli; e il circo,
il quale comprende il popolo, hae molte utilitadi.
Non bisogna parlare colli diti le segrete cose, né ti bisogna
pigliare
segni per cenni.
Sederai prossimo alla donna, non vietandolo alcuno; agiugni il tuo
lato
al suo da quella parte che tu puoi;
e benché l' ordine della gente non volesse, isforzati d' acostare
da quella
parte dalla quale tu, secondo l' usanza, la dei toccare.
[p. 230]
In questo luogo domanderai cominciamento di compagnevole parlare,
e paroli volgari e comuni muovano le prime boci.
Farai che tu studiosamente domandi a la giovane li cui cavalli sono
quelli che vegnono; né sia alcuna dimoranza, ma cui ella favoreggia,
e tu da' favore.
Ma quando la spessa pompa de' giovani e belli pugnatori andrae,
tu loderai amore a la donna, adat[t]ando la boce con la mano;
e siccome si fa, se per l' aventura sarà caduta polvere nel
grembo della
donzella, quella polvere si dee scuotere via colli diti;
e bene che polvere non vi fosse, neentemeno scuoti neuna polvere: ciascuna
cagione sia acconcia al tuo servigio.
Se li suoi drappi troppo sparti staranno in terra, racoglili, e, studioso,
li asetta in netto spazzo;
incontanente seguiterà il merito del tuo servigio, però
che negando
la giovane, averrà che colli tuoi occhi vedrai le gambe.
Anche guata chiunque siede dopo voi, che, pontando il ginocchio, non
priema il suo morbido dosso.
Piccole cose pigliano i leggieri animi: a molti fue utile assettare
il pimaccio con lieve e adorna mano,
e giovò avere fatto aura con leggiere ventola e giovò
avere porti i cavati
scannelli (predellette) sotto i teneri (dilicati) piedi.
[p. 231]
Il cerchio darae questi entramenti al nuovo amore e la trista
rena sparta nel sollicito campo.
Il figliuolo di Venus spesse volte combattee in quella rena, e colui
il
quale guatoe le fedite altrui hae fedita:
Infino ch' egli favella e tocca la mano della giovane e domanda lettera
e, messo il pegno, domanda quale de' giostratori vincerà,
fedito gemie e sentie la volante saetta, ed elli fu parte della piaga
ch' elli
guatava.
Or che dirai ora, quando Cesare, con imagine di battaglia navale,
indusse le navi di Persia e d' Atene?
Certo da l' uno mare e dall' altro vennero i giovani e le donzelle
e lo
ismisurato mondo fue in Roma.
Chi non trovoe in quella multitudine che amare? Omè, omè,
come
l' amore delle forestiere donne tormentò molti!
Ecco, Cesare imperadore aparecchia d' agiugnere quella cosa la
quale era mancata al domato mondo; oi ultimo Oriente, ora sarai nostro!
Oi Turchiano, tu sosterrai pena! Oi Crasso colla tua gente, che
siete sopelliti, allegratevi! E voi, insegne di Crasso, che non bene
sostenesti
la potenzia de' barbari, allegratevi!
Ecco il vostro vendicatore presente, il quale confessa sé esser
duca
ne' primi anni; il giovane tratta battaglie da fare da uomo non
giovane.
Oi paurosi, lasciate d' anoverare le natalizie delli idii: la virtude
venne anzi tempo alli Cesariesi,
e ingegno celestiale più tosto che li suoi anni si leva e porta
i mali danni
della pigra dimoranza.
Hercule era piccolo e colle mani strinse e uccise due serpenti, e
nella culla era già degno esser figliuolo di Iove e idio.
[p. 232]
O Bacco, il quale ora altressie se' garzone, come fosti tu grande
e potente, quando la vinta India temeo i tuoi cavalieri!
O giovane, tu moverai arme colli aguri e con li anni del padre e
passerai li anni e li aguri del tuo padre:
sotto sì grande nome tu dei avere cotale disciplina, il quale
se'
ora prencipe de' giovani e poscia sarai prencipe de' vecchi.
Conciosiacosa che tu abbi fratelli, vendica li ofensi fratelli, e conciosiacosa
che tu abbi padre, difendi le ragioni del padre.
Il padre ti vestì d' armi e della patria, il tuo nemico rapie
li regni dallo
non volente padre:
Tu porterai pietose lance, il nemico porterà scellerate saette:
la
giustizia e la pietade starà per le tue insegne.
Per ragione sono vinti i Turchi e per arme sono vinti; il duca mio
agiunga alli Latini le orientali ricchezze.
O Mars padre e o padre Cesare, date deitade a costui che va,
imperciò che l' uno di voi è dio (cioè Mars),
l' altro sarà idio (cioè Cesare).
Ecco che io indivino e agurio che tu vincerai e i botii versi renderò,
e con grande voce sarai da publicar da noi.
Tu dimorerai costante e conforterai la schiera colle mie parole.
Oh, Dio voglia che·lle mie parole non manchino a' tuoi animi.
Io narrerò il fugire e 'l volgere il dosso de' Parthi, e i Romani
cacciare, e narrerò le saette le quali getta il nemico volto
verso la coda
del suo cavallo.
[p. 233]
Io dirò :- O Partho, perché fuggi tu, acciò che
tu vinci? E perché fuggendo
ti lasci dietro i nimici vinti da te? O Partho, già la tua
battaglia hae male agurio !-
O giovane Ottaviano, quello dì sarà dunque il quale tu,
bello sopra
tutte le cose, andrai coperto d' oro in quattro bianchissimi cavalli.
Dinanzi di te andranno i duchi con colli caricati di catene, acciò
ch' elli
non possano esser sicuri per quella fugga, per la quale erano sicuri
prima.
I lieti giovani e le donzelle con loro ti guateranno e questo die allegrerà
li animi a tutti.
E quando alcuna di quelle donzelle domanderà li nomi delli re
e i nomi delle contrade e come si chiamino i monti e come l' acque
e
li fiumi,
rispondi a·llei di tutte le cose; e non solamente se alcuna
te ne domanda
rispondi, ma eziandio non domandando; e quelle cose che tu non
saprai, come se tu le sapessi bene le conterai.
Dirai così :- Questo è Eufrates, il quale hae intorniata
la fronte
di canne, e questo è Tigris, le cui chiome sono di colore di
cera .-
Fa' che costoro sieno d' Armenia; questo è d' una città
di Persia, questa
fu città nelle valli d' Achemenea;
quegli e quello sono duchi; e i loro nomi dicerai, se tu potrai, veramente,
e se non, il meno aconci li dirai.
E danno altresì entramento i conviti, poste le tavole: è
alcuna
cosa la quale domandi sanza il vino.
[p. 234]
Spesse volte Amore, il cui colore è porporino, premeo li piegati
corni di Bacco colli teneri bracci posti;
e quando il vino aprie le bevitrici ali della lussuria, sta fermo colui
e elli grave sta nello cominciato luogo.
La Cupidine (o Bacco) certo velocemente scuote le molli penne, ma
ampoi nuoce esser il petto bagnato d' Amore.
Il vino aparechia li animi e falli acconci alli calori amorosi: il
pensiero
fugge e con molto vino si disfae.
Allora viene il riso, allora il povero prende corna, allora si parte
il dolore e 'l pensiero, e la crespa della fronte allora se ne va.
Allora la radissima simplicità apre le menti al nostro secolo,
scotendo
Idio l' arti.
[p. 235]
In quello luogo spesse volte le giovane rubarono gli animi de' giovani
e la lussuria fue nel vino e il fuoco fue nel fuoco.
In questo luogo non credere tu troppo alla fallace lucerna, però
che la notte e 'l vino nocciono al giudicare della bellezza.
Paris guatò le dee il die e a cielo aperto, quand' egli disse
a Venus:
- O Venus, tu vinci di bellezza amendue le dee .-
La notte stanno nascose le mende e ogni vizio è ignorato, e
quella ora
fa parere ciascuna bella.
Il die ti consiglia de le gemme e della lana tinta in colore rosato
e della bellezza e de' corpi.
Perché ti annoverroe io le schiere delle femine acconcie alli
cacciamenti?
Nel mio novero cadrebbe la rena.
Perché narrere' io Baie e le rive coperte di tende e l' acqua
la quale fumma di caldo solfo?
Alcuno recando da questo luogo l' amorosa piaga nel petto, disse:
«Questa acqua non è così sana come si dice!»
Ecco il tempio ricordevole di Diana nel soborgo, e li guadagnati
regni per ferro co· nocente mano:
quella, la quale è vergine, la quale odia le saette d' Amore,
diede molte
piaghe al popolo e molte ne darae.
Infino qui Talia, portata con disiguali versi, insegnò
di quale luogo tu eleggi che tu ami e ove tu tenda le reti:
[p. 236]
ora mi sforzo di dire grandemente mag[g]iore lavorio de l' arte, cioè
per qual arti sia da pigliare quella che piacque.
O uomini amaestrevoli, qualunque voi siete e in cheunque luogo, volgete
le vostri menti, e, o popolo di bassa mano, sie presente alle mie
promesse.
La prima fidanza vegna alla tua mente, o amante, che tutte le
femine possono esser prese e piglierai: tu ora tendi le reti.
Li uccelli tacciano la primavera, la state tacciano le cicale, il cane
di monte Menalo volga il suo dosso alla lievre,
anzi che la femina, tentata lusinghevolemente, ripugni al giovane:
questa
altresì, la quale tu potrai credere che non voglia, vorrà.
Siccome la furtiva lussuria è graziosa a l' uomo, così
è graziosa alla giovane:
l' uomo male s' infinge, la femina ama più scalteritamente.
Sia convenevole alli maschi questo, che noi alcuna non ne preghiamo
inanzi: la femina, vinta, usi già la parte del pregatore.
La vacca mug[g]hia verso il toro nelli morbidi prati, la cavalla
sempre fremisce verso il destriere.
La lussuria è più temperata in noi, né non è
così furiosa: la fiamma
de li uomini hae legittimo fine.
O perché raconterò io di Biblida, la quale accese sé
del vietato
amore del fratello e vendicoe la fellonia fortemente con uno laccio?
Mirra, amoe il padre, ma non com' ella dovea; e ora, premuta dalla
intorneata scorza, sta nascosa;
delle sue lagrime le quali l' odorifero albero spande, noi ci ugnamo,
e·lla
gocciola di quello albero ritiene il nome della donna.
[p. 237]
Forse o per l' aventura il candido toro, allegrezza dello armento,
il quale era segnato d' uno sottile tratto nero i· mezzo le
corna, era nelle
ombrose valli della boscata Yda; tutto l' altro, dalla nera lista
in fuori, era bianco come latte.
Le giovenche di Creti e quelle di Sidonia disideraro di sostenerlo
sopra
il suo dosso;
Passifa desidera d' essere amica di quello toro; ella, invidiosa, odiava
le belle vacche.
Cose manifeste io Ovidio conto; l' isola di Creti, la quale contiene
in sé cento cittadi, avegna che sia bugiarda, nol può
negare.
Elli si dice che Passifile segoe, colla disusata mano di questa arte,
le giovani foglie e li tenerissimi prati al toro.
Ella va compagnessa alli armenti, né pensiero di marito lei
andando
ritiene; e Minos era vinto dal bue.
Or che ti fa, Pasifile, prendere vestimenta preziose? Questo toro,
tuo
avoltero, non conosce né sente alcune tue ricchezze.
Che hai tu a fare collo specchio, tu che cerchi e domandi gli armenti
montanareschi? O immonda, perché tante volte componi e asetti
l' adorne
trecce?
Ampoi credi allo specchio, il quale ti niega esser giovenca! Oh,
quanto tue desiderasti che·lle corna fossero nate nella tua
fronte!
O s' egli ti piace Minos, neuno avoltero sia cercato; o se tu anzi
vuoli ingannare il marito, inganna il marito con uomo.
E·lla reina è portata nelli boschi e nelli luoghi saltarecci,
lasciando la
camera, sì come la sacerdotessa di Bacco commossa da Bacco.
[p. 238]
Ahi, quante volte la reina guatò con iniquo volto la vacca e
disse: «Perché
piace questa al mio signore?
Vedi com' ella s' alegra dinanzi da lui ne le tenere erbe; né
io dubito
che quella stolta non si pensi esser piacevole».
Così disse e comandò che incontanente quella vacca fosse
menata fuori
della grande greggia e ch' ella, che nollo avea meritato, fosse tratta
sotto i piegati giuóchi;
o ch' ella fosse amazzata dinanzi gli altari e fattone sacrificio bugiardo
costrinse, e ella lieta, in mano tenne le 'nteriora della puttana vacca.
Quante volte adumilioe li idii colle tagliate vacche puttane, e, tenendo
in mano le interiora, disse: «Andate e piacete ora al mio signore!»
E ora pregava convertirsi in Europa e ora in Io, l' una delle
quali è vacca, l' altra fue portata dal bue.
Il duca de la grege ingravidò Pasifile, ingannato con una vacca
di legno
d' acero, e lo ingeneratore nel parto fue palesato.
Se Cresa si fusse sostenuta dallo amore di Tiesteo - ehi come
è grande cosa potere piacere ad uno uomo !-
il Sole non avrebbe collo ritorto carro rotto mezzo il sentiero e non
avrebbe colli rivolti cavalli entrato nella Aurora.
[p. 239]
La figliuola di Niso, la quale imbolò i capelli porporini al
padre,
cadendo della poppa della nave, si dice che fu fatta ucello;
quella Sylva riceve dal padre infino che i debiti alla madre; ella
strigne
nella anguinaia rabiosi cani.
Agamenon, il quale cacciò Marte per terra e per acqua Neptuno,
fu crudele sacrificio della moglie.
Or da cui non è pianta Creusa arsa, d' Ipirea, e la madre (cioè
Medea che uccise i figliuoli) sanguinosa per la morte de' figliuoli?
Fenice, figliuola d' Amintoro, pianse per li vani occhi. O cavalli
rabiosi, che menaste via Ypolito!
O Fineo, perché cavi i suoi occhi alli figliuoli, non avendolo
servito?
Questa pena è da ritornare nel tuo capo.
Tutte queste cose son mosse per lussuria di femina: la lussuria delle
femine è più agra e più furiosa della nostra.
[p. 240]
Adunque confòrtati, non dubitare di vincere tutte le giovani;
apena
ne fia una, di molte femine, la quale ti si nieghi.
E quelle che si danno e quelle che si niegano sono liete d' esser pregate,
e avegna che tu sie già ingannato del tuo pensiero, il tuo scacciamento
è sicuro sanza pericolo.
Ma perché se' tu ingannato, conciosiacosa che·llo novello
desiderio sia
grazioso, e·lle cose d' altrui più prendano li animi
che le sue
proprie?
La biada è sempre più abondevole nelli altrui campi e
la pecora
del vicino ha maggiori uveri.
Il primo studio sia in conoscere la fante della giovane che tu ami:
quella farà agevole li tuoi viaggi.
E poni mente che quella sia prossimana alli consigli della donna e
che
ella sia fidata credenziera e sapia li nascosi luoghi.
Questa corrompi tu con promessioni e con prieghi. Se ella vorrae, lievemente
quello che tu domandi fia.
Ella eleggerà il tempo - i medici altresì oservano i
tempi - la
fante troverrà quello tempo nel quale la mente della donna sia
lieve
e aconcia ad esser presa.
Allora fia la mente acconcia ad esser presa, quando quella, allegrissima
sopra tutte le cose, abonderà d' allegrezza, sì come
fa la biada
nella grassa terra.
[p. 241]
Mentre che i petti sono pieni di letizia e non sono costretti da dolore,
sì si aprono e manifestano; allora la lusinghiera lussuria sottentra
per
arte.
Quando Troia era in tristizia, allora fu difesa con arme, e quando
fu in allegrezza, ricevette il cavallo pieno di cavalieri.
Al[l]ora è altresì da tastare, quando ella, essendo dal
marito ingiuriata
o battuta per alcuna bagascia, si dolerà: farai allora per tua
opera ch' ella si vendichi.
La fante, pettinando la mattina i suo' capelli, la inciti e adizzi
e agiunga
aiuto di remo alla vela,
e dica infra sé stessa con piccolo mormorio: «Sì
come io penso, tu no·llo
ne potrai mai cambiare.»
Allora favelli di te, allora agiunga confortatrici parole e giuri che
tu
muori per rabioso amore.
Ma affréttati, che le vele no caggiano e non si restino l' ire:
l' ira per
dimoranza muore, sì come fragile ghiaccio.
Tu mi domandi s' egli giova giacere con questa medesima servigiale:
rispondo che grande rischio ci è in tali cose;
Però che la fante poscia fia più sollecita a giacere
teco e la donna più
pigra. Questa aparecchierà il dono alla donna e sé aparecchierà
a te.
Questo caso è in dubbio; avegna che 'l conceda alli arditi,
il mio consiglio
è pure d' astenersene.
[p. 242]
Io non androe per le vette delli monti e per luoghi istrabocchevoli,
né
alcuno degli iovani serae ingannato, guidandolo io.
Ma se la fante ti piace portando le tue lettere alla donna e recando
risposta, e piaceti non solamente per lo corpo ma per adornezza,
usa imprima la donna e·lla fante poscia sia sua compagna: la
lussuria
no è da cominciare da te alla fante.
Questo solamente amaestro, se alcuna cosa ora è creduta a l'
arte -
che il vento rapace non porti le mie parole per mare!-:
o tu non tentare d' avere della fante, o tu il compi. Quando la fante
è venuta una volta in parte del peccato, è tolto via
lo indizio della donna.
L' ucello, poi che hae impaniate le ali, non fugge salvamente, né·llo
porco
salvatico esce bene delle reti ove cade.
Il pesce si è tenuto più impiagato, dirizzato l' amo:
se tu la tasterai,
non ti partire che tu nolla vinchi.
Allora quella non ti paleserae né ti ingannerae, essendo consapevole
della comune colpa, e·lli fatti e·lli detti della donna
ti fieno manifesti;
ma bene serà celato, se·lla fante bene celerà
e sempre amica sottostarà
alla tua conoscenzia.
Ingannato è colui che pensa che i tempi sieno da porre mente
da coloro soli che lavorano i faticosi campi; e colui è ingannato
che pensa
ch' elli sieno da guardare pur da noc[c]hieri:
né·lla biada è sempre da credere alli fallaci
campi, né·lla nave
è sempre da assicurare alla chiara acqua,
[p. 243]
né è sicuro e fermo sempre prendere le giovani: spesse
volte si piglieranno
meglio nel tempo che ti fie dato.
O se·llo die del suo nascimento serae, overo quelle calendi
le quali diletta a Venus essere continuate a marzo;
o se il circo fia ornato non con sigilli, come fue prima, ma fienovi
poste le ricchezze delli re,
l' opera indugia: allora è il tristo verno, quando le stelle
Pliade
soprastanno; allora il tenero Cavriuolo si somerge nella marina
acqua.
Allora bene si cessa, allora se alcuno si commette a l' alto mare
apena la nave tenne isquarciatamente le pericolate membra.
Allora è licito che tu incominci, in quel tempo che·llo
piagnevole fiume
Allia fue insanguinato colle piaghe ytalice,
e in quello die nel quale la settima festa è celebrata dal Giudeo
e 'l quale è meno acconcio alle cose che si debbono fare.
Molto vano festeggiamento ti sia il die della nativitade della tua
amica,
e quello sia oscuro e laido die, nel quale si dee alcuna cosa dare.
Avegna che tu bene ti guardi, ampoi ti tor[r]ae la femina: la femina
truova arte per la quale tolga le ricchezze del desideroso amante.
Il mercatante colle merce ver[r]ae alla donna che vor[r]ae comprare
e spiegherae a·llei le sue merce, sedendo tu ivi,
le quali merce ella pregherae che tu guati, perché paia che
tu ne
intenda; poi ti bascerae, poi ti pregherae che tu le comperi,
e giurerà che isterà contenta di questa cosa per molti
anni - Ora m' è
bisogno; ora - dirae - bene comperai .-
[p. 244]
Se tu derai cagione che non abbi denari a casa, domanderassi carti:
non ti gioverae avere imparato.
Or che dirò io, quando ella domanda doni per la festa e o[f]ferta
del
suo nascimento, e quante volte bisogna, tante nasce quella cagione
a·llei?
Che dirò io, quand' ella stando tristissima piange mentito danno
e, mentendo, dice che·lla pietra preziosa è caduta dello
orecchie?
Molte cose chieggiono in prestanza e, poi che l' hanno, nolle vogliono
rendere; tu perdi quello che dai e neuna grazia è nel tuo danno.
S' io avesse diece bocche e altretante lingue, no mi basterebbono a
dire
le maladette arti delle meretrici.
La cera colata in sulle rase tavolette cerchi il guado;
la cera saprà prima la intenzione della tua mente;
quella porti le tue lusinghe seguitando parole d' amanti, e, chiunque
tu se', non vi porre pic[c]oli prieghi.
Achille mosso per prieghi donoe il corpo d' Ettore a Priamo, e
l' adirato idio si piega per la boce del pregatore.
Prometti di fare; che danno n' hai tu di promettere? Ciascuno puote
essere ricco d' impromesse.
Se·lla speranza della promessa è creduta una volta, ella
tiene poscia
la femina infino a lungo tempo; la speranza certo è bugiarda,
ma ella
è aconcia idea.
Se tu darai alcuna cosa alla femina, di ragione ella ti potrae abandonare:
ella averà sofferto quello ch' è passato e nulla avrae
perduto.
[p. 245]
Ma fa' che paia che tu sempre le debbi dare: così lo sterile
campo spesse
volte ingannoe il suo signore;
così il giucatore, perché non abbia perduto, non cessa
di giucare,
e il tavoliere spesse volte richiama le cupide mani.
Questa opera e questa fatica sia: di congiugnerti imprima sanza donare;
se ella diede sanza merito da prima, quello ch' ella diede sempre
darae.
Adunque vada la let[t]era e sia iscritta co· lusinghevoli paroli,
e·lla lettera
prima cerchi e spii li animi e tasti il sentiero.
La lettera iscolpita nel pomo ingan[n]oe Cydipe, e·lla donzella
non sapiendolo fu presa per le sue parole.
O giovanaglia romana, io t' insegno: impara buone arti; non ti insegno
acciò che solamente difendi li paurosi accusati:
come che il popolo e 'l grave giudice e lo eletto sanato per lo bello
parlare vinti, così la donzella, vinta per lo bello parlare,
porgerae
le mani.
Ma steano nascose le forze e non sia la tua vista di bello parladore,
e·lle tue boci fugano moleste parole.
Chi se no è povero di senno, griderà contra la tenera
giovane tua amica?
Spesse volte la poderosa lettera fu cagione d' odio.
Abbi in te parole credevoli e usate, e ampoi sieno lusinghiere e tagli
che paia che in sua presenza favelli.
[p. 246]
Se ella non torrà la lettera e rimanderálati non avendola
letta,
ispera ch' ella la leggerà e tiene fermo il tuo proponimento.
I malagevoli e disusati giovenchi vegnono allo aratolo a certo tempo,
e a tempo li cavalli sono amaestrati di soferire li lenti freni.
L' anello del ferro si consuma per continuo uso; il bomero si consuma
nel continuo lavorio della terra.
Che cosa è più dura del sasso e che cosa è più
molle della acqua? E
per tutto ciò li duri sassi sono cavati dalla molle acqua.
Sta' fermo ora e per lo tempo vincerai Penelope medesima; tu
vedi presa Troya: tardo, ma pur presa fue.
S' ella avrae letta la lettera e non ti vorrae riscrivere, nollene
fare forza;
fa' pur ch' ella legga sempre le tue lusinghe.
Quella che vuole leggere, vuole riscrivere a quello che lesse; queste
cose vegnono per suoi numeri e per suoi gradi.
E forse che imprima verrae a te lettera trista, nella quale pregherae
che tue nolle dea briga.
La giovane teme quello ch' ella priega, e quello ch' ella non priega
sì
disidera che tu soprastei a fare; va' drieto a quello c' hai incominciato
e poi potrai fare quello che tu disideri.
Intanto se ella nello letto risopina giace, infintamente vae alla
lettiera della donna,
e quanto tu puoi iscaltrito cela cioe con dubiosi segni, acciò
che alcuno
non porga odiose orecchie alle parole;
o se i· largo portico fia pestato da·llei con iscalzi
piedi, tu altresì compagnevole
dimoranza farai co·llei;
[p. 247]
e farai ch' alcuna volta tu vadi dinanzi, alcuna volta di drieto le
sue
spalle; e ora t' afretta e ora va' piano.
Né non ti sia vergogna trapassare alquante delle colonne di
mezzo e
agiugnere il tuo lato al suo;
né quella, bellissima, seg[g]a sanza te nello voltato teatro:
abbia ella
qualche cosa in sulle ispalle la quale tu guati.
Guata lei; elli ti fia licito di guatarla; molte cose favellerai col
ciglio,
molte con cenni;
e·lloderai la giovane, ballando alcuno giollare, e loda lei,
sia chi vuole
lodato amante.
Quando ella si leva, e tu ti leva; quand' ella siede, e tu siedi: spendi
li tempi tuoi ad arbìtro della donna.
Ma non ti piaccia torcere i tuoi capelli con ferro, né fregare
le
tue gambe colla aspra pomice;
comanda che queste cose facciano coloro de' quali la madre Cybelea,
cantata con canti troiani, è festeg[g]iata.
Alli uomini si conviene bellezza sanza lisciare: Theseo ne menò
via Adriana, figliuola del re Minos, il quale non avea acesimate le
sue
tempie con ago;
Phedra amò Ypolito, il quale non era bene adornato; Adone,
amato da Venus, era acconcio a cacciare.
Piaccianovi le nettezze del corpo e i corpi si abruniscono al campo;
la gonnella sia bene convenevole e sanza essere pedagna,
[p. 248]
E·lla lingua non sia rigida e li denti non sieno ruginosi, e
'l piede non
ti nuoti nell' ampio calzamento;
né mala tonditura disformi li rigidi capelli: sia la capellatura
tonduta
e·lla barba rasa per mano di maestro.
Fa' che l' unghie non sieno troppe lunghe e sieno sanza sozzura e che
niuno pelo ti stea nella nare;
né il fiato della tua bocca sia cattivo; né il marito
né 'l padre della grege
sozzi li tuoi anari.
Tutte l' altre adornezze concedi e lascia fare alle vaghe fanciulle
e se
male alcuno uomo domanda e chiede uomo.
Ecco Bacco chiama il suo poeta, cioè Ovidio; Bacco altresì
aiuta
li amanti ed egli accende la fiamma co la quale si scalda.
La giovane di Creti sciabordita errava per quelle isole ch' ella no
cognosceva, da quella parte dalla quale la piccola India è portata
co· marine
acque,
e sì come ella era, levata dal sonno, velata e cinta in gonnella
e scalza
e disciolta le bionde trecce,
gridava alle sorde onde del mare crudele Teseo, bagnando co·
non degna
rugiada le tenere gote.
[p. 249]
Ella gridava e piagneva insieme, ma il piagnere e 'l gridare era piacevole
i·llei; ella no è fatta più sozza per le sue lagrime.
E battendo il suo petto morbidissimo colle palme, disse :- Quello malvagio
e crudele se n' è ito! Che serà di me?
Che serà di me ?- I cembali sonarono per tutto il lito ed ella,
sciabordita per li tamburi sonati co· mano,
cadde per la paura e disse novissime parole; neuno sangue era
rimaso nello disanimato corpo.
Eccoti le sacerdotesse di Bacco colli capelli isparti per le spalle;
ec[c]oti i leg[g]ieri Satiri: è la prima turba d' Idio.
Ec[c]oti l' ebro vec[c]hio Syleno sullo chinato asino: apena vi siede
suso
e tiene li crini premuti per arte;
e mentre ch' elli segue le sacerdotesse, elle fugono e cercano per
l' asinello,
mentre che quello, male cavalcatore, costrigne l' asino colla ferza.
Quello vec[c]hio ebro cadde de l' asino orecchiuto; gridano i Satiri
:-
Confòrtati, padre, leva su, padre, leva su !-
E già idio [n]el carro, il quale elli avea coperto d' uve, agiuntivi
li tigri
dava indorati risplendimenti,
e il colore e Teseo e la boce della giovane si partiro: tre volte
volle fuggire e tre volte dalla paura fu ratenuta.
Ella si inorridie, sì come le sterile spighe le quali mena il
vento, e tremoe
sì come la canna nella bagnata palude.
[p. 250]
Alla quale idio disse :- Eccomi qui, più fedele guardia di Teseo,
poni
giù la paura! Tu, giovane di Creti, serai moglie di Bacco.
El cielo serà tuo merito; tu serai guatata istella in cielo;
tu, colla Corona
di Creti, reggerai ispesse volte la dubiosa nave .-
Così disse, e acciò ch' ella non avesse paura de' tigri,
saltò in terra
del carro e·lla rena diede luogo al suo piede;
avilup[p]ata nel suo seno la levò suso, e ripugnare certo non
potea:
sì come è leggieri potere fare ogni cosa, Idio sì
fece.
Parte de la gente di Bacco cantano «nozze» e parte gridano
«euthion»;
così si congiungono la maritata e idio nel sacrato letto.
Adunque, poi che ti seranno venuti in parte li doni dello detto
idio Bacco e la femina sarà in parte del compagnevole letto,
priega il padre Bacco e·lli notturni sacrifici che non comandino
che il
vino noccia al tuo capo.
In questo luogo t' è licito di dire molte cose nascose con coperto
parlare,
le quali cose quella senta che sieno dette a·llei,
ed ètti licito scrivere dolci lusinghe con poco vino, acciò
ch' ella
legga in sulla mensa come sia tua donna;
e sia convenevole e licito che colli tuoi occhi, i quagli manifestino
l' amorosa
fiamma, tu guardi i suoi, imperò che il tacito volto spesse
volte
hae boci e parole.
Fa' che tu pigli il bic[c]hiere, col quale ella bevendo, toccherae
colli
suoi labbretti, e berai da quella parte ch' ella avrae bevuto;
e qualunque cibo ella avrà tocco, e tu domanda, e porgendo la
mano,
e tu la tocca.
E anche disidera di piacere allo marito della donna, però che
quando
il marito fia fatto tuo amico, ti fia utile.
[p. 251]
E se tu berai dove fia el marito, dalli la parte inanzi; a lui da'
la ghirlanda
messa nel tuo capo;
o s' egli serà tuo pari o minore di te, fa' ch' elli imprima
pigli tutte le
cose, né non dubitare di parlare parole seconde a colui.
Sicura e usata via è ingannare sotto nome d' amico, e avegna
ch' ella
sia sicura e usata via, ampoi hae in sé peccato.
Poscia altresie il procuratore procura molte cose troppo, acciò
ch' egli
pensi che più cose paiano in lui che quelle che gli furono imposte.
Noi Ovidio ti daremo certa misura di bere, e la mente e 'l piede
facciano il loro officio.
Schiferai spezialmente le tencioni mosse per vino e le mani troppo
leggieri
alle fiere mischie.
Eurition, bevendo istoltamente il vino che·lli fu dato, morie;
la
tavola e 'l vino sia più acconcia al dolce giuoco.
Se tu hai buona boce, canta; se tu hai arendevole le braccia e·lle
mani, balla; e con qualunque cosa della quale tu se' dotto, fa' che
tue
piacci.
Sì come la vera ebbrezza nuoce, così quella ch' è
infinta gioverà; fa'
che la tua ingannevole lingua con biege parole balbetti,
acciò che, ciò che facci o dica più sconciamente
che diritto sia, si creda
che 'l troppo vino sia cagione.
[p. 252]
E benedici la donna e ramognerai colui che co·llei dorme, ma
infra te
di' che male abbia il marito!
Ma quand' ella si partirae, levate le tavole, e·lla gente ti
derà luogo
e via,
méscolati colla gente e lievemente acostato a·llei andando,
toccale e
stringi il lato colle dita e tocca il suo piede col tuo.
Ecco ora è tempo di parlare. O villana vergogna, fuggi di lungi
da qui; e·lla fortuna e·lla lussuria aiutano colui ch'
è ardito.
La facundia del tuo parlare non verrà sotto la nostra dottrina
e comandamenti;
fa' solo che tu lo desideri, sapere favellare: da te medesimo
sarai bellissimo parladore.
Tu dei mostrare come tu se' amante e colle parole tue seguire
li tuoi tormenti; che alle tue parole sia data fede è da cercare
con ogni
arte.
No è fatica farsi credere, però che a catuna le pare
dovere essere
amata; avegna che sia pessima, a ciascuna piace la sua bellezza.
E ampoi lo infignitore ispesse volte comincia ad amare veramente,
spesse volte fu egli quello che elli dal principio avea infinto d'
essere.
Per la qual cosa, o garzonette, siate pur agevoli a questi cotali seguitatori:
quello amore ch' era ora falso, si farà vero amore.
Ora sia da prendere l' animo co·llusinghe furtivamente, sì
come la ripa
del fiume è iscalzata da l' acqua.
[p. 253]
Né non ti vergognare di lodare il suo viso e ' suoi capelli,
e·lli
ritondi denti e il piccolo piè,
imperò che·lle lode della bellezza non solamente ad ognuna,
ma eziandio
alle caste dilettano, e alle vergini è graziosa la bellezza
e hannone
cura.
Or perché si vergogna ora altressì Iunone e Pal[l]as
che no otten[n]ero
la sentenzia nelle selve di Frigia?
L' ucello di Iunone spande le sue penne quando sono lodate, e
se tu tacendo guaterai, quella nasconde le sue ricchezze;
e alli cavalli nella pugna del veloce corso diletta che·lli
sia lisciato il
collo e·lli crini.
E non impromettere timorosamente: le promessioni traggono
a·ssé le donne; e metti testimoni ogni idio alle tue
impromesse.
Iove si gabba, del cielo, degli spergiuri delli amanti e comanda che·lli
venti d' Eolo, chiamati Noto, portin via quelli vani giuramenti.
Iove solea giurare a Iunone per Stige, il quale ora favoreggia
il suo essemplo.
Elli conviene ch' elli siano idii, e come si conviene, così
pensiamo,
e uncenso e vino sieno messi nelli antichi fuochi.
Né sicuro riposo e simile al sonno tiene l' idii: vivete innocentemente:
ecco la deità con noi.
Rendete il diposto; la pietà os[s]ervi li suoi patti; non ci
sia frode; abiate
le mani vote dal tagliamento degli uomini.
Beffate, se voi sapete, sole le giovani sanza pentimento; più
è
da vergognarsi di tenere lor fede che di così ingannarle.
[p. 254]
Ingannate chi v' inganna: elle sono una generazione maladetta per grande
parte; caggiano in quello laccio ch' elle tesono.
Elli si dice che Egitto ebbe difetto di piova che giova a' campi
e che stette secco per nove anni,
quando quello di Traccia andoe a Busiri e mostrogli che Iove si potea
umiliare col sangue isparto del suo oste.
Busiri disse a colui :- Tu primo sarai sacrificio di Iove e tu, oste,
darai
acqua ad Egitto .-
E Fallaris arse le membra di Perillo nel violente toro: il disaventurato
trovatore dell' opera empié la sua opera.
E Busiri e Fallari fu giusto, imperò che neuna legge è
più giusta che
è che quelli che sono artifice di morte periscano per la loro
arte.
Adunqua, acciò che·lli spergiuramenti meritevolemente
ingannino le
spergiure, la offesa femina per suo essemplo si doglia.
E le lagrime giovano: tu moverai diamanti con lagrime; fa' se
tu poi, che la giovane ti vegga le gote di lagrime bagnate;
e se·lle lagrime ti mancano, però ch' elle non vegnono
sempre, con bagnata
mano ti tocca gli occhi.
Quale savio sarae quegli che non mescoli i basci colle lusinghevoli
parole? Avegna ch' ella non ti porga i basci, ampoi togli non dandogli
ella.
Forse nel principio ella si difenderà e dirà :- O malvagio
uomo!-,
ampoi vorrae ella, difendendosi, essere vinta.
Pur di cotanto ti guarda: che quelli basci male dati non nocciano
alli teneri labrolini e ch' ella non si possa lamentare che·lli
basci siano
issuti duri di colui che·lli diede.
[p. 255]
Ma se colui che prese i basci, non prese tutte l' altre cose, elli
serà degno di perdere i basci.
Or quanto mancava all' effetto del desiderio, doppo i basci? Omè,
quello fu villania, non vergogna!
La quale, avegna che tu appelli forza, questa forza è in grado
alle giovani:
elle vogliono spesse volte dare per forza quella cosa che diletta
loro.
Qualunque rapina di lussuria è isforzata, si gode, e la malvagitade
ha
similitudine di merito.
Ma quella, la quale potendo essere isforzata, si partio non tocca,
avegna
che mostri allegra nel viso, impertanto è trista.
A la Luna fu fatta forza e alla serocchia, e colui che rapio la Luna
e colui che rapie la serocchia è grazioso a colei ch' elli rapio.
Certo questa favola è saputa, ma ella non è indegna d'
essere raccontata:
la giovane di Scyria congiunta coll' uomo d' Eumonia.
Già la dea avea dati mali meriti de la lodata bellezza, la dea,
dico, degna
di vincere due idee sotto il col[l]e Ydeo.
Già era venuta la nuora a Priamo di diversa parte del mondo
e
graziosa moglie era dentro le mura di Troya.
[p. 256]
Tutti giuravano i no offesi per le parole del marito, però che
lo
dolore d' uno fu comune cagione.
Sozza cosa era che Accille avesse infinta la forma de l' uomo con
lunga vestimenta, se questo non avesse conceduto alli prieghi de la
madre.
O Acille che fai? I tuoi meriti non sono lana; tu chiedi li titoli
di Pal[l]as con altra arte.
Che hai tu a·ffare co' canestri? La tua mano è aconcia
a portare lo
scudo. Perché nella tua ritta mano il pen[n]ecchio dello stame,
per la
quale, o Ectore, tu dei cadere?
Getta via i fusi avolti di stame filato con fatica! Con questa mano
è
da scrollare l' asta di Pelia.
Forse che in quella medesima camera era la reale vergine: costei,
per l' avolterio, manifestò Acchille essere uomo.
Certo colei fu vinta per forza - così bisogna di credere - ma
ampoi quella per forza volle essere vinta.
Ispesse volte, afrettandosi Achille di partire, ella disse :- Ista'!-
e, posta giù la rocca, avea prese le forti armi.
O Deidamia ove è ora quella forza? Perché ratieni tu
colui che
ti ispulcelloe co·llusinghevoli parole?
Sì com' egli è vergogna che alcuna prima pigli, così
è grazioso a·llei
quando l' uno incomincia a sofferire;
[p. 257]
però che troppa fidanza hae la giovane ne la sua bellezza, se
alcuno
aspetta infino a tanto che quella imprima prieghi.
Vada l' uomo prima a·llei, e l' uomo dica parole di prieghi;
e quella
benignamente riceverà le lusinghevoli preghiere.
Priegala che ti lasci avere di lei: ella desidera solamente d' essere
pregata;
da' cagione e principio al tuo cominciamento.
Iove andava umilemente alle gentili donne; neuna giovane
per prieghi corruppe il grande Iove.
ma se·ttu sentirai ch' ella s' ingrossi di superbia, dipartiti
da pregare
e lascia quello c' hai incominciato e torna il piede indietro.
Molte amarono quello che si cansa e odiarono lo importuno;
tu, soprastando più lenamente, togli il tedio e increscimento
di te.
E no è sempre d' aprire la speranza della lussuria da colui
che priega:
amore entri coperto sotto nome d' amistade.
Con questo entramento io viddi le parole porte alla giovane copertamente
e colui ch' era essuto famigliare usatore della casa è fatto
amante.
Il colore bianco è sozzo nel noc[c]hiere, imperò ch'
egli dé essere
nero per l' acqua marina e per gli raggi del sole,
[p. 258]
e il candido colore è sozzo nel lavoratore, però che
sempre volge la
terra sotto il cielo col bomero e colli rastri;
e se il corpo di te, il quale domandi l' onore della corona della vittoria,
sarà candido, fia altressie isconvenevole.
Sia pallido ogni amante; questo colore è acconcio a ciascuno
che
ama, questo è convenevole; molti pensano che questo non valesse.
Il palido Orione errava nelle selve di Illicia e Dapnis era
pallido nella lenta Nayde.
E·lla magrezza sia prova dello inamorato animo, né non
pensare
ch' elli sia sozza cosa porre sopra li puliti capegli uno paliotto.
E vegghiare la notte asottiglia i corpi de' giovani, e il pensiero
e il dolore il quale adoviene nel grande amore.
Acciò che tu compi il tuo disio, mostrati sì afflitto
che paia d' averne
misericordia, sì che chi ti vede possa dire :- Tu ami !-
Lamenterom' io o insegnerò mescolatamente il licito e il no
licito?
Il nome dell' amistade è uno vano nome e la fede è uno
vano nome.
Omè ch' egli non è sicura cosa lodare al compagno quello
che tu ami
però che quando a te amante il compagno credé, elli sottoentroe
ad
amare la tua donna.
Or non corruppe il letto d' Achille Patroculo? E quanto fue
casta Fedra verso Peritocho?
Pilades amò cosie Hermiona, come Febo amoe Pal[l]as. O Elena,
tanto t' apartenea Castore quanto Poluce.
[p. 259]
Se alcuno spera quella medesima cosa del compagno, speri altresie
che le ginestre portino pome, e cerchi per lo mele in mezzo il
fiume.
Neuna cosa se non sozza a fare diletta, e ciascuno ha pensiero del
suo
desiderio, e questo desiderio gli viene grazioso da altrui dolore.
Omè, peccato che·ll' amante non dee temere il nemico:
fuggi da
coloro i quali tu credi fedeli e serai sicuro.
Fuggi il parente e 'l fratello e il caro compagno: la compagnia
di questi cotagli ti darae vere paure.
Qui dovea porre fine; ma diversi animi sono nelle giovani: togli
mille animi in mille modi.
Neuna medesima terra partorisce tutte le cose: questa terra è
convenevole
per viti, quella per ulivi; in questa bene fruttificano le biade.
Quante figure sono nel mondo, cotanti costumi sono negli animi: colui
ch' è savio sarà acconcio alli innumerabili costumi;
e sì come Protheo leggero ora si asot[t]igliò in acqua,
ora era
leone, ora albero, ora ricciuto porco cinghiare, così è
nelli loro costumi
diversità.
Questi pesci sono presi col giacchio, quegli coll' amo, questi altri
le cavi reti co· legata fune traggono.
Non ti converrà tenere uno modo a tutte l' etadi degli anni:
la piegata
vecchia vedrà più dalla lunge li aguati.
Se tu parrai saccente alle sempici e se tu parrai isvergognato
alla vergognosa, immantenente quella si disfiderà di te.
[p. 260]
Indi sarà che colei la quale si temeo dare ad uomo onesto, ella,
abassata, vada agli abbracciamenti di più basso.
Una parte rimane della incominciata opera e una parte è tratta
della nostra fatica; in questo luogo l' ancora gittata tegna le nostre
navi.
[p. 261]
[p. 262]
Non ti basta avere trovata la giovane, essendo io tuo poeta e maestro;
ella è presa per mia arte e per mia arte è da essere
tenuta.
No è minore virtù custodire le cose guadagnate che guadagnarle;
una
fortuna è acquistare, ritenere è fatica e opera di maestria.
O amore, se tu se' alcuna volta giovane, e tu, Venus, ora mi favoreg[g]iate,
e tu, Erato, mi da' favore, però che tu hai nome d' Amore.
Io aparecchio grande cose, cioè quelle arti per le quali possa
durare
amore, il quale Amore è fanciullo molto vago in sì ampio
mondo.
Ed egli è leggieri e hae due ali co le quali vola; grave cosa
è porre modo
a quelle ali.
Minos avea turati gl' uscimenti al fugire del suo oste e quello oste
trovò osa via colle ali.
Poi che Dedalo avea rinchiuso il concetto mezzo bue e mezzo uomo per
lo peccato della madre,
elli disse :- O giustissimo Minos, abbia ordine il nostro essilio,
cioè
che la terra del mio padre riceva le mie ceneri,
e perciò ch' io non potei vivere nella mia patria, commosso
da scelerati
fati, concedi ch' io vi possa morire.
Concedi che il fanciullo Ycaro ritorni, se alcuna piccola grazia è
di me
vecchio, e se tu non vuoli perdonare al fanciullo, perdona al vecchio
.-
Queste cose avea dette e queste e molte più cose gli era licito
di dire,
e Minos non concedeva uscirne a Dedalo.
Quello ch' elli infigne sentio e in sé disse: «O Dedalo,
ora ora hai tu
materia per la quale tu sii ingegnoso.
[p. 263]
Minos possiede la terra e 'l mare; né la terra né l'
acqua è aperta alla
nostra fugga.
Il viaggio resta per l' aere, e noi per l' aere cercheremo d' andare.
O alto
Iove, perdona alla mia impresa.
Io non desidero toccare le segge delle stelle; neuna via c' è
se non questa
per la quale io fugga dal re.
Se·cci fusse conceduta la via per lo padule di Stigge, noi noterremo
per l' aqua di Stigge; a·mme conviene rinovare le ragioni della
mia natura».
I mali spesse volte muovono lo ingegno: chi credereb[b]e mai che l'
uomo
potesse pigliare le vie per l' aere?
Dedalo aconcia per ordine le penne, le quali so' remi degl' ucelli,
e il
lieve lavorio mette per li nodi del filo de· lino,
e·lla parte del bucciuolo si strigne con cera strutta al fuoco.
E già la
fatica della nuova arte era compiuta
e 'l garzone trattava la cera e·lle penne isprovandosi, non
sapiendo
che queste fossero armi apparecchiate a li suoi omeri.
Al quale il padre disse :- Alla nostra patria si conviene andare con
queste navi, con questo aiuto si conviene fuggire da Minos.
Minos non ci ha potuto chiudere l' aere; tutte l' altre cose ci ha
serrate.
Tu, o figliuolo, fendi quello aere, el quale è licito rompere,
colli miei
trovati.
Ma non guaterai tu la stella della Vergine di Teges, né il Carro
delle stelle, né·lla stella d' Orion che porta la spada:
colle penne ch' io t' ho date.
[p. 264]
Io t' andrò innanzi; sia il tuo pensiero di seguirmi; tu serai
sicuro,
es[s]endo io tuo duca.
Certo, o se noi andremo per le aure dello etere presso del sole, la
cera
non potrà sufferire il calore;
ovvero, se noi isbatteremo l' ali basso presso all' aqua del mare,
la mobile
penna si bagnerae colle marine acque.
Vola in mezzo tra 'l cielo e 'l mare; e, o figliuolo, temerai i venti
altresie
e dirizzerai la vela seconda a quella parte della quale traggono i
venti .-
Mentre che Dedalo amonisce Ycaro, tuttavia gli aconcia l' alie e mostra
al fanciullo com' egli si debba muovere, e così amaestra il
figliuolo,
come fae la madre i suoi teneri uccellini.
E poi le alie fatte a·ssé le impone alli omeri e temorosamente
iscrolla
il corpo per lo nuovo sentiero;
e già, dovendo volare, diede basci al piccolo figliuolo, né·lle
gote dello
padre tennero le lagrime.
Uno colle più basso d' uno monte e più alto delli iguali
campi v' era; da
questa parte son date li due corpi alla misera fugga,
e Dedalo muove le sue ali e guata quelle del suo nato e sempre ritiene
e sostiene il suo corso.
E già diletta la nuova opera e, posta giù la paura, Ycaro
vola più forte
con osa arte.
[p. 265]
Alcuno, pigliando pesci a lenza, vide costoro e la incominciata opera
colla mano lascioe.
Già era dalla sinistra mano lasciata l' isola di Samo e l' isola
di Naxo
e l' isola di Paros e quella di Clario e l' isola di Delos amata dal
Sole;
dalla destra mano era lasciata l' isola di Libinto e Palurna, ch' è
piena
di rezzo per le selve che vi sono, e Astifalea, ch' è cinta
di pescosi guadi,
allora quando il matto garzone Ycaro di sempice etade fece più
alto
viaggio e lascioe il padre.
Li legami delle penne discorrono e la cera delle ale diventa liquida,
però che 'l sole v' era più presso che prima, né
li bracci che Ycaro muove
ritegnono le sottili aure.
Ycaro spaurito guatò il mare da sommo il cielo e l' aria si
scurò alli
suoi occhi per la paura.
La cera era strutta, e Ycaro isbatte le misere braccie e ismariscesi
e non hae con che si sostegna.
Cadde in mare, e cadendo dice :- O padre, o padre, io ti sono tolto!-
e le verde acque marine chiusoro la bocca a Ycaro tuttavia
favellando.
Ma il disaventurato padre, e già non padre, disse :- O Ycaro!-
e gridoe :- O Ycaro, dove se' tue? Sotto quale parte del cielo voli
tue?
O Ycaro !- così gridava, e guardoe e vide le penne ne l' acqua;
la terra
ricuopre l' ossa d' Icaro e per lui hanno nome quelli mari: mari Ycari.
[p. 266]
Non potee Minos costrignere le ale de l' uomo, e io, Ovidio, mi
apparecchio di ritenere idio aluto.
Se alcuno ricorre a l' arte nigromantiche di Thesaglia, egl' è
ingannato,
e dà quella cosa la quale si divelle de l' umore della fronte
del puledro.
L' erbe di Medea non faranno che l' amore duri, e li tossichi di
Marsa mescolati colli magichi incantamenti non faranno durare
l' amore.
Medea avrebbe ritenuto Iasone, se le sue erbe avessoro valuto; e Circe
avrebbe ritenuto Ulixe, se amore in alcuno modo si potesse
ritenere.
Né l' erba palida chiamata filtro giovoe alle giovani data loro;
il
sugo del filtro nuoce alli animi e hae forza di fare impazzare.
Sia di lungi da noi ogni malia e ogni cosa non licita. Vuoli tu essere
amato? Sii amabile; la quale grazia non ti darae la faccia sola né
la
bellezza sola.
Così fu amato Nereo dallo antico Homero, e così fu preso
il tenero
Ylas per lo peccato delle Lammie.
Acciò che tu tegni la donna e non ti veggi da lei abandonato,
agiugni
le dote dello ingegno alli beni del corpo.
La bellezza è uno bene fragile e quanto più viene negl'
anni, cotanto
più si fa minore ed è presa per lo suo spazio.
[p. 267]
Né le viuole né li gigli di Cithia sempre fioriscono,
e la rosa tolta
dalla spina si inaridisce;
e a te, o bellissimo giovane, verranno li capelli canuti, e già
ti
verranno le crespe nella faccia.
Afforza oggimai l' animo e ordina la bellezza: l' animo solo dura infino
a l' ultimo fuoco.
E non ti sia piccola cura d' avere ordinato l' animo delle liberali
arti e d' imparare (sapere) due linguag[g]i.
Ulixe non era bello, ma era facundo in parlare, e ampoi diede amorose
pene alle dee del mare.
Oh, quante volte la dea Calipso si dolse perché Ulixe s' affrettava
di partire, e disse che 'l mare non era acconcio a navicare!
E una volta e altra il pregava che le racontasse le troiane fortune:
quelli
solea una medesima cosa raccontare spesse volte in diversi modi.
Ulixe e Calipso si stavano nel lido del mare; quivi Calipso domanda
li sanguinosi fatti di Reso d' Odriso.
Ulixe con una leggiere verghetta - però che forse portava bacchetta-
dipinge nello spesso lido del mare quella storia ch' ella domandava.
Elli disse :- Questa è Troya - e fece nel lido i muri - questo
ti sia il fiume di Symois, pensa che queste siano le mie tende .-
[p. 268]
Campo v' era - ed egli campo fae - il quale campo noi bagnammo colla
morte di Dolona, quando quello di notte veghiando disidera
d' imbolare i cavalli di Tesaglia.
Quivi furono i padiglioni di Reso di Sytonya; da questa parte io
ritornai di notte colli cavalli ch' io presi -
e più altre cose dipignea. Allora la subita onda del mare prese
e abattee
quella Troya così dipinta e le tende di Reso col suo duca.
E la dea allora disse ad Ulixe :- Quali onde credi tue che sieno
fedeli a te, che te ne vuoli ire? Vedi quanti nomi l' onde hanno qui
guasti
e disfatti ?-
Dunque giovane, chiunque tu se', or fidati alla fallace e paurosa
figura, o abbie alcuna cosa di più valore che 'l corpo.
La diritta pietade piglia molto gl' animi, l' asprezza muove odio
e crudeli battaglie.
Noi odiamo li uccelli di crudele rapina, però che sempre vivono
in armi,
e li lupi, che usano d' andare contra la paurosa pecora;
ma la rondine, però ch' è umile e mansueta, non è
aguatata dalli uomini,
e la colomba tiene le torri di Caon dov' ella figlia e torna.
O liti, state dalla lungi, e voi, meriti della amara lingua: amore
è da nutricare con morbide e dolci parole.
[p. 269]
Le maritate fuggano per le tencioni dalli mariti e li mariti fuggano
dalle mogli, e il marito e la moglie credono insiememente e truovano
cose di questione tra loro.
Questo si conviene alle mogli, cioè che lite nasca della sua
dote; ma
tu, amante, fa' sì che la tua donna oda sempre quello ch' ella
disidera.
Tu ed ella non vi congiugnesti in uno letto per comandamento di legge:
l' amore usa in voi quello dono che merita la legge.
Usa di lusingarla dolcemente e usale parole che dilettino a' suoi orecchi,
acciò che quella s' allegri, quando tu giugni a·llei.
Io Ovidio non vegno per amaestrare li ricchi: a colui che puote
dare moneta non bisogna la mia arte.
Colui hae lo 'ngegno seco che può dire quando piace :- Togli
!- Io
credo che 'l ricco puote più fare che l' arte ch' i' ho trovata.
Io sono poeta delli poveri, perch' io povero amai; quand' io non potea
donare, e io dava parole.
Ami il povero scaltritamente e tema di male parlare e sofferi molte
cose le quali al ricco non è lecito di patire.
Io mi ricordo che essendo adirato scapigliai la mia donna. Ohi,
quanti dì questa ira mi tolse!
E non mi ricordo e non mi senti' ch' io le squarciasse la gonnella;
ma ella disse ch' io gliele aveva squarciata e quella gonnella fue
ricomperata
de' miei danari.
[p. 270]
Ma se voi, amanti, avete senno, schifate i miei difetti e temete i
danni
della mia colpa.
Siano le battaglie colli Turchi e pace colla adorna amica, e giuoco
e qualunque cosa tiene amore.
E s' ella non sarae assai dimestica e umile, sostieni e dura ed ella
sarae
poi umile.
Il ramo si piega da l' albero per soave ingegno, e se tu li vorrai
provare le tue forze, tu il romperai.
L' acqua si nuota per contezza, né potresti passare lo fiume,
se tu noterai
contra il corrente de l' acqua;
e lo ingegno doma li (serpenti) tigri e li leoni di Numidia, e il toro
a
poco a poco sottentra a l' aratro del villano.
Che cosa fu più aspra d' Atalanta? E neentemeno quella crudele
per li servigi del marito s' aumiliò.
Li uomini raccontano che Mimaleone pianse spesse volte
sotto li alberi li crudeli fatti della giovane e le sue fortune,
e spesse volte portò le rete che ingannano li uccelli in sul
collo, com' ella
comandava, e spesse volte trapassoe col fiero spiedo li porci cinghiari,
[p. 271]
ed elli, fedito, sentie la piaga de l' arco d' Yleo tenendolo a vile;
ma un
altro era più conosciuto da lui che questo.
Io Ovidio non comando che tu, amante, entri armato nelle selve
di Menalia, né che tu porti le reti in sul tuo collo,
né che tu porghi il tuo petto alle saette che ti sieno saettate:
li comandamenti
della mia arte scaltrita saranno leggeri.
Da' luogo a chi ti ripugna e
vadi là ov' ella ti comanderae.
S' ella ripiglia alcuno, e tu il riprendi, e cioe ch' ella loda e tu
loda; quello
ch' ella afferma, e tu afferma; quello ch' ella niega, e tu niega.
S' ella ride, e tu ridi; s' ella piagne, e tue piagni; quella imponga
legge
al tuo viso.
S' ella giuoca teco e getta i dadi del vivorio, e tu li getta, ma male;
o se tu getti li dadi, fa' che·lla pena seguiti te vinto, e
fa' che
li dadi spesse volte ti steano a danno;
o se·llo scacco andrae sotto similitudine di ladroneccio, fa'
che il tuo
cavaliere dal suo sia preso.
[p. 272]
E tu medesimo tieni distese cose che facciano ombra colle sue verghe;
tu stesso fa' fare luogo alla gente da quella parte ch' ella viene.
E non dubitare di dirizzare al letto il tondo seggio e
del tenero piede e mettigliele;
e avegna che tu medesimo abbie freddo, la fredda mano della tua donna
dei scaldare nel tuo seno;
e non pensare che sia sozza cosa tenerle lo specchio in ciascuna mano,
ché, avegna ch' ella sia sozza cosa, ampoi le piacerae.
Hercule, il quale meritò il cielo, il quale egli imprima avea
in su
suoi umeri sostenuto, si crede che tenesse il canestro della lana tra
le giovani di Gioniaca, e credesi che con quelle mani colle quali elli
strinse
i miracoli della stancata matrigna filasse la rozza lana.
Il signore Hercule ubidì al comandamento della donna; va' dunque,
amante, e dubita di soferire quello che Hercule sofferse.
S' ella ti comanda andare a·llei, fa' che tu vi sia più
tosto che l' ora comandata
e non ti partire se non tardi;
[p. 273]
s' ella ti dirae che tu le vadi incontro ad alcuno luogo, lascia stare
e
indugia l' altre cose: corri e la gente non ti tardi lo incomiciato
viaggio.
Quella, ritornando a casa di notte, tornerà, avendo bene usate
le vivande,
e se quella ti chiama per servo, e tu per servo vieni.
S' ella sarae nella villa e dirà :- Vieni!-, va' tosto, però
che Amore
hae in odio i pigri. Se·lla
Non ti agravi il tempo, né la indovinatrice stella Canicula,
né la via imbiacata per la caduta neve.
Amore è una spezie di cavalleria: partítevo, o pigri;
l' amorose
insegne non sono da difendere da' timorosi uomini.
Le notti e li tempi vernerecci e le lunghe vie e li crudeli dolori
e ogni fatica è in queste dilicate osti.
Spesse volte patirai la pioggia disfatta dalla celestiale nuvola, e
tu,
freddo, spesso giacerai in su la nuda terra.
[p. 274]
Egli si dice che Apollo pasceo le vacche d' Ameto e ch' elli stesse
nascoso in una piccola casa.
Quello che si convenne ad Apollo a cui non si converrae? Chiunque tu
se' che hai cura che l' amore duri, spògliati di soperbia.
S' egli ti fia negato d' andare alla tua donna per luogo sicuro e piacevole
e sarae posto dinanzi alla serratura della porta una grossa stanga,
andrai per luogo strabocchevole per lo aperto tetto, e l' alta finestra
ti dea altressie aperte vie.
Ella ne sarae lieta e saprà ch' ella t' è cagione di
pericolo, e questa cosa
sarà pegno di certo e fidato amore alla donna.
O Leandro, tu potevi spesse volte avere difetto della tua giovane,
quando tu notavi il mare da l' una riva a l' altra, acciò ch'
ella conoscesse
il tuo animo.
Né non ti vergognare d' atrarre a te per doni le sue servigiali,
e sì come ciascuna per ordine fia inanzi; né non ti vergognare
per simile
modo atrarre i servi.
[p. 275]
Neuno danno t' è salutare ciascuno per suo nome; o amante disideroso,
giugni le tue mani colle loro umilemente.
E lieve spesa è quella che si fa al servo che pregherae: porgili
piccoli
doni della tua facultade,
e porgi alla servigiale, la quale il die sostenne pena, però
che la mano
del castrato francesco colla vestimenta fu ingannata da lei.
Credi a me: fa' che la gente minuta sia tua, e sia sempre tra coloro
il portinaio e colui che giace dinanzi alla porta della camera.
E comando che non doni alla donna cose preziose, ma tu, scaltrito,
donerai, delle piccole cose, quelle che sieno piacevoli e acconce.
Quando il campo è ricco di frutti, quando li rami risplendono
per
lo incarico de' pomi, allora il garzone porti nel canestro presenti
delle
cose della villa.
Tu potrai dire che quelle cose ti siano mandate dalla villa (da uno
tuo
podere) ch' è ne' soborghi, bene che tu l' abbie comperate in
via Sagra
di Roma.
[p. 276]
Quello garzone porti o uve o quelle cose che amava Amarille, l' amica
di Vergilio, la quale ama ora castagne, ora noci.
Ancora è licita cosa che, colli tordi e colla ghirlanda che
tu manderai,
tu renda testimonianza che tu ti ricordi della tua donna:
con queste cose sozzamente si compera la speranza della
morte e la cieca vecchiezza sanza figliuoli. Ahi, periscano coloro
per
li quali li doni hanno in sé peccato!
E ché ti comanderoe io altressie che tu le mandi versi rimati
con
tenere parole? Ohimè, che 'l verso non hae in sé molto
d' onore!
I versi sono lodati, ma i grandi presenti sono adimandati: pur che
sia
ricco, s' egl' è barbaro, sì piace.
Certamente li secoli son ora d' oro: l' onore si vende per oro e per
oro si racconcilia amore.
Oi Homero, poeta sovrano, avegna che tu medesimo vegni accompagnato
dalle musiche scienze, se nulla recherai, Homero, fuori
te n' andrai.
Ma ampoi è piccola la moltitudine delle amaestrate donzelle;
un' altra
moltitudine di non dotte n' è, ma vogliono essere savie.
L' una turba e l' altra per versi e rime sia lodata; il lettore lodi,
per qualunque
versi sono, con dolci parole (con dolce suono).
[p. 277]
Adunque, o alle savie o alle sempici, il verso ch' avrai fatto la sera
veghiando,
forse tra loro sarae a similitudine d' uno piccolo dono.
Ma quello dono che tu dovrai fare per te e che tu credi che ti
sia utile, farai che·lla tua amica per quello sempre ti prieghi.
Se la libertade ad alcuno de' tuoi servi sarae per te promessa, fa'
che
questa libertade la tua donna domandi;
se tu perdoni al servo tuo la pena o 'l crudele legare, per quello
che
da te stesso dovei fare l' amica ti sia obligata.
L' utilitade sia tua e le lode e 'l nome all' amica sia donato; neuna
cosa
perdi; quella ti rapresenti parte di persona potente.
Ma chiunque tu se' al quale è cura di ritenere inamorata la
giovane,
fa' ch' ella pensi che tu sia ismarrito per la sua bellezza.
O s' ella sarae vestita in drappi di Tyria, tu loderai i drappi di
Tyria;
o s' ella sarae in vestimenta soriane, tu quelle loderai.
S' è in porpore, quella ti sia più che l' oro preziosa;
s' ella piglia il velo,
e tu il velo loda;
s' ella sarà in gonnella, e tu grida :- Omè, io ardo
!- ma priegala con
timorosa voce che ella si guardi dal freddo.
E se·llo scriminale sarà ornato, e tu lo loda; e s' ella
avrae i suoi capelli
piegati con ferro, tu di' :- O capelli, quanto mi piacete voi !-
[p. 278]
Tu loderai la sua boce, se ella canterà, e la contezza delle
sue braccia,
s' ella ballerà, e quand' ella ristarà di ballare o di
cantare, tu comincia
parole di lamento.
E fia licita cosa che i carnali giaceri stessi tu abbi in reverenza,
e ciò
che diletta o significa alcuna allegrezza o sollazzo, colla voce ti
fia licito
d' avere in reverenza,
e se quella sarà più crudele e violente di Medussa, ella
si farà
piana e umile al suo amante.
Ma fa' che non paia in quelle parole che sia infignitore, né
non disfare
le tue parole col tuo viso:
se l' arte sta celata, ella giova, e s' ella è conosciuta, fa
vergogna e scema
la fede al merito in ogni tempo.
Spesse volte, quando l' anno è bellissimo nel tempo dello autunno
e l' uva piena di vino vermiglio sottorosseggia,
quando ora per freddo ora per caldo è strinta, e la infermitade
tiene
i corpi per la varietà de l' aere,
Dio voglia che la tua amica sia sana, ma se pur avenisse ch' ella infermasse
e sentisse il vizio del suo aere,
[p. 279]
allora il tuo amore e la tua pietade si manifesti alla giovane; allora
semina
quello che poscia con piena falce mieti.
Non ti venga fastidio della lunga infermitade, e quelle cose ch' ella
ti
lascerà fare, sieno fatte colle tue mani.
E veggiati piagnere, né·tt' incresca di basciarla, ed
ella colla sua bocca
bea le lagrime delli tuoi occhi.
Molte cose muovi, ma tutte in palese, e quante volte ti piacerà
vedrai
sogni allegri, i quali tu racconta a·llei.
E vegnavi la vecchia, la quale vada intorno al letto e al luogo
e porti nella sua tremante mano solfo e vuova.
In tutte queste cose saranno orme di graziosa sollecitudine; questo
modo fece via a molti uomini nelli testamenti.
Ma a ciò che nelli tuoi servigi non si truovi odio dalla inferma,
sia suo
ordine nelle continue lusinghe,
né no·lle dare li amari cibi né·lle pusoni
dello amaro sugo: il marito
o altro amante mescia li amari beverag[g]i e le nemiche vivande.
Ma ora che tu navichi per mezzo il mare, non è da usare quello
vento al quale tu avei date le vele quando tu ti partivi dal lido.
Infino che l' amore era nuovo, accolse forze per consuetudine; se tue
il nutricherai bene, egli sarae fermo nel tempo.
Tu solevi lisciare il vitello, il quale, ora ch' è fatto toro,
tu temi; l' albero
sotto la cui ombra ora ti soggiorni, fu già una vermena.
[p. 280]
Il fiume nasce piccolo, ma correndo acquista forza, il quale raccoglie
molte acque da quella parte ond' egli corre.
Fae che·ll' amica s' ausi teco; neuna cosa c' è maggiore
che l' usanza, la
quale usanza, infino che tu la pigli, non schifa[re] alcuno tedio.
Quella ti veggia sempre, e porga gl' orecchi alle tue parole; il dì
e la
notte le mostri il tuo viso.
Quando tu avrai maggiore fidanza d' essere richesto da·llei,
starai
da essa lontano, e allora le sarai nel pensiero che ella non ti vedrae.
Posati d' andarvi sì spesso: il campo ch' è stato in
riposo rende bene
il suo debito, e l' arida terra sorbe la celestiali acque.
Demofonte, essendo dinanzi a Phillida, abrascioe più temperatamente,
ma ella s' accese più agramente poi che Demofonte ebbe levate
le vele al vento.
Lo scaltrito e studioso Ulixe, quando era assente, tormentava
Penelope. O Laodomia, il tuo Protesilao non è nel tuo cospetto.
La brieve dimoranza è sicura, ma li pensieri per lunghezza di
tempo
s' alentano; l' assente amore viene vano e 'l nuovo sottentra.
Infino che Menelao era assente da Elena, ella fu ricevuta nel caldo
seno del suo oste, acciò ch' ella non giacesse sola.
[p. 281]
O Menelao, che maraviglia fu quella? Tu solo te n' andavi, e in quella
medesima casa era Paris tuo oste e la tua moglie.
O pazzo, tu affidi le paurose colombe al terzuolo e affidi la mandra
delle pecore al montanaresco lupo.
Neente pecca Elena, neente pecca Paris: elli fa quello che faresti
tu
e ciascuno altro.
Tu li costrigni di fare avolterio, dando loro il luogo e 'l tempo.
Che
fece Elena, se non ch' ella usoe il tuo consiglio?
Che dee fare Elena? Il marito non c'è ed ècci uno non
rustico oste;
ed ella hae paura di giacere sola nel letto dove non è uomo.
Veggalo il figliuolo d' Atride. Elli dirae :- Io asciolgo Elena di
questo peccato, però ch' ella usoe il bisogno de l' uomo .-
Ma né 'l rosso cinghiare è sì crudele in mezzo
l' ira, infino ch' elli si volge
colla sannuta bocca alli cacciatori cani,
[p. 282]
né la leonessa, quando ella dae le poppe alli suoi lat[t]anti
figliuoli, né
la piccola vipera, offesa dal piede disavedutamente,
come la femina, quando trova la bagascia nel letto del suo compagno:
ella arde e nel volto hae i segni de la mente.
Ella corre nel fuoco e ne' ferri, e avendo posta giù la sua
bellezza, è
menata come se ella fosse fedita da li corni dello idio Bacco
d' Aonia.
La crudele Medea si vendicoe de la fellonia del marito e de le
corrotte ragioni del marito contra i suoi figliuoli;
l' altra fu crudele: questa è quella la quale tu vedi ora essere
rondine;
guatale il petto suo che ella hae segnato di sangue.
Questo iscioglie li amori bene composti e bene fermi; questi peccati
sono da temere dalli scaltriti uomini.
Né il mio giudicio vi dona a una giovane sola; li idii facciano
meglio!
Apena questo puote tenere la maritata.
Sollazzatevi, ma la colpa sia celata con temperato furto; neuna fama
è da essere domandata dal suo peccato.
Né non darai tal dono all' una de le tue vaghe, che l' altra
il possa riconoscere;
né·lli tempi del tuo peccato sieno determinati;
[p. 283]
e, acciò che la femina non ti pigli nelli occulti luoghi saputi
da lei, nonn è
ogni femina da menare e congiugnersi in uno medesimo luogo;
e quante volte tu scriverai, guarda imprima tutte le tavolette: molte
femine leggono più ch' è loro mandato.
L' offesa lussuria muove giuste armi e rigetta la saetta, ed ora, di
quello
ch' ella si lamentava, fae lamentare te.
Infino che 'l figliuolo d' Atrides fu contento d' una, quella fu casta,
e poi è fatta malvagia per lo vizio del marito.
Ella avea udito dire che Criseis, portando in mano lo alloro e li veli
delle statove, non avea potuto avere grazia per la figliuola;
e avea udito, o Briseis di Lernes, [menata] contra tua voglia, li tuoi
dolori e·lle battaglie perlungarsi per sozzi indugi.
Né solamente avea questo udito, ma ella stessa avea veduto [una
de]
la famiglia di Priamo: Agamenon era vincitore de la preda, de la preda,
dico, vergognosa a·llui.
[p. 284]
E perciò Egisto, figliuolo di Thieste, nel suo animo e nel suo
letto riceveo,
ad èssi vendicata la figliuola di Tindaro del marito ch' avea
fallato.
Se alcuni tuoi fatti, i quali tu arai bene celati, si paleseranno,
avegna ch' elli sieno manifesti, ampoi tu medesimo li nega.
Non serai più subietto né più lusinghevole che
tu soglia; questi sono
molti segni del colpevole animo.
Ma non perdonare al tuo lato; ogni pace è in uno carnale giacimento.
Sono alcuni che comandano pigliare le nocevoli erbe della santoreggia:
secondo la mia sentenza questo è tosico;
o egli mescolano il pepe col seme della pugnente ortica, e il giallo
piretro,
trito nel vecchio vino.
Ma·lla dea non patisce in cotale guisa essere costretta a le
sue allegrezze,
la quale tiene quella parte dalla qual è l' alto monte Herix
sotto
l' ombroso colle.
Siano presi il candido pesce Alcitoi, il quale è mandato da
la greca cittade
e 'l bulbo, ch' è erba salata, la quale viene dell' orto,
[p. 285]
e vuova e mele della contrada d' Imetia, e le pigne che portoe il pino
con agute foglie.
O savia Erato, perché ti ritorni e volgi alle magiche arti?
Il termine
dentro è da essere tenuto e tritato col mio carro.
Tu il quale celavi i tuoi falli, collo nostro amonimento piega la via
e
discuopri i furti per nostra dottrina.
Né la mia levitade è da essere biasmata: la nave non
porta sempre le
cose che vi sono poste suso con uno medesimo vento,
però ch' ora corriamo colla Borrea, che trae di verso Traccia,
ora corriamo
collo Levante, spesse volte le vele sono gonfiate con Zefiro e
spesso con Noto.
Guarda come il carradore ora dà le redine larghe, ora ritiene
li abandonati
cavalli colla sua arte.
Alcune sono alle quali il timoroso perdonare serve, sanza grado averne,
e se neuna invidiosa sottentra, l' amore si indebolisce.
Li animi spesse fiate per le prospere cose impazzano, né no
è leggiere
con igual mente comportare i guadagni.
[p. 286]
Sì come il piccolo fuoco, prese forze a poco a poco, così
la cenere stessa,
infino che tiene coperto il fuoco di sopra, si aroventisce;
ma per amore di ciò movendola col solfanello, ritrova le spente
fiamme
e il lume che fu imprima ritorna;
così, da poi che i corpi, pigri e sicuri per lo sito, si impigriscono,
l' amore
è da essere tratto fuori con crudeli e agri pungigli.
Fa' che quella abbia sospetto di te e la tepida mente riscalda, e quella
impalidisca per dimostramento e indizio del tuo fallo.
Oh, quanto e quante volte è felice colui del quale la offesa
giovane si
duole, elli non si puote comprendere con numero!
La quale, poi che 'l tuo defetto pervenne alli suoi inviti orecchi,
cadde
in terra, e la boce e 'l colore de la misera fuggie.
[p. 287]
Sia io colui i cui capelli quella furiosa stracci, sia io Ovidio colui
le cui
tenere gote colei con l' unghie cerchi,
Dio voglia ch' io Ovidio sia colui il quale ella lagrimante guati,
il quale
ella con torti occhi riguardi, senza il quale quella non possa né
voglia
vivere.
E se tu domandi quanto spazio fo ch' ella offesa si lamenti, dico che
sia brieve, acciò che la lenta ira non pigli forze per dimoranza:
il suo candido collo sia avinto colle tue braccia, ed ella piagnente
è da
ricevere nel tuo seno.
[p. 288]
Bascia colei piangente, da' la gioia de la lussuria a colei piangente:
pace
serae. In questo solo modo l' ira si tolle via.
Quando ella serà bene incrudelita, quando ella parrà
certamente tua
nemica, allora dimanda li patti del carnale disidèro: ella serà
umile.
Quivi, poste giù l' armi, abita la Concordia; credi a me: in
quello luogo
è nata la Grazia.
Quelle colombe, le quali ora combatterono, ora si basciano in bocca;
le cui lusinghe le parole e 'l murmuramento hanno.
La prima grandezza delle cose fu sanza ordine confusa: le stelle
e la terra e il mare erano una faccia.
Poi incontenente l' aria fu posta sopra la terra e·lla terra
è cinta di mare,
e la vana confusione si partie in sue parti.
La selva cominciò ad avere le fiere, l' aere l' ucelli; o pesci,
voi vi nascondeste
nella umida acqua.
Allora l' umana generazione andava vagando solamente per li campi,
e quella generazione propie forze e rozzo corpo era.
La selva era casa, l' erba cibo, le foglie letto; e già lungamente
erano
stati che l' uomo ancora non avea cognosciuta la femina.
[p. 289]
Elli si dice che·llo lusinghiero desiderio carnale corruppe
i salvatichi
e crudi animi; la femina e l' uomo erano stati in uno medesimo luogo.
Che avrebbono elli fatto da neuno maestro impararono; Venus con neuna
arte compié il dolce lavorio.
L' ucello hae che amare; il pesce femina trovò in mezzo l' acqua
con cui
congiugnere le sue allegrezze;
la cervia segue suo simile; el serpente maschio si tiene colla femina
serpente; la cagna col cane s' agiugne allo avolterio, agroppata;
la lieta pecora sì s' amonta, e la lieta giuvenca giace col
toro; la capra
sostiene il lezzoso maschio;
le cavalle son mosse in furia e per rimoto ispazio, per luoghi divisi
per
lo fiume, seguitano i cavalli.
Dunqua confòrtati e dona forti medicamenti a colei adirata;
quelli soli
hanno riposo del fiero dolore.
Quelle medicine passano i sughi delle erbe di Macaonia; per queste
medicine,
poi ch' avrai peccato, ti sarà perdonato.
Infino ch' io versificava questo, subito Appollo, manifestandosi,
mosse col grosso dito le corde della indorata lira.
Nelle sue mani era lo alloro, coperto di santi capelli; quello santo
indovino
venne per essere veduto da me.
[p. 290]
Elli disse a me :- O dottore del vago amore, mena qua alli miei templi
li tuoi discepoli;
e in quello luogo è lettera celebrata per fama per li diversi
parti del
mondo, la qual lettera comanda che ciascuno sia conosciuto da sé
medesimo.
Colui il quale si conoscerae, elli solo amerà saviamente e troverrae
l' aiutorio
ch' è necessario alle sue forze.
Colui al quale natura diede bello viso, sia guatato dalla giovane,
e colui,
il quale hae bianco carnato, spesse volte giaccia colle spalle scoperte.
Colui il cui parlare è piacevole, fugga li tacevoli silenzi;
quelli che sae
cantare amaestratamente, canti; colui che bee per arte, bea.
Ma·lli ornati favellatori non isgridino in mezzo il loro sermone,
né il
non savio poeta legga il suo trovato .-
Così amonì Apollo; o amanti, or ubidite ad Apollo amonendovi.
Vera
fede è nella santa bocca di questo idio.
A piue prossime cose io Ovidio sono chiamato. Qualunque saviamente
amarae, quelli vincerae e riporterà quello della nostra arte
ch' egli
domanda.
I solchi della terra non rendono sempre il debito coll' usura; il vento
non aiuta sempremai le dubiose navi.
Quello che giova agli amanti è poco, ma molto più è
quello che nuoce
loro: propognano li amanti nel loro animo che molte cose sono da
sostenere.
Quante lievori pascono nel monte Athon, quanti api dimorano ne l' isola
d' Ibla, quante bacche hae l' albero di Pallas,
[p. 291]
e quante conche marine sono nel lido; tanti dolori sono nell' amore,
e·lle
saette le quali noi patiamo sono bagnate in molto fiele.
Elli ti serà detto che la giovane sia ita fuori, la quale tu
forse
avrai veduta in casa: imagina ch' ella sia ita fuori e che tu abbi
veduto
falsamente.
La porta, la quale t' era promessa, di notte tu la troverai chiusa:
soffera
e patisci di porre il tuo corpo su l' umida terra.
Allora forse la bugiarda servigiale con superbo viso dicerae :- Perché
assedia costui le nostre porte ?-
Alle porti e alla dura giovane umile lusinga e poni le rose levate
del
tuo capo in sulla porta.
Quand' ella vuole, vae; quando ti vieta, pàrtiti e non v' andare.
Sconvenevole
cosa è che li liberi uomini e nobili facciano tedio di sé.
Non fare sì che la tua amica possa dire :- Fuggi quinci !- Il
senno
non puote in ogni tempo riparare.
Né non pensare essere sozza cosa sofferire le sue male parole,
né sozzamente
non batterai la giovane, né non basciare gli suoi teneri piedi.
Perché dimoro io nelle piccole cose? Il mio animo soprastae
a
più alte cose; io narrerò ne' miei versi grandi cose;
il popolo sia qui
presente.
[p. 292]
Noi imprendiamo grandi cose, ma neuna cosa è vertude s' ella
non hae
in sé gravezza: la grave fatica colla nostra arte sì
è domandata.
Sostieni pazientemente colui il quale ama la tua donna e avrai con
teco
la vittoria: tu sarai vincitore nella rocca del grande Iove.
Non credere che gl' uomini ti dicano queste cose, ma la quercia
greca; neuna cosa hae maggiore la mia arte di questi amaestramenti.
La giovane farae segni ad altri; patiscelo; mandaragli lettera:
non la toccare; onde vuole vegna, e ove li piacerà vada.
Questo i mariti nella legittima moglie meglio cerchino e conciosia
che
tu vegni tenero a parte della donna, prendi questo.
Io confesso ch' io non sono perfetto in questa arte; che farò
io?
Io Ovidio stesso sono minore de' miei amaestramenti.
E sosterrò io che alcuno dea palesemente dinanzi da me segni
a la nostra
donzella, e non mi porterà l' ira a ciascuno luogo?
Io mi ricordo che 'l marito l' aveva baciata; io mi ramaricai di quelli
basci dicendo :- Elli la basciò villanamente. Il nostro amore
abonda !-
[p. 293]
E non una sola volta mi noceo questo vizio; quelli è savio,
per lo quale
gli altri divengono savi, conciliandosi il marito.
Ma meglio sarebbe che non l' avesse saputo; lascia che gli furti si
cuoprano,
acciò che la falsa vergogna fugga dal viso vinto.
Per la qual cosa, o giovani, maggiormente guardatevi di trovare le
vostre
nel fallo; pecchino e, peccando, pensino avere date parole.
L' amore cresce in coloro che sono giunti nel fallo; ove la fortuna
de'
due è pari, l' uno e·ll' altro sta fermo nella cagione
del suo danno.
Una favola si conta cognosciutissima per tutto il cielo, cioè
che
Mars e Venus furo presi per inganno di Vulcano.
Il padre Mars, turbato per lo insano amore di Venus, di terribile duca
era fatto amante;
né Venus fue villana né malagevole a Marte pregandola:
certo neuna
idea è più mansueta di lei.
Ahimè, quante volte si dice ch' el[l]a, lasciva, fece scherne
de' piede
del marito e·ffecesi beffe delle mani di colui dure o per lo
fuoco o per
l' arte de la fabrica.
Dinanzi a Marte, andava drieto a Vulcano; elli si convenia e molta
grazia
fue mescolata insieme co la sua bellezza.
Ma Marte e Venus soleano imprima celare bene i loro congiugnimenti;
la colpa era piena d' onesta vergogna.
[p. 294]
Per dimostramento e indizio del Sole furo manifestate e conosciute
l' opere de la moglie: chi potrebbe ingannare il Sole?
O Sole, come mali esempli tu ismuovi! Domanda quale dono tu vuoli
da Venus e taci: ella hae cosa ch' ella ti puote dare!
Vulcano acconcia oscuri e coperti lacciuoli intorno al letto e di sopra;
l' opera inganna li occhi.
Vulcano s' infigne d' andare a l' isola di Lenno; li amanti vengono
all' opera
ordinata, e·ll' uno e·ll' altro giace ignudo nelli piegati
lacciuli.
Vulcano convoca li idii, acciò ch' elli veggiano i presi; e
pensano igl' uomini
che apena Venus ritenne le lagrime.
Venus e Mars non possono coprire gli loro visi, né alla perfine
possono
porre le mani dinanzi a le vergognose e scelerate parti.
Qui alcuno ridendo disse :- O fortissimo Mars, se questi legami ti
pesano,
levagli da te e pogli sopra a me !-
O Neptunno, apena per li tuoi prieghi Vulcano isciolse i presi corpi.
Mars tiene Creti, Venus occupa l' isola di Panfo.
O Vulcano, per certo, questo ch' egli di prima ti celavano, piue liberamente
fanno, e ogni vergogna è ita via.
Spesse volte ampoi, o matto Vulcano, tu confessi che tu operasti pazzamente
e dicono che tu ti pentesti de la tua ira.
[p. 295]
Questo vietai io Ovidio; ecco che la presa Venus il vieta, quelli
aguati li quali ella sostenne.
Non tendete le reti all' altro suo amante, né non prendete le
segrete
parole scritte co la mano.
I mariti prendano queste cose, s' egli crederanno ch' elle sieno da
pigliare,
i quali il fuoco e·ll' acqua facciano giusti mariti.
E ancora giuro che nulla s' usa in questo luogo, se non permesso per
legge; neuna maritata è ne' nostri luoghi.
Chi è oso di ricontare e divolgare li costumi scelerati di Cerere
e li grandi sacrificii di Traccia trovati in Samo?
Grande vertude è concedere silenzio a le cose e, dall' altra
parte, grave
colpa è le cose che si debbono tacere parlarle.
O come bene stae Tantalo garritore, il quale indarno vuole i pomi
dell' albero, e in mezzo l' acqua sta colla bocca arrida!
E magiormente Venus comanda che li suoi sacrificii sieno taciuti; io
Ovidio amonisco che neuno non vegna loquace a quelli.
Se·lli sacrificii di Venus non sono riposti e nascosi nelle
ceste,
né·lli cembali del rame suonano con matte percosse;
[p. 296]
neentemeno, intra noi, in mezzo l' usanza sono trattate, ma così,
infra
noi, come vorreb[b]ero stare ascosi.
Quella medesma Venus giovane, quante volte si pone i veli, si cuopre
co la sinistra mano, mezza ripiegata.
La pecora si congiugne in mezzo di noi e in ogni luogo; la giovane
spesse
volte volge il viso altrove.
I letti e le camere e le porti si racolgono colli nostri furti, e la
vergognosa
parte sta celata sotto le vestimenta,
e se noi non [cheggiamo tenebre, almeno] cheggiamo luoghi tenebrosi
e alcuna cosa meno manifesto per la luce.
Allora altresie, quando i tegoli non vietava il sole e l' acqua, ma
la quercia dava all' uomo tetto e cibo,
la concupiscenza non si compieo allora sotto l' aere, ma ne li folti
boschi
e ne le spelunche: tanta cura d' onesta vergogna era apo il rozzo
popolo.
Ma ora lodamo noi le notturne opere lussuriose, ed è comperato
grande prezzo neuna cosa potere fare se non parlare dell' amica;
[p. 297]
cioè che tu essaminerai tutti, dove è qualunque giovane,
acciò che tu
dichi a catuno :- Vedi tu costei? Ella fu altressì nostra amica
!-
e non ti vengano meno quelle giovane, le quali tu mostri colli diti,
dicendo
a' compagni :- Colei ebbi .- La qual cosa, avegna che l' abbi
fatta, ampoi è sozza favola.
Di piccole cose mi lamento: alquanti infingono tali cose che, essendo
vere, negherebboro, e alcuna non è con cui dicano non avere
giaciuto;
e s' egli non possono toccare i lor corpi, almeno macolano la fama
d' esse,
la quale possono; la fama, non essendo tocco il corpo, hae in sé
peccato.
O odioso guardatore de la giovane, va' ora e chiude le porte e poni
cento serrami alli usci duri!
Or che rimane sicuro quando la fama è avolterata e disidera
che quello
che non avenne sia creduto?
Noi certo temperatamente confessiamo i veri amori e li furti delle
cose
sacre si cuoprono con salda fede.
Guardatevi massimamente di rimproverare i vizi alle giovani; utilitade
fu a molti infignersi di non vedere i loro falli.
Né il colore d' Andromede fu invilito da Perseo, al quale Perseo
fue movebile e lieve penna in ciascuno piede.
[p. 298]
Andromaca parve a tutti più grande e formata che non era ragione:
solo Hectore fue, il quale dicesse ch' ella fosse non troppo grande.
Quella cosa che tu male comporti, adusati ad essa, e
bene; l' usanza avuta lungo tempo molte cose aspre mitiga, e l' amore
novello e pur ora incominciando sente tutte le cose.
Infino che il novello ramo s' apiglia e si congluttina, essendo inestato
nella verde corteccia, qualunque venticello il percuote, colui tenero
sì
cade.
Ma poi ch' egl' è per ispazio di tempo indurato, sì resiste
a li venti, e,
fatto fermo arbore, avrae fortezze da altrui date.
E quello medesmo crescimento d' etade menoma ogni mende del corpo,
e quello che fu vizio per dimoranza cessa d' essere vizio.
Il naso, vegnendo nuovamente intra li cuoi de' buoi conci, per lo puzzo
disusato gli schifa, e poi ch' ello per lungo tempo v' è usato
e adomato,
il puzzo d' esse lo inganna.
[p. 299]
Licita cosa è colli nomi rattemperare li vizii: la fosca sia
chiamata
bruna e quella il cui sangue è nero come pece sia chiamata bruna;
s' ella ride molto, dirai ch' ella sia amorosa, s' ella è grassa,
dirai ch' ella
sia detta graziale; e quella che per magrezza par male, chiamata sia
schietta;
e qualunque è bassa, chiamala avenente; e qualunque è
infiata, sia grassa;
acciò che 'l vizio stia nascoso per prossimitade di bene.
Non cercare quanti anni abbia, né al cui tempo del quale consolo
nascesse,
le quali cose il rigido iudice dee domandare;
e questo fa' ispezialmente s' ella è uscita del fiore dell'
etade e sia di
più perfetto tempo e già leghi le biancheg[g]ianti trecce.
[p. 300]
O giovani, questa etade o più tarda è utile, questo campo
menerà biade,
questo campo è da seminare.
Infino che le forze e·ll' etade degl' anni vi lascia sostenere
le fatichi,
o fendete il mare co li remi, o la terra col vomero, o agiugnete nelle
fieri armi le battagliesche mani,
o agiugnete il lato e le forze a le giovani: questa cosa delle giovani
è
altresie una milizia, e questo altresie acquista ricchezze.
La inchinata vecchiezza verrae con tacevole piede.
Agiugni quella cosa che si conviene: a quelle il senno è maggiore
dell' opere; l' usanza sola, la quale fae gl' uomini artefici, è
presente.
Quelle tolgono via i danni degl' anni con li lisci e mondezze, e con
istudio
fanno ch' elle non paiono vecchie;
e pure che tu voglia agiungono la lussuria per mille modi: neuna scrittura
troverae più modi.
In quelle si sente lussuria non adizzata. La femina e·ll' uomo
facciano
quelle cose che diletta igualmente.
Io Ovidio odiai li giacimenti i quali non menano all' ultimo diletto
l' uomo e la femina insieme; e questa è la cagione per la quale
io sono
meno innamorato del garzone.
[p. 301]
Io odiai colei la quale si dae agl' uomini per necessitade; quella,
asciutta, pensa de la sua lana.
Quella lussuria la quale si dà per prezzo non m' è in
grado: neuna giovane
mi faccia cotale servigio.
A me diletta d' udire le boci le quali confessino le sue allegrezze,
e che quella prieghi che io alquanto mi ritenga mi diletta;
e dilettami di guatare gl' occh[i]etti vinti de la donna ch' è
uscita de la
sua mente, e che ella si lamenti e voglia essere tocca lungamente.
La natura de la prima gioventude non dae questi beni, li quali sogliono
venire incontanente dopo lo spazio de li
Quelli che·ssi affrettano a li nuovi mosti sieno loro dati:
a me
siano dati bere gli antichi e chiari vini;
né il platano può resistere a li venti se non è
vecchio, e li novelli prati
guastano li piedi scalzi:
cioè, potresti tue mettere innanzi a Hermiona Elena, sua figliuola?
ed era migliore Gorge che la madre sua?
Qualunque tu se', il quale voglia giugnere a più matura lussuria,
se tue puoi solamente durare, tu ne porterai grande guiderdoni.
[p. 302]
Ecco il consapevole letto c' hae ricevuti due amanti; o scienza de'
nostri versi, sta' di fuori da le chiuse porte de la camera di quelli
amanti,
però che li amanti sanza te di loro volontade favellino paroli
molto solazzevoli.
Né la sinistra mano pigra nel letto giacerà:
i diti troveranno quello ch' egli debbono fare in quelle parti, ne
le quali
Amore occultamente intigne i suoi dardi.
Questa cosa fece il fortissimo Hettore primamente verso la sua Andromaca:
colui non fu solamente utile a le battaglie;
e il grande Achille fece questa medesma cosa verso la presa Briseida,
quand' egli, essendo stanco di combattere co li nemici, si posava
nel morbido letto:
o Briseis, tu·tti lasciavi toccare con quelle mani le quali
erano vestite
sempre de le morti de' Troiani;
o fue che questa cosa medesma, o lasciva, ti dilettasse, cioè
che le mani
del vincitore venissero e toccassero le tue membra?
Or mi credi, amante, il diletto de la lussuria non è d' afrettare,
ma è
da usarlo sentitamente con lunga dimoranza.
Quando tu truovi li luoghi de' quali la femina s' allegra esser toccati,
non ti contasti la vergogna, che neentemeno tu gli tocchi.
Tu vedrai gli occhi suoi tremolare, splendiendo d' una luce a modo
di
balenare, sì come il sole spesse volte riluce, ripercosso il
suo raggio
dell' acqua;
[p. 303]
Verrae uno ramaricamento da dolcezza, verrae uno amabile mormorio
e dolci gemiti e acconce parole al giuoco, che ora usano.
Ma tue, usato maggiori veli, non abbandonare la donna, acciò
ch' ella
non vada dinanzi al tuo corso;
affretta che voi vegnate insieme a la fine del corso: allora è
pieno il
diletto carnale, quando, parimenti vinti, l' uomo e la femina giacciono.
Questa regola è da tenere quando sono conceduti liberi ozi e
quando
la paura non costrigne la furtiva opera.
Ma quando il dimorare non è sicuro, allora è utile vogare
con tutti li
remi e giugnere lo sprone al ricevente cavallo.
La fine è presente al nostro lavorio. O graziosa giovenaglia,
date la
palma e portate la ghirlanda de la mortina a li odoriferi capelli.
Così eccelso com' era apo li Greci Polidaro nell' arte del medicare,
e come fue grande Accille ne la destra mano e Nestore nell' animo,
e com' era grande Calcas ne le interiora degl' animali e Aiax di Telamone
nell' armi e Autumedon nel carro, tanto saroe io nell' amore.
O uomini cantate e festeg[g]iate me poeta e rendetemi laude; sia
cantato il mio nome in tutto il mondo.
[p. 304]
Io hoe dato arme a voi, amanti uomini; arme diede Vulcano ad
Acchille; come Achille vinse co li doni a·llui dati da Vulcano,
così vincete
voi co li miei doni.
Ma chiunque co le mie armi vincerà le Amazzone, scriva ne la
preda :- Ovidio fue il mio maestro .-
Ecco che le tenere fanciulle mi priegano ch' io dea loro regole e amaestramenti;
voi sarete, o fanciulle, seguente sollicitudine al mio libretto.
[p. 305]
[p. 306]
Guata la figliuola di Filacide, e la quale si dice che andoe compagna
al marito e innanzi alli suoi anni esser morta.
La moglie greca ricomperoe i fatti di Campaneo, e per lo marito la
moglie è allegra della morte del marito.
Ysifia disse :- O Campaneo, noi mescoleremo le nostre ceneri!-
e si lancioe in mezzo il fuoco.
La vertude altressie e per ornamento e per nome è femina: non
è maraviglia se quella piace al suo populo;
né ampoi quelle che sono fuori de la mente sono richieste de
la nostra
arte: minori vele convegnono a la nostra nave.
Nulla è imparato per me, se non li vaghi amori; io comandaroe
in che modo la femina sia d' amare.
La femina non scrolla fiamma per lanciare, né apre i crudeli
archi; io
veggio le loro saette più temperatamente nuocere agl' uomini.
Spesse volte gl' uomini ingannano, ma le tenere donzelle non ingannano
spesse volte, e se tu dimandi di loro, io ti dico ch' elle hanno pochi
peccati di frode.
Il fallace Iasone lascioe Medea, e un' altra maritata venne ne le
braccia di Iasone.
[p. 307]
Quanta colpa fue in te, o Theseo, che Adriana, abandonata sola
nel disconosciuto luogo, pasceo i marini uccelli!
Domanda perché Phylis nove volte tramortisse insieme, e
avere pianto scapigliata.
Avegna che Enea, tuo oste, o Dido, abbia fama di pietade, ampoi
ti diede egli la spada e la cagione de la tua morte.
Io diroe, o femine, che è quello che vi strusse: voi non sapeste
amare; l' arte di sapere amare vi mancoe; amore per arte diventa
perpetuale.
E ora altressie non saprebbero amare. Ma Venus comandò a me
Ovidio che io vi amaestrasse, o femine, e Venus stette dinanzi agli
occhi
miei,
e allora disse a me :- Che meritarono le misere garzonette? Il
populo d' esse disarmato è dato a li armati uomini.
Due libretti hanno fatto coloro artefici d' amore; questa parte altresie
è da amaestrare co li tuoi amonimenti.
Colui il quale imprima avea dette vituperose cose de la maritata
Elena, incontanente di lei cantoe laude con più prosperevole
istormento.
Se io t' ho bene conosciuto, non offendere le adorne giovane: infino
che
tu vivi, dei tu dimandare questa grazia .-
[p. 308]
Venus disse cosie, ed era stata dinanzi da me, coronati i suoi capelli
da mortine, la quale poche granelle e foglie d' essa mi diede.
Tolti quelli, noi sentimmo la deitade, e l' aere per la dea riluceo
più puro
e di tutto il petto si partio il peso.
O giovane donzelle, infino che lo ingegno adopera, domandate
e prendete quinci li amonimenti e le regole d' amore, voi le quali
la vergogna
e le leggi e le ragioni lasciano e non costringono.
Ricordivi quello che voi diverrete via via sarete vecchie; in cotal
modo
neuno tempo si partirae da voi pigro.
Sollazzatevi infino ch' egli v' è lecito e infino che li veri
anni altresì ora
voi componete: vànnosine gl' anni al modo d' acqua corrente,
l' onda della quale ch' è andata giù non serae mai revocata
in su un' altra
volta; né l' ora ch' è passata puote mai tornare.
Egl' è da usare l' etade; l' etade con veloce piede discorre,
né sì buona
si seguita come buona fu la prima.
Io viddi questi spini e sterpi, i quali ora si ingrossano, violari;
di questo
pruno mi fu data graziosa ghirlanda.
Tempo serae nel quale tu, la quale ora acommiati gl' amanti, giacerai
vecchia abandonata e fredda ne la notte,
[p. 309]
né la tua porta serà rotta con notturna zuffa, né
non troverai le rose
sparte la mattina in sulli limitari dell' uscio.
Omè misero, come tosto i corpi si sciampiano con crespa buccia,
e lo
colore che fue ne lo chiaro e pulito volto perisce,
e li capelli si spanderanno subitamente per tutto il capo li quali
tu giuri
ch' elli furo canuti da la tua fanciullezza!
La vecchiezza si spoglia da li serpenti con sottile cuoio e li corni
gittati
fanno li cervi essere giovani.
Li nostri beni fuggono sanza adiuto: carpite e cogliete i fiori, i
quali,
se elli non saranno colti, egli stessi sozzamente caggiono.
Agiugne ancora che i partorimenti fanno più corti i tempi de
la giovanezza
e 'l campo invecchia per continuo far biada.
O luna, non t' è vergogna Endimione, figliuolo di Latonia; né
Cefalo è preda da vergognare a la rossa idea;
avegna ch' io taccia di te, o Adone, il quale ora altressie piagne
Venus,
onde ebbe Venus Enea e onde ebbe Hermione.
O generazione mortale, andate per lo essemplo de le dee, e non
negate i vostri gaudii a li disiderosi uomini.
[p. 310]
Perché egli v' ingannino, che ne perdete voi? Tutte le vostre
cose permangono;
avegna che mille uomini ne prendano, nulla indi leverae.
Per la usanza s' atrita il ferro e per uso si assot[t]igliano le pietre;
quella
parte è sofficiente e non hae paura né danno.
Chie vieterae prendere lume del lume appres[s]o? E chi serberae le
ampie acque nel cupo mare?
E ampoi alcuna femina dice :- Non sodisfae - e - Non si conviene -
a l' uomo. Ora mi di': che ci perdi tu, femina, se non l' acqua che
tu
ricevi?
La mia boce non vi fa stare in bordello, ma vieta che voi temiate gli
vani danni; i vostri doni sono sanza danni.
Ma uno venticello leggero mi porta, mentre che noi siamo in porto,
me che doverò andare co li fiati di maggior vento.
Io cominciaroe da lo ornamento del corpo: il vino esce dell' uve bene
cultivate, e·ll' alta biada stae ne la lavorata terra.
La bellezza è dono di dio; alcuno si insoperbisce per piccola
bellezza
che in lui sia; grande parte di voi hae difetto di questo cotale dono
di dio.
[p. 311]
La sollecitudine vi darae chiaro viso, e la faccia che fia messa in
oblio,
perirae, bene che quella fosse simile a Venus.
Se l' antiche giovani non si addornaro cosie, né li antichi
uomini ebboro
così fatti ornamenti;
se Andromaca fue vestita d' aspre gonnelle, che maraviglia? Quella
era moglie di duro cavaliere.
Or verrebbe ad Aiace la moglie ornata, la cui copertura de lo
scudo furo sette dossi di bue?
Innanzi a questi tempi fue una simplicezza rozza; ma ora Roma
è d' oro e possiede le grande ricchezze del domato mondo.
Guarda i Capidogli d' ora e guata chent' egli furono: tu dirai che
quelli
furono d' un altro Giove.
La corte, la quale ora è dignissima di sì alto consiglio,
fu di stoppia,
quando Tacio tenea la signoria;
i palagi, i quali ora sotto il sole e sotto i duchi risplendono, che
erano
altro che pascoli a li buoi, li quali dovevano arare?
Agl' altri diletti essere nati ne li primi tempi; io mi allegro essere
nato ora da·ssezzo; questa etade è aconcia a li miei
costumi.
Non mi allegro perciò che l' oro, pigro e tardo, è cavato
de la terra,
né perciò che la conca, colta di diverso lido, viene;
[p. 312]
né perciò che i monti non discrescono, cavatone il marmo
fuori;
né perciò che l' acque chiare per lo peso non sono cacciate;
ma però mi rallegro, perché l' ornamento è nella
nostra etade né
quella villanesca costuma, che soprastava a li primi avoli, stette
infino
a li nostri anni.
Voi altresie caricate gli orecchi co non care pietre, le quali il nero
Indiano
ricolse ne la ismerata acqua;
né vi mostrate gravi per vestimenta profilate con oro, per le
quali voi
spesse volte cacciate le ricchezze, le quali voi domandate.
Noi siamo presi per nettezze: non sieno i capelli sanza adornamento
di maestria, e le mani movendo danno e tolgono bellezza.
E non è una sola generazione d' ornamenti: ciascuna elegga quella
generazione
di bellezza, che si conviene a·llei, e consiglisi col suo ispecchio
dinanzi.
La lunga faccia loda li scriminali del puro capo: così era Laudomia
adorna colle trecce;
la ritonda faccia vuole, acciò che paiano li orecchi, che sia
lasciato uno
sottile nodo nella cima de la fronte;
li capelli d' un' altra giovane siano gittati dall' una spalla e dall'
altra:
o Phebo, cotale se' tu, ricevuta consonevole vivola;
l' altra, sottalzata, sia rilegata a modo di Diana, com' ella suole
essere quand' ella caccia le spaventate fiere;
[p. 313]
a questa altra si conviene giacere i capelli gonfi elatamente; quella
altra
sia impacciata con strette trecce;
questa altra piace d' essere ornata con testug[g]ine cilenesca; quell'
altra
sostegna i seni, simili all' onde tempestose.
Ma né tue anoverrai tante ghiande in su la ramoruta elce, né
quante
ape sono nella contrada d' Ible, né quante fiere ne le Alpi;
né a me è licito di comprendere tanti ornamenti per numero
quanti
ciascuno prossimano die agiugne.
E convienesi che molte come giacciano sanza essere adornate: tu crederai
che quella che fue pettinata pur ora fosse pettinata ieri.
L' arte somigli fortuna. Cotale vidde Hercule Iole nella presa cittade
e disse :- Costei amo io .-
O Adriana, dell' isola de Creti, così iscapigliata, abandonata,
gridando
i satiri «hó hó», ti levoe Bacco in su' carri
suoi.
Oh, quanto la natura perdona a la vostra bellezza, i cui danni sono
da
essere ristorati in molti modi!
Noi uomini male ci discopriamo, e li capelli toltici per etade caggiono,
sì come le foglie, quando il vento Borrea le sbatte.
La femina tigne la sua canutezza con erbe di Germania e per arte s'
acquista
migliore colore che il natorale;
[p. 314]
la femina vae spessissima di comperati capelli e per moneta fa che
li
altrui capelli sono suoi,
e non l' è vergogna averli comperati; palesemente le veggiamo
venire
dinanzi la faccia del tempio d' Ercule e dinanzi al luogo de le vergine
di Vesta.
Che dirò io de le vestimenta? Io non richeggio ora veste di
segmento,
né la lana, la quale rosseggia per la murice di Tyria;
conciosia che per più lieve prezzo tanti colori siano usciti
fuori, che
furore è portare l' aver suo e il suo censo sopra il corpo?
Ecco il colore dell' aere, qual è quando l' etere è sanza
nebbia e
il tepido Ostro non comuove le piovose acque;
ecco l' altro colore simile a te, il quale se' detto avere liberato
da li inganni
d' Imonia già Friso e El[l]es;
questo colore, il quale seguita l' acque, hae altressie nome da le
acque:
io hoe creduto che con queste vestimenta spesse volte sieno coperte
le Lamie;
[p. 315]
quello altro colore pare di gruogo; quando la dea rossa insieme giugne
li cavalli che portano la luce del die, sì si vela d' uno velo
di colore di
gruogo;
questo altro colore risomiglia le mortine di Fasis, questo li ametisti
porporini e le biancheg[g]ianti rose e li grue di Traccia.
O Amarille, né 'l colore de le tue ghiandi, né quello
de le tue mandorle
mancano quie, e la cera diede nomi a li suoi velli.
Quanti fiori la nuova terra partorisce, quando s' intepidisce la primavera,
che la vite mena gemme e 'l pigro verno fugge,
tanti sughi o più bee la lana; eleggi certi colori, però
che non sarae
convenevole a tutte uno medesmo colore.
Le bianchissime donne convegnono avere colore di pulla: il colore de
la pulla si convenia alla giovane Briseida quando ella fue presa,
e allora altressie ebbe colore di pulla la sua vesta.
Le bianche vestimenta si convegnono a le fosche; o Cefey, tu piacevi
ne le bianche vestimenta; o Serifo, quella così vestita era,
quando
fue soppres[s]a da te.
Come spesso amonii io che il fiero becco salvatico non andasse
sotto l' ale, e che le gambe non fossero aspre per duri peli!
[p. 316]
Ma io non insegno a le giovani del monte Caucaso, né [a] quelle
altresie, o Chayco di Miso, che beono la tua acqua.
Che sarà se io v' amestro che la vostra pigrizia non imbrunisca
i denti, e che il viso sia la mattina e la bocca lavata con l' acqua?
Voi il sapete; e sapete cercare la candidezza co la cera fregandola:
quella
giovane che non serà colorita per lo sangue naturale, sì
fia colorita
per arte.
Voi riempiete i termini de' cigli vòti per arte, e uno piccolo
estremo
veletto cuopre le chiare gote.
Né no è vergogna di segnare e tignere il cerchio del
ciglio con sottile
carbone, o segnare appresso di te con gruogo, o chiaro cecero.
Quello che io ho detto de li medicamenti de la bellezza è uno
piccolo
libretto quanto a me, ma quanto a la cura e a la utilità è
una grande
opera:
Quinci, o giovani, le quali avete i sopradetti difetti, dimandate aiuto:
l' arte mia nonn è pigra per le vostre cose;
ma fate ampoi che gl' amanti vostri non truovino i bossoli de li unguenti
posti in su la tavola: l' arte infinta giova al viso.
[p. 317]
Chi sarà quello amante, il quale quello unguento unto per tutto
il volto
de la donna non offenda, lo quale unguento, per lo suo peso e gravezza
caduto del viso, discorre per lo petto?
Che olore rendono gl' unguenti chiamati 'ysopo', perché egli
sieno mandati
da Atena, fatti di sugo tratto de la sucida lana della pecora?
Né non è bella cosa dinanzi a le persone torre e adoperare
in liscio
le midolle mescolate del cerbio, né loderoe dinanzi altrui forbirsi
e fregarsi
i denti.
Queste cose faranno bel viso, ma elle saranno sozze a vederle fare;
molte cose sono che faccendole paiono sozze, ma poscia che sono fatte
piacciono.
Quelle imagini, le quali hanno ora nome del grande maestro Mirone,
fu tempo ch' eran pigro e grave peso e fue una dura massa.
Lo anello, acciò che·ssi faccia, imprima si batte e taglia
l' oro; e le vestimenta,
le quali voi ora portate, furono sozza e zaccherosa lana.
Quando l' imagine di Venus, la quale è ora nobile segno, si
facea, era
allotta aspra pietra, la quale statova, ignuda, mostra ' capelli bagnati
di rugiada.
O giovane, mentre che tue ti lisci, noi amanti pensiamo che tue dorma:
tu sarai guatata più adornamente da la miglior compagnia de'
giovani.
[p. 318]
O giovane, perché mi è manifesta la cagione de la tua
candidezza nel
viso? Chiudi le porte de la tua camera, tu la quale fai una opera grossa
e rozza!
Molte cose sono le quali si conviene che li uomini non sappiano; la
maggiore
parte de le cose offende, se tu non cuopri le cose dentro.
Guata come sottile piastra cuopre i legni del teatro, i quali, coperti
di dipinture indorate, pendono nello ornato teatro;
e non è licita cosa che il populo vegna a vedere quelle cose
se non quando
elle sono fatte; né la bellezza e forma del corpo è d'
aconciare se
non partiti gl' uomini.
E non pettinare i tuoi capelli dinanzi dagl' uomini, acciò ch'
egli giacciano
sparti sopra le tue spalle, al vento.
né non disfare e rifare spesso le cadute trecce.
Sia secura quella che ti adorna: io odiai colei che isquarcia il viso
co le unghie, e le braccia impugne con l' ago;
e mentre che la fante teme e adorna e tocca il capo della donna, e
insiememente
piagne insanguinata per le invidiose trecce.
Quella che hae pochi capelli, ponga la guardia in su il limitare
dell' uscio, ed ella sempre s' adorni nella casa della buona idea.
Egli mi fu detto che io venisse subitamente a una giovane: quella sozza
si impuose perverse trecce.
[p. 319]
La cagione di sì sozza vergogna avegna a' nemici nostri e quello
disnore
vada alle nuore de' Parthiani.
Sozza è la pecora tosa, sozzo è il campo sanza erba e
lo pruno sanza
foglie e il capo sanza capelli.
O Semele, e tu, Leda, voi non veniste a me che io v' amestrasse,
e tu, Europa, portata dal falso bue per lo mare di Sidonia.
O Elena, la quale tu, Menelao, non istoltamente dimandi, e tu,
rubatore d' essa troiano, non stoltamente hai.
Ecco la multitudine da amaestrare viene, e le belle e le sozze giovani,
e più sono le cose ree che le buone.
Le belle donne non domandano aiuto d' arte, né cheggiono la
dottrina:
la potente bellezza sanza arte è dota di quelle.
Quando il mare è abonacciato, il nocchiere, sicuro, si riposa,
ma quando
egli ingrossa, allora il nocchiere soprastà a li suoi aiutorii.
Ma ampoi poche visi sono che sieno sanza menda e difetto: cuopri i
difetti e quanto puoi nascondi i vizii del tuo corpo.
Se tu·sse' piccola, siedi, acciò che, ritta stando, non
paia che·ttu seggi,
e giaci nel tuo letto, quantunque tu sia piccolina;
e acciò che, giacendo, tu non possi essere misurata, fa' che
i tuoi piedi
steano nascosi sotto i tuoi drappi.
[p. 320]
Quella ch' è troppo sottile, prenda drappi grossi e le veste
vadano larghe
per le spalle;
la palida tinga il suo corpo con liste porporine; tu che·sse'
più nera
ricorre al pesce Fario,
e se tu hai sozzo piede, [sia] celato nel candido calzamento, e le
magre
gambe non sciogliere dalli legami dello calzamento.
Alle alte spalle si è convenevole sottili vestimenta, chiamate
'aneletide',
e intorno de lo stretto petto fa' che vada una fascia;
e quella ch' averà grossi i diti e l' unghie scabiose e tignose,
con poco
movimento di mano dimostri ciò che ella favella,
e quella il cui fiato de la bocca sie grave, non favelli mai a digiuno
e
sempre alquanto stea di cesso dal viso de l' uomo;
e grande danno ti fie il ridere a te, la quale avrai i denti neri o
grandi
o sopradenti.
Chi crederae questo? Le fanciulle imparano altressie a·rridere
e quinci
altressie acquistano piacevolezza e bellezza.
L' aprire de la bocca in ridere sia piccolo, e le mascelle da catuna
parte
si mostrino poco e i labri cuoprino i denti di sopra.
Né la sua milza combatta sempre col ridere, ma non soe che cosa
leggiere e feminesca si suoni il sempre ridere.
[p. 321]
Alcuna travolge e storce la bocca con perverso riso; quando un' altra
ride, tu crederai ch' ella pianga;
quell' altra fa uno suono fioco e disamabilemente ride, sì come
la sozza
asinella ragghia, digrignando imprima per alcuna dimoranza.
Dove e a che non passa l' arte? Le giovani imparano a piagnere; elle
piangono quando elle vogliono e com' elle vogliono.
Che diroe io quand' elle nel loro parlare frodano alcuna lettera
legittima, e la iscilinguata lingua sia costretta da la comandata boce?
Ne lo vizio è bellezza, cioè rendere alcune parole male;
elle imparano
a favellare meno che elle non potrebbono.
Abbiate cura a tutte queste cose, però ch' elle giovano. Imparate
ad andare e gli atti del corpo, sì come si conviene a le femine;
e ne l' andare è una parte di bellezza assai lodata; e·ll'
andare attrae
a·ssé gli uomini non cognosciuti, e l' andare caccia
igl' uomini.
Questa donna muove amaestrevolemente [il lato] e, discorsa la gonnella,
riceve il vento, e quella, superba, porta i piedi distesi;
quella altra vae sì come la rossa moglie d' Ombreo; e quella,
valicando,
fa grandi passi;
[p. 322]
ma se questo modo d' andare sarà villano in molte femine, un
altro modo
serae piue morbido.
Ancora la parte di sotto del tuo omero e la parte di sopra del tuo
braccio
sia nuda, sì che·ssia veduta da la mano manca.
O voi, giovani, la cui carne è candida, questa cosa spezialmente
si conviene
a voi: poscia ch' io vidi questo, mi piacque di basciare l' omero
di quella parte dond' egli è iscoperto.
Le Serene erano miracoli marini, le quali con boce di canto ritennero
qualunque navi che ricevero il suono:
Ulixe, uditi questi dolci diletti, poco meno che non si strug[g]eva,
però
che la cera fu posta agli orecchi de' compagni.
Il canto è cosa lusinghiera: imparino a cantare le giovani;
la boce fue
a molte giovani piacevole in luogo del viso.
E ora cantino quelle cose che so' udite negli teatri, e ora versi
giucati e sollazzati nel Nilo;
e la femina amaestrata per lo mio arbitrio sappia co la sinistra mano
tenere la chitarra e ne la destra la penna.
Orpheo di Rodopea co la cetera movea i sassi e le fiere e li laghi
d' Inferno e Cerbero con tre teste di cane.
[p. 323]
O iustissimo vendicatore de la madre tua, per lo tuo canto i sassi
fecero
per sé istessi i nuovi muri;
e avegna che il pesce Arione fosse mutolo, sì·ssi crede
ch' egli
favoreggioe a la boce de la cetera, la quale è favola manifesta
per la
cetera d' Orione.
Impara e già volgi i giuochi geniali di Nayplio con amendue
le
palme; quelle cose si convegnono a li dolci giuochi;
impara la scienzia de' versi di Calimaco e del poeta Choi e dello
avinazzato vecchio Anacreonte,
e impara i versi di Safo; che cosa è più lussuriosa di
quella? e conciosiacosa
che il padre ischernito fosse per l' arte de lo scaltrito di
Zeta;
e poi avere letto il verso del tenero Properto, o alcuna cosa
di Gallo, overo di te, o Tibolo,
e i detti di Varro, chiari ne le ville, e, o Frixo, la tonduta lana
da essere compianta da la tua sorocchia,
[p. 324]
e il fuggito Enea e i principii dell' alta Roma, del quale lavorio
e opera
neuna n' è più chiara in Ytalia.
E forse che il nostro nome si mescolerae con questi e le mie scritture
non fieno date all' acque di Lethe,
e alcuno dirae :- Leggi i versi onorevoli del nostro maestro, co li
quali
egli amaestra due parti,
e delli tre libri, i quali soprascrive il titulo d' amore, elegine
alcuna
cosa, la quale tue legga dilicatamente con insegnata boce,
overo una lettera sia da te racontata co[n] ordinata boce. Colui rinovoe
questa opera non cognosciuta dagli altri .-
O Apollo, vogli che così sia, e così vogliate voi, pietosi
idii de' poeti,
e tu, Baccho, chiaro per lo corno e voi, nove dee.
Chi dubiterae ch' io non voglia che la giovane sappia trescare,
acciò ch' ella spinghi, posto giù il vino, da che le
sia comandato?
Li artefici [del lato] ne la veduta del luogo chiamato scena, sono
amati:
tanta bellezza hae quello sollazzo mobile.
Io mi vergogno insegnare piccole cose: dire come si gettano i
dadi e che tu sappia, o tessera gittata, le tue forze;
[p. 325]
e come ora getti tre dadi, ora pensi aconciamente ella, scaltrita,
quale
punto chiami e quale pigli e quale no;
ed ella, maliziosa, giuochi non mattamente la battaglia de' ladroni:
uno
scacco perisce con due nemici.
Il combattitore, apigliato sanza suo pari, combatta, e quello seguitatore
spesse volte ricorra per lo cominciato sentiero;
e ne lo aperto grembo siano sparte lieve palle, e neuna palla è
da muovere,
se non quella che·ttu torrai.
Ed è una generazione di giuoco recato con suttile ragione in
tanti spicchi,
quanti mesi hae il trascorrevole anno.
Una piccola tavoletta piglia da catuna parte tre pietruzze, ne la quale
si vince [a] continuare le sue.
Fa' che sieno mille giuochi; sozza cosa è che la giovane non
sappia giucare:
spesse volte s' aquista amore giucando:
ma piccola fatica è saviamente usare i dadi, maggiore opera
è ordinare
i suoi costumi.
Allora siamo semplici e non scaltriti e manifestianci in quello studio,
e il nostro petto si manifesta ignudo per li giuochi;
l' ira, la qual è sozzo vizio, sottentra in noi, e il disidèro
di guadagnare
e le tencioni e le zuffe e il dolore rangoloso;
diconsi i difetti e le fellonie, risuona l' aere co le grida, e ciascuna
invoca
li adirati idii a sé.
Neuna fede c' è a le tavole, le quali per disiderio non sono
adomandate!
e spesso ho io veduto bagnare di lagrime le gote.
Iove cacci da·nnoi così sozzi peccati, ne' quali è
pensiero di piacere
ad alcuno uomo.
[p. 326]
La pigra e iscognoscente natura diede questi giuochi a le giovani;
li
uomini giuocano con più abondevole materia.
Li uomini hanno le leggieri lance e i dardi e le troccole e palionze
e
l' arme e lo cavallo, il quale costringono andare in giro.
Voi, femine, non tiene il campo, né la freddissima Vergine,
né
il toscano fiume vi porta con piacevole acqua.
ma èvi licito e gióvavi andare per la loggia di Pompeo;
quando il capo
di Virgine arde co li cavalli dell' aere.
Viscitate i palagi sacrati a Febo, ch' è coronato d' alloro
- Pompeo
somerse le navi di Paretonia in mare -
e i guarnimenti i quali la serocchia (del duca) e la moglie del duca
apparecchiarono [e] il genero intorneato il capo d' onore di navi.
[p. 327]
Visitate li altari dove arde lo 'ncenso de la vacca di Menfis; visitate
i tre teatri i quali sono veduti e guatati in luoghi onorevoli.
Sia guatata l' arena mac[c]hiata di tepido sangue, e sia guatata la
meta
degna d' essere circondata con fervente ruota.
Quella cosa che sta nascosa no è cognosciuta e neuno disidera
quello
ch' egli non conosce; il frutto non c' è quando la buona faccia
è sanza
testimonio.
Avegna che tu passi, di cantare, Tamira e Amabea, non avrae
grande lode il suono de la tua cetera, se non sia cognosciuta.
Se Chos non avesse mai dipinto Venus, ella starebbe nascosa sotto
le marine acque.
Che cosa dimandano i santi poeti, se non solamente fama? La somma
de la nostra fatica hae questo desiderio.
I poeti fuoro già cura delli dei e delli re, e l' antiche compagnie
ebbero
grandi meriti;
e alli poeti era santa maestade e venerevole nome, e spesso erano loro
date ampie ricchezze.
Hennio meritoe orti continui ne li monti di Calavria, o grande
Scipione, apo te.
Ora l' ellera sanza onore giace, e la operata sollicitudine co le amestrate
Muse hae nome di pigrizia.
Ma elli mi diletta di veg[g]hiare per avere fame: chi avrebbe conosciuto
Homero, se la eterna opera di Troya fosse istata celata?
[p. 328]
Chi conoscerebbe Danne, s' ella fosse istata sempre rinchiusa e
ne la sua torre ella, vecchia, sarebbe stata nascosa?
O belle giovani, utile è a voi di trarre i vaghi piedi spesse
volte fuori
dell' uscio.
La lupa vae a molte pecore, acciò che ne uccida una, e l' aguglia
percuote tra molti uccelli;
La bella femina faccia che ella sia veduta dal popolo: forse uno serae
quello il quale ella trarà, di molti uomini, a sé;
e quella, studiando di piacere, stea in tutti luoghi e con tutta la
mente
solliciti d' essere bella e di piacere.
La fortuna vale in ogne luogo; sempre penda l' amo tuo: il pesce serae
in quella aqua che tu non credevi.
Spesse volte i cani cercano indarno per li monti pieni di bosco e talora
viene il cervio ne le reti non essendo cacciato d' alcuno.
Spesse volte s' aquista nuovo marito per la morte del primo marito;
convenevole è allora andare scapigliata e piagnere.
Ma ischifate gli omini, i quali palesemente mostrano la bellezza
e l' ornamento e coloro i quali pongono li loro capelli in zazzara.
Quelle cose che questi cotali uomini vi dicono, o femine, hanno elli
dette
a mille garzonette; il loro amore va errando e non sta in uno luogo.
Che farà la femina, conciosiacosa che l' uomo sia più
leno di lei e forse
possa avere più uomini?
[p. 329]
Apena mi crederete, ma credete: Troya starebbe in piè se ella
avesse ubiditi e fatti i tuoi comandamenti, o vec[c]hio Priamo.
Sono alquanti i quali con bugiarda forma d' amore illeg[g]iadriscono
e ismaniano, e per cotali entramenti cheggiono vergognosi guadagni.
Né la zazzara chiarissima con umido nardo vi inganni, né
la corta
cintoretta premuta in sue crespe vi inganni,
né la gonnella sottilissima vi inganni, né se egli avrà
uno e un altro
anello in dito vi inganni:
forse colui è uno ladro adornatissimo del numero di costoro
e si accende
e arde per amore de la tua vestimenta.
Spesse volte le giovani, spogliate, gridano con tutta la boce, empiendo
il mercato :- Rendimi il mio, rendimi il mio !-
Venus stando ne' templi resplendienti con molto oro lieta vede queste
tencioni e quelle della fonte Appia.
Sono altresie alcuni nomi, rei per nominanza non dubitosa: quelle che
sono ingannate da molti hanno peccato d' amante.
Imparate da li altrui lamentamenti di temere i vostri lamenti e fate
che la porta non sia aperta a lo 'ngannevole omo.
O donne d' Athene, guardatevi di credere a Theseo, giurando elli;
quelli dii, ch' elli rendeo prima testimoni, renderae elli ora.
[p. 330]
O Demofonte, erede del peccato di Theseo, poi che tu ingannasti Phylis,
neuna fede è rimasa in te.
Se·lli uomini impromettono bene con parole, impromettete loro
altretanto,
e s' egli vi daranno quello che impromisero, e voi date loro quelle
allegrezze che voi pattoviste loro.
Se alcuna, preso il dono, negherae la lussuria, quella puote spegnere
li veg[g]hievoli fuochi di dea Vesta, e puote torre i sacrifici de'
tuoi templi, o dea Ysis, e dare veleni mescolati con cicuta all' uomo.
L' animo mio disidera di stare più presso; o Musa, restrigni
le
redine;
non ti crollare colle ricevute ruote.
Le parole cerchino il passo, le quali sieno scritte in su le tavolette;
l' aconcia
servigiale prenda le lettere che si mandano;
e quello che tu leggi guarda, e comprendi di quelle parole se l' amante
tuo s' infigne o s' elli di cuore ti priega;
e dopo una piccola dimoranza e tu riscrivi a lui: la dimoranza sempre
incita li amanti, se ella hae poco tempo, quella dimoranza.
Ma non impromettere a l' amante che ti pregherae esser molto lieve
ad avere, né però negare duramente quello che ti domanda.
Fa' che l' amante speri e tema insiememente, e quante volte tu li riscriverai,
vegna più certa speranza e minore paura.
[p. 331]
Giovane, scrivete parole nette e comuni: la forma comune del parlare
piace.
Ahimè, quante volte l' amante si infiammò per le dubitose
parole scritte,
e la barbera lingua nocque a la buona forma!
Ma avegna che voi abbiate difetto d' onore di vita, ampoi sollicitate
voi
d' ingannare li vostri mariti e amanti.
La mano de la fante o del garzone scaltritamente porti le tavolette,
né non commettete li vostri segreti a nuovo messo.
Io vidi, per questa paura, le giovani impalidire e vidi quelle misere
stare
in ogne tempo subiette a' servidori loro;
e quegli per certo è malvagissimo, il quale ritiene quelli cotali
doni,
ma ampoi hae similitudine di folgore infernale.
Io giudico cosie: ch' egli è conceduto fare quello inganno il
quale iscacci
un' altra frode, e le ragioni lasciano prendere l' armi incontro a
l' armati.
La mano d' una medesima persona s' adusi a scrivere di molte forme
lettere; ahi, periscano quelli per li quali mi conviene insegnare queste
cose!
Né no è sicura cosa di scrivere, se non sono prima cieche
le prime lettere
ch' erano scritte in su la cera; non contegna uno paio di tavolette
le scritture de la tua mano e de la sua.
[p. 332]
La femina sia chiamata «amadore» da colui che scrive, e
colui il quale
è uomo sia chiamato «femina», o donzelle, ne le
vostre scritture.
S' egli è licito di portare l' animo da le piccole cose a le
maggiori
e aprire le piene vele con chinato seno,
elli si pertiene al viso costrignere i rabiosi costumi: la candida
pace
si conviene a li uomini e la crudele ira a le fiere.
Il volto s' enfia per ira, le vene si anerano per lo sangue, li occhi
rilucono
più crudelmente del fuoco del Gorgone.
Poi che Pallas vide il suo viso nel fiume, disse :- Va' via di quinci,
o sampogna, tu non se' di tanto pregio quanto tu mi mostri laida !-
E certo, se voi, donne, vi guarderete ne lo spec[c]hio quando sarete
adirate, apena conoscerà bene catuna il suo viso.
Né la soperbia farae meno danno dell' ira nel vostro volto;
l' amore è
da essere preso con amorevoli occhi.
Credete a·mme che l' ho provato: noi odiamo le soperbie de'
grandi;
spesse volte il tacente volto hae semenza d' odio.
Guarda colui che ti guarda e a chi ti ride tu ridi; s' egli ti farae
cenni, e tue li rendi cenni:
così poi che 'l giovane Amore avrae giucato con rozze saette,
elli trae
fuori del turcascio agute e taglienti saette.
[p. 333]
E odiamo quelle che stanno triste; Aiace ami Temessa; la allegra
femina prende noi, lieto popolo.
Giamai io non ti pregherei, o Andromaca, né te, Temessa, che
l'una
di voi fosse mia amica.
Credetemi, o Andromaca e Temessa, apena paio credere, avegna ch' io
sia costretto credere per lo parto, che voi siate giaciute co li vostri
mariti,
non che la tristissima Temessa dicesse ad Ayace :- O luce mia! -,
le quali parole sogliono dilettare a li uomini.
Chi niega che li asempri non si prendano de le cose grandi a le minori
e non temere il nome del duca?
Il buono duca commise a reggere per ragione ad alcuno cento uomini,
ad alcuno altro i cavalieri, a colui diede a guardare la 'nsegna.
Voi altresie guatate quale di noi è aconcio a l' usanza e ponete
ciascuno in certo luogo.
Il ricco doni meriti, il giudice sia presente per voi, il bello e ornato
favellatore
spesse volte procura la causa del clientolo:
noi poeti, i quali facciamo versi, vi manderemo versi solamente;
noi, schiera de' poeti, siamo aconci ad amore sopra gli altri uomini;
noi palesiamo e facciamo a tutti manifesto ampiamente la loro piacevole
bellezza; Nemesis è per noi poeti nominata e Cintia,
[p. 334]
l' Oriente e l' Occidente cognobero per noi Licoyda, e molti domandano
quale sia la mia Corinna.
Agiugni a questo che·lli aguati sono di lungi da li santi poeti,
e certo
la nostra arte fa a li suoi costumi.
Né cupiditate d' onore, né l' amore d' avere ci tocca:
il letto e l' ombra
si è operato nel dispregiato mercato,
ma lievemente noi ci acostiamo e con ismisurato incendimento ardiamo,
e sapiamo amare con troppo certa fede.
Lo 'ngegno nostro si immorbidisce con piacevole arte, e li costumi
nostri
convenevolemente vanno collo studio.
O donzelle, siate agevoli a li poeti musichi; la deitade è a
coloro, e le
nove Muse, figliuole di Piero, favoreggiano.
Idio è in noi e i commercii celestiali: quello che ci fa parlare
viene da
le celeste sedie.
Scelerata cosa è sperare d' avere prezzo da li savi poeti; ohimè
misero,
che neuna giovane teme questo peccato!
Infignetevi ampoi, né non siate rapaci ne la prima fronte: il
nuovo
amante si ritrae adietro, veduto le reti.
Ma né il maestro cavalcatore regge il cavallo, il quale novellamente
hae sentite le redine, con iguali freni di quelli con ch' egli regge
il dotto
e domato cavallo;
[p. 335]
e non sarae da usare una medesima via, acciò che pigli li fermi
animi
per anni, come in pigliare la verde gioventude.
Questo amante è rozzo, e ora è da prima cognosciuto ne
l' essercito
d' amore; colui, il quale è preda novella, toccoe le tue camere:
te sola cognosca, a te sola sempre s' acosti: questa biada è
da cignere
con alti siepi.
Schifa ch' egli abbia altra amanza; tu vincerai infino che sola il
terra',
imperciò che né ' regni né la lussuria non istanno
bene tra ' compagni.
Quelli che fia vecchio cavaliere, amerae sentitamente e saviamente,
e sosterae molte cose le quali non sono da sostenere al nuovo cavaliere.
Costui non romperà l' uscia, né andrae con crudeli fuochi,
né coll' unghia
assalirae le tenere gote de la donna;
né non isquarcierae le sue vestimenta, né quelle de la
giovane; né i tirati
capelli fieno cagione di piagnere.
Queste cotali cose si convengono a li fanciulli caldissimi per la etade
e per amore; un altro con ordinata mente e cheta sosterrà li
crudeli
lamentamenti e gridi de la donna;
questo altro sarae abrasciato con leno fuoco, sì come le legne
tagliate
pure ora ne la selva e montaneschi luoghi.
L' amore di costui è più certo; quello del giovane è
grave e piue abondevole:
o giovane, prendete i pomi che fugono con veloce mano.
[p. 336]
Tutte le cose abbiamo date; noi aprimo le porte al nimico, e cosie
la fede è ne lo disleale tradimento.
Quella cosa che si dà lievemente male nutrica il lungo amore;
il rado
discacciamento è da mescolare co li lieti giuochi.
Il tuo amante giaccia dinanzi a li tuoi usci e dica :- O crudele porta!
-
e sotto boce molte cose dica e molte cose minaccevolemente.
Noi non sostenemo le cose dolci, con amaro sugo il rinoviamo; la nave
percossa da' suoi venti spesse volte perisce.
Questa cosa è cagione per la quale le mogli non sieno amate
da' mariti,
però che i mariti s' agiungono con esse quando egli le vogliono.
Chiudi le porti e il portinaio li dica con duro viso :- Tu non ci puoti
entrare !- e certo l' amore tocca te, che se' chiuso di fuori.
Ponete giù li spontati coltelli, combattasi co li apuntati;
né io mi
dubito che io non sia cercato per fedirmi co le mie armi proprie e
saette.
Infino a tanto che l' amadore preso novellamente caggia ne' tuoi
lacci, speri avere egli solo il tuo letto;
poi senta ch' egli v' hae compagno, e che sono partiti i patti del
letto.
Togli queste arti: l' amore si invec[c]hia.
Quando egli è aperta la stalla al forte cavallo che v' è
stato bene rinchiuso,
allora corre bene, quando egli hae cui avanzi e cui segua.
Ciascuna ingiuria suscita e ravivola gli spenti fuochi; ecco che io
confesso:
io non amo, se io non sono offeso.
[p. 337]
Ma non sia perciò troppo manifesta la cagione del dolore, e
colui, sollicito
e rangoloso, pensi che sieno più cose che egli non sae.
E incita la trista guardia de lo mentito servo e·lla grave sollicitudine
del duro marito;
il disiderio, lo quale viene e si piglia sicuramente, è meno
grazioso:
acciò che tu sie più libera, infigni d' avere paura di
Tayde.
per li usci, e ne la tua faccia abbia segni e parole di persona che
tema.
La maliziosa fante vegna innanzi e dica :- Noi siamo morte !- Tu
nascondi il pauroso giovane in ciascuno luogo.
Ma ampoi la sicura lussuria è da mescolare co la paura, acciò
ch' egli
pensi che le tue notti siano di tanto prezzo quanto la paura.
Io dovea trapassare oltre in che ragione possa essere schernito
lo 'ngegnoso marito e come il veg[g]hievole guardatore.
La maritata tema il marito; sia ferma la guardia de la maritata:
questo si conviene; questo le leggi e la ragione e la onesta vergogna
comandano.
Chi soffer[r]ae che tu sia guardata ora, la quale la vendetta ricomperoe?
Acciò che tu inganni il marito e chi ti guarda, vieni a li miei
amaestramenti.
Avegna ch' egli siano tanti quelli che ti guardino, pur tu n' abbi
certa
voglia, tu darai tante cagioni, quanti occhi avea Argo.
Or contradieratti la guardia che tu non possi scrivere: e quando il
tempo
verrae che tu doverai torre l' acqua;
[p. 338]
quando la tua credenziera potrà portare le scritte tavolette,
le quali
ella nasconda nel suo seno coperte co·llata fascia,
conciosia che quella possa celare le carte e lettere legate sotto la
polpa
de la gamba e portare le lusinghiere scritte legate sotto il piede?
Avedrassi di queste cose la guardia: porga il suo dosso per la
carta e porti le parole in sul suo dosso.
La lettera del latte ricente e fresco è sicura e inganna li
oc[c]hi:
toccala co la polvere del carbone e
e inganna quella lettera, la quale fia fatta colla vetta del lino umidetto
e la pura tavoletta porterae occultamente le scritture.
In Acrisio fue sollicitudine di guardare la giovane, e ampoi, per
lo suo peccato, ella il fece essere avolo.
Che farae il guardiano, conciosiacosa ch' egli sieno cotanti teatri
in Roma,
conciosiacosa che la giovane guati volentieri li cavalli legati
insieme?
Che farae il guardiano, quando quella sederà infaccendata ne
lo sacrificio
de la dea Ysis? E andrae il guardiano là dove sono vietati
d' andare i suoi compagni,
conciosiacosa che quella buona dea cacci da' templi suoi gli occhi
degli
uomini, sanza i quali ella comanda alcuni venire ivi?
[p. 339]
Che farae il guardiano quando, guardandola, serberà li panni
fuori del
bagno? Molti bagni sono che celano li furtivi giuochi.
Che farà il guardiano, conciosiacosa che, quante volte bisogni,
cotante
si infermi l' amica che fae fallo, e la inferma celi nel suo letto
chi
ella vuole?
Che farà il guardiano, conciosiacosa che la chiave contrafatta
c' insegni
per augurio che noi facciamo, e sola la porta non dea quelle vie
che tu domandi?
E la sollicitudine del guardiano si inganna con molto vino, e l' uva
di
quello vino sia colta ne li giuóchi de' monti di Spagna;
e sono altresie medicamenti li quali fanno li alti sonni e serrano
gli
occhi vinti co la notte di Lethe, o vinti colle cose di Lethe.
La fante consapevole ritiene co le dilicatezze tarde l' odioso malamente
ed ella stessa è giunta per lungo dimoro.
Che giova amaestrare ravolgimenti e ciance e tenere piccoli amaestramenti,
conciosia che il guardiano tu il possa comperare con piccolissimo
dono?
Or mi [credi]: i doni pigliano gli uomini e li idii; Iove medesimo
ène
aumiliato co li doni offerti.
[p. 340]
Or che farae il savio? Ché certo lo stolto s' allegra per lo
dono; il marito
stesso, ricevuto il dono, sarà mutolo.
Ma una volta è da comperare il guardiano in tutto il tempo;
spesse
volte porgerae quelle mani il guardiano, le quali egli porse a lo dono.
Io mi ricordo ch' io mi lamentai che i compagni in questo erano
da temere, e questo richiamo non tocca li uomini soli.
Se tue serai creditrice, le altre femine piglieranno e torranno i tuoi
godimenti e questa lievre sarà cacciata da altre femmine.
Credimi, questa altresie la quale, studiosa, mi dà il letto
e il luogo, non
fue una volta solamente con meco.
Né troppo bella fante serva a voi: spesse volte la fante bella
mi
fue invece de la donna.
O stolto io, dove sono io portato? Perché mi muto io con aperto
petto ne la forma del mio nimico, e manifestomi e scuopromi per lo
mio indizio propio?
L' uccello non mostra a li uccellatori da quale parte egli sia preso,
e
la cervia non insegna correre l' importuni e odiosi cani.
L' uttilità il veggia; io, fedelmente, compierò quelle
cose che io ho cominciate,
e daroe in mio danno i coltelli e l' arme a le donne.
Fate che noi crediamo essere amati da voi, ed è lieve cosa a
voi farlo:
la fede inchinevole in quelle cose che disiderano viene alli disiderosi.
[p. 341]
La femina guati amorevolemente il giovane e sospiri profondamente
e prieghilo che le dica perché viene così tardi.
Vegnano le lagrime a li occhi e il dolore infinto d' altra amica che
'l
tegna, e co li suoi diti li graffi il viso.
Questo fatto il conforterae a credere ch' ella l' ami, e di propia
volontade
avrae compassione e dirae: «Questa è presa per la sollecitudine
e
pensiero ch' ella hae di me!»
E spezialmente s' egli serae adornato e piacerà a lo spec[c]hio,
egli crederae
che·lle idee possano essere tocche del suo amore.
Ma la 'ngiuria temperatamente turbi te, chiunque tu se', sì
che tu non
sia povera di senno, udito ch' egli abbia la bagascia;
né nollo crederai incontanente:
di cioe.
Una fonte sacrata e santa è presso al colle di monte Umeto,
fiorito
di porporini fiori, apresso della quale è la terra umida per
li verdi
cespugli;
la bassa selva vi fa bosco, li arboscelli cuoprono e ombriano l' erba;
il
ramerino e l' aloro e la nera mortine vi rendono olore,
[p. 342]
e non v' è di lungi lo spesso bosso e le debili genestre, né
vi sono di
lungi i sottili cithi e l' onorato e festeg[g]iato pino;
cotante generazioni di foglie e l' ottima erba triemano, percosse da
li
soavi e leni venti.
Quivi fue accet[t]evole riposo a Cefalo; in questo luogo il giovane
Cefalo,
abandonando i suoi fanti e li cani, essendo stanco di cacciare, spesse
volte si puose a sedere,
e solea cantare ivi :- O mobile aura, da ricevere nel nostro petto,
vieni,
acciò che tu sollievi il mio calore !-
Uno male servigiale sollicito riportò l' udite boce co la ricordevole
bocca
a li orec[c]hi de la moglie di Cefalo.
Sì come Pocris intese il nome della aura sì come nome
di bagascia del
marito, cadde tramortita e per lo subito dolore fue mutola;
ella diventò pallida, sì come i racimoli colti de la
tardia vite, e sì come
impalidiscono le foglie le quali il nuovo verno offese,
e sì come i maturi cederni, i quali inchinano i suoi rami, e
come le corniole,
le quali bene non sono aconcio cibo a noi.
[p. 343]
Poi ch' ella fue ritornata in sé, ella isquarcioe le sottili
vestimenta dal
petto e coll' unghie si fesse le non degne gote.
Né fece dimoro, ma ella, furiosa, isparti i capelli, vola per
mezzo le
vie, sì come l' ebra sacerdotessa di Bacco.
Poi che presso a quello luogo pervenne, ella lascioe i compagni ne
la
valle, ed ella forte, con at[t]ento piede, celatamente entroe nel bosco.
O Pocris, che animo era il tuo, quando tue, impazzata, stavi nascosta
nel bosco? Che arsura era ne lo spaventato petto?
Qualunque aura era e traeva, tu pensavi che la bagascia del tuo marito
venisse, e pensavi vedere quelle vergogne co li tuoi oc[c]hi.
Ora t' incresce esserci venuta: certo tu no li vorresti ingiugnere;
ora
ti giova: ché il dubioso amore travolge il tuo petto.
Il luogo e il nome e il messo che 'l ti disse sono quelle cose che
ti comandano che tue il creda, e perciò che la mente sempre
quello
ch' ella teme pensa così essere,
e vide l' erba iscalpitata con orme umane; li paurosi petti si isbattono,
tremando il cuore.
E già il mezzo die aveva contratte sottili ombre, e la fine
del die
e la mattina erano igualmente di lungi da questa ora:
ecco Cefalo, figliuolo di Mercurio, che torna ne le selve e il bollente
viso percuote coll' acqua de la fonte.
[p. 344]
O Pocris, tu stai nascosa, angosciosa, e Cefalo si giace nell' erba
dov' è
uso. Egli disse :- O soavi zefiri e la morbida aura, siate presenti
!-
Poscia che a la misera fue manifesto il giocundo errore del nome,
e la mente tornò in lei e il vero colore nel volto.
Si levoe e mosse le foglie che l' erano dinanzi, volendo andare ad
abbracciare
il marito.
Cefalo, pensando che frascheg[g]iasse una fiera, aperse l' arco giovanescamente
e le saette furono ne la destra mano.
O disaventurato, che fai tu? Ella non è fiera; ritieni le saette!
Omè misero, la giovane è passata col tuo strale!
- Oimè - Pocris grida - tu hai passato il petto amichevole!
Questo
luogo hae sempre le fedite da Cefalo.
Io muoio anzi ora, ma non offesa d' alcuna bagascia; per questo la
terra
faccia che quella postami adosso sia lieve a me.
Già lo spirito mio esce nelle aure, le quali per lo nome mi
furo sospette;
io morio vie via, chiudemi gli occhi co la cara mano .-
Colui sostiene col tristo petto il corpo moriendo de la sua donna e
le
crudeli piaghe lava co le lagrime.
[p. 345]
Ella disse, e con non scaltrito petto, a poco a poco trascorso lo spirito
ne la faccia del misero marito è tolto via.
Ma ripetiamo il nostro lavorio; elli mi conviene andare con ignude
cose, acciò che la lassa nave giunga e toc[c]hi i suoi porti.
Aspetterai sollicitamente infino ch' io ti meni ne' conviti e da questa
parte altresie domandi tue li miei amonimenti.
Vieni tarda e posta la lucerna vae acconciamente; tu per tardare verra'
più graziosa: la dimoranza è una grandissima allettatrice;
e se tu sarai sozza, tu parrai bella, e la notte medesima nasconderae
tutti i tuoi vizi.
Piglia la vivanda colli diti: egli è uno piacevole modo di manicare;
né
non ti ugnere il viso e la bocca co la sozza e non netta mano;
né non pigliare troppa vivanda a casa, resta, anzi che tu sie
sazia; tu
puoi manicare un poco meno che tu disideri.
Se Paris vedrae Elena manicare disiderosamente, elli la odierae e dirae:
«La mia preda è stolta».
Più aconcia cosa è e più si conviene che le giovani
beano, conciosiacosa
che tu, Bacco, non ti sconvegni col figliuolo di Venus.
[p. 346]
Il vino è quello per lo quale il capo è infermo e l'
animo e li piedi pigri,
e per lo quale tu vedi le cose semplici e singulari doppie.
Sozza cosa è la femina bagnata di molto vino; ella è
degna che si giaccia
co·llei in tutti modi.
Né non è sicura cosa sogiacere al sonno, poi che se'
a tavola: molte
cose vergognose si sogliono fare per lo sonno.
Io mi vergognava di dire più innanzi, ma la santa Venus disse
:- Ovidio,
quello di che tu·tti vergogni è speziale e propia nostra
opera .-
Ciascuna giovane si cognosca sé stessa: prendete certi e determinati
modi d' adornarvi dal corpo: non si conviene a tutte una medesima
figura.
Colei il cui viso sarae bellissimo stea volta col viso verso l' aria;
quella
le cui spalle piacciono, sia guardata di dietro.
Mimalione portava le gambe d' Atalante in su li suoi omeri; s' elle
sono belle, queste sono ora da essere guatate.
Quella ch' è piccola, sia portata a cavallo: la moglie d' Ettore,
però ch' era
lunghissima, mai non sedeo in sul cavallo d' Ettore.
La femina priema il letto co li ginoc[c]hi, uno pocolino ripiegata
la testa;
la femina è da vedere per lo lungo lato.
Quella il cui pagliaio è giovanesco e il cui petto è
sanza menda, stea
distesa nel torto letto.
[p. 347]
Né non pensare ch' egli ti sia sozza cosa di sciogliere le trecce,
come
la madre di Phylis, e ripiega il collo co li sparti capelli.
Tu altresie il cui corpo per parturire è crespo, usa, sì
come il Babillonico,
i cavalli volti.
Mille sono i modi dilettevoli della lussuria; sempice cosa è
e di piccola
fatica, quand' ella giace in su lo diritto lato mezzo suppina.
Ma né i trepiedi di Febo, né il cornuto Amone più
vere cose vi dirae
che·lla mia scienzia versificata vi canta.
Se alcuna fede si dae a l' arte, a quella la quale noi facemo per lunga
usanza, credete: i nostri versi daranno migliore fede.
La femina, distemperata, senta lussuria da le midolle dentro e quella
cosa igualmente a voi due diletti.
Né non restino le lusinghevoli boci e li giocondi mormorii,
né le sfacciate
parole tacciano in mezzo i giuochi.
Tu altresie, a la quale la natura negoe sentimento di lussuria, infigni
dolci diletti con mentito suono.
Disaventurata è quella giovane a la quale quello luogo sta pigro,
il quale
la femina e l' uomo debbono igualmente usare.
Ma guarderai solamente che, quando tu ti infigni, tu non ti scuopri:
tutte le cose infinte passano li sui modi.
[p. 348]
Quello che diletta, argomentilo e le boci e l' ansciare; ahimè,
io mi vergogno;
questa parte ha segreti segni e cognoscimenti.
Doppo i diletti della lussuria, i quali il dono degli amanti domanda,
ella
non vorrae che 'l peso abbia suoi prieghi.
Né non ricevere il lume ne la camera per tutte le finestre:
molte cose
più aconciamente stanno celate nel vostro corpo.
Il giuoco hae fine; tempo è che discendano i cigni, i quali
menaro i nostri
giuóchi col suo collo.
Sì come già i giovani, così ora le garzonette,
mio popolo, scrivano nelli
spogli: «Naso nostro maestro fue».