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Non che fosse mia credenza che sola la bella favella in sé avesse tanta d'uttilitade, se colui che sa bene favellare non avesse in sé senno e giustizia; anzi, sanza le dette due cose è quella persona per la favella una pistolenzia grandissima del suo comune, ed è com'uno coltello aguto e tagliente i· mano d'uno furioso. Ma se l'uomo à in sé senno in sapere bene in sulle cose vedere, e à in sé giustizia, cioè ferma volontà in volere le cose bene disporre, e dirittamente volere fare, gli fa bisogno di sapere favellare, acciò che sapia le cose mostrare e aprire. E sanza la favella sarebe la bontà sua com'uno tesoro riposto sotterra, che, se non è saputo, più che terra non vale. E da che la favella è acompagnata in alcuna persona colla giustizia e col senno, rende sì perfetto l'uomo ch'è tanto migliore che non sono gli altri, quanto t'ò mostrato di soppra che sono gli uomini, per la favella, meglio che lli altri animali; perché vale molto a ssé medesimo, e è molto utile e caro al suo comune, e agli amici e parenti è grandissimo consiglio e rifugio.
Dunque, quale persona vuole sapere bene favellare,
si peni in prima d'avere senno, acciò che conosca e senta ciò
che dice, e poi pigli ferma volontà d'aoperare giustizia e ragione,
acciò che della sua favella non si possa altro che bene seguitare.
E questo cotale lega in questo libro, che tratta di certa dottrina che
in sul favellare è data da' savi.
Ma questo interviene di due modi posti di sopra - cioè o per seguitare nel suo dire alcuno bel dicitore, o per vedere e sentire la dottrina e li amaestramenti che in sul favellare è data da' savi -: che per niuno de' detti due modi apara l'uomo bene a parlare se prima nonn- usa di dicere; ma usando di dire, e sapiendo li amaestramenti dati da' savi, o seguitando nel suo dire alcuno bel dicitore, s'apara di favellare tosto e più agevolemente; per la qual cosa possiamo vedere che 'l bello dicere è tutto dato a l'usanza, e sanza usare non può essere alcuno bello parlatore. E per usanza di molto dire, o per seguitare nel suo dire alcuno bello dicitore, aparano li uomini laici a parlare, e non per sapere li amaestramenti dati da' savi in sul favellare, perché no gli sanno né gli possono sapere, perché sono dati per lettera da lloro.
Ma, acciò che di questa via possano i laici
alcuna cosa sapere, ò colti certi fiori di molti detti di savi,
a priego di certe persone, e recati in volgare, per li quali ne possono
pigliare alcuna dottrina.
Giudiciale è quella favella quando s'adomanda alcuna cosa, o accusasi alcuna persona, o rispondesi a la domandanza o all'acusa fatta d'alcuno. Ed è detta giudiciale perché s'usa dinanzi a' signori e a' giudici che rendono la ragione; ed è favella di contenzione.
Diliberativa è detta quella favella quando sopra alcuna cosa si consiglia. Ed è detta diliberativa perché colui che consiglia dilibera in prima quello che dà per consiglio.
Dimostrativa è detta quella favella quando si dice bene o male d'alcuna persona. Ed è detta dimostrativa perché mostra chent'è la persona della quale si favella.
Le quali favelle come si possono usare e fare perfettamente
ti voglio per ordine mostrare e aprire; e in prima della favella iudiciale,
ch'è posta in prima di sopra, nella quale s'usa più spesso
di parlare.
Acordansi insieme le parole della diceria quando si dicono in tal modo che non si pecchi i· latino.
Proferansi le parole della diceria come si conviene a ragione quando si dicono come si conviene, secondo il volgare nel quale si favella.
E per discacciare da la favella i detti due vizii fue fatta tutta l'arte della gramatica, la quale si divide nelle dette due parti, che s'apellano silogismo e barbarismo. La parte della gramatica che s'apella silogismo insegna le parti della diceria sìe acordare che non si pecchi i· latino. E quella che s'apella barbarismo insegna le parti della diceria bene profferere, come sanno bene i gramatici.
E dicesi la diceria per parole proprie quando si dice per parole che bene si fanno col fatto.
E dicesi la diceria per parole usate quando non si
dice per parole stranie, cioè che non sieno in usanza de' dicitori.
Dicono i savi che lla favella si può in due modi ordinare: l'uno modo, secondo la dottrina data da l'arte; l'altro, secondo che si conviene al tempo che 'l fatto si dice.
Ordinasi la favella secondo l'ordine dato da l'arte quando si divide in sei parti la diceria, cioè: proemio, narragione, divisione, confermagione, risponsione, conclusione.
Proemio è la prima parte della diceria, per lo quale s'aconcia l'animo dell'uditore meglio a udire.
Narragione è la seconda parte della diceria, per la quale si dice il fatto in verità com'è stato, o quasi come.
Divisione è la terza parte della diceria, per la quale s'apre sopra quante cose si dé dire, e mostrasi l'ordine che dee tenere.
Confermagione è la quarta parte della diceria, per la quale si pruova la 'ntenzione di colui che favella per belle ragioni e forti argomenti. Risponsione è la quinta parte della diceria, per la quale si risponde a le ragioni che l'altra parte à proposte o potesse proponere, ch'al detto suo fosse contrario.
Conclusione è la sesta parte della diceria,
per la quale il dicitore reca a memoria dell'uditore in poche parole ciò
che spertamente à detto di sopra.
E di questo sia l'avogado nelle sue allegagioni sempre amonito: che, fatta la proposta e la divisione, come t'ò di sopra mostrato, asegni incontanente in ciascheduno membro la ragione laonde provi la sua intenzione.
Apresso confermi la ragione per belle ragioni e forti argomenti.
Apresso adorni il detto suo per belle similitudini
ed essempli. Apresso faccia la conclusione, cioè rechi a memoria
dell'uditore in poche parole tutto ciò che spertamente à
detto di sopra. E così sarà pienissima sua allegagione, cioè
di tutte le sue parti composta. Ma quella sarà piena c'averà
meno alcuna di quelle; e quella sarà brieve che delle dette parti
averà tre solamente, cioè: la proposta, e la ragione, e la
confermagione della ragione, sanza le quali non può essere alcuna
allegagione; ma può essere sanza l'altre,
che si possono lasciare tutte o parte per l'avogado, come pare a llui che
si convenga, considerando il tempo che parla, come t'ò già
di sopra mostrato.
Apresso ci conviene conoscere la ragione c'usa colui a cu' è adomandato in sua difensione, e quella che propone colui che domanda contra quella ragione; perché, della detta ragione c'usa colui a cu' è adomandato in sua difensione, e di quella che propone colui c'adimanda contra quella ragione, nascono tutte l'alegagione delle parti. E questo è utilissimo a sapere, acciò che sappie a che debi arendere l'animo tuo quando vuoli fare allegagione.
E da che averemo veduto le dette cose, sì tti mostrerrò come si possono fare li argomenti e le 'legagioni in ogni quistione, per li quali si fa la confermagione e la risponsione, che sono le due parti della diceria che tt'ò posto di sopra. E perché poco pro farebe al dicitore sapere bene allegare e trovare, per la parte sua, buone ragioni, se nolle sapesse ornatamente dire e tostamente ne si sapesse isbrigare, sì tti mostrerò apresso come il dicitore dé sapere ornatamente dire le sue allegagioni, e come si ne dé sapere isbrigare. E perché dire ornatamente l'alegagioni richiede di sapere fare la proposta, e di sapere asegnare la ragione, e di sapere la ragione confermare, e di sapere il detto suo ornare, e di sapere poscia ciò c'à detto ridire e recare a memoria dell'uditore in poche parole, sì tti mostrerrò apresso come le dette cose si possono bene fare. Apresso ti voglio mostrare le false allegagioni che in catuna delle dette cinque parti si possono fare e usare, acciò che 'l dicitore si ne debia guardare; e, se da l'altra parte si fanno, le sappi riprendere e schencire.
Ma perché sapere le dette cose è tutto ciò ch'a l'avogado si conviene, perché, quando egli à per belle ragioni e forti argomenti il detto suo onfermato, e risposto pienamente a quello che l'altra parte à proposto o potesse proporre c'al detto suo fosse contrario, e saputo bene ornare e aconciare il detto suo e àsene saputo isbrigare, sì à compiuto e fatto ciò ch'a l'avogado si conviene, e a coloro che so laici non fa bisogno le dette cose sapere, sì no mi travaglierò di recare le dette cose in volgare.
Ma gli avogadi che sono letterati, se lle dette cose
vogliono sapere, legano
nella Rettorica di Tulio, là ove ne troveranno, secondo il detto
ordine, piena dottrina; e coloro che so laici facciano la loro confermagione
e risponsione come possono il meglio, secondo che loro è dato per
natura.
Possonsi ornare le parole della diceria i·
molti modi, e à catuno ornamento il suo nome per meglio tenerli
a memoria, i quali ti voglio per ordine mostrare e aprire, e di catuno
dare essemplo, acciò che conoschi e veghi meglio come si fanno.
E a trattare di questa materia, ci conviene sapere in prima di quante generazioni sono memorie; e pongono i savi che sono due, cioè: naturale e artificiale.
Naturale è detta quella memoria quando l'uomo si ricorda delle cose, imaginandole in prima nell'animo suo naturalmente.
Artificiale è detta quella memoria quando si ricorda delle cose, imaginandole in prima nell'animo suo secondo certa dottrina data da' savi.
E avegna che lla naturale memoria sia perfettissima cosa a l'uomo, tuttavia è molto debole e fragile, perché comprende l'uomo a mente poche cose per quella memoria, e quelle cotante che comprende dimentica molto agevolemente. Però da l'artificiale memoria riceve acrescimento, in ciò che, per vertù di quella, si ricorda l'uomo di più cose, e ritornagli a memoria più agevolemente, e ànne più lunga memoria. Ed è questa memoria artificiale, per la detta cagione, molto utilissima al dicitore, che à a comprendere a mente molte cose che sotto una diceria bisognano di dire, acciò che le possa comprendere tutte, e possasene agevolemente ricordare. Perch'è di lei come de la letteratura nell'uomo letterato, che scrive per ordine molte cose, le quali non potrebe comprendere a mente, e, per vertù della lettera, legendole, poscia se ne ricorda e tiene lunga memoria.
E acciò che della detta memoria artificiale s'abia piena dottrina, fa bisogno di sapere trovare luoghi e imagini.
Luoghi si vogliono sapere trovare certissimi e manifestissimi alla memoria naturale, sì che s'abiano bene alle mani.
Imagini si vogliono sapere trovare che si ne ricordi l'uomo agevolemente, e che rapresentino bene le cose onde l'uomo vuole fare memoria, a ch'elle sono asimigliate.
Le dette imagini ne' detti luoghi si vogliono sapere bene allogare, perché i detti luoghi sono, in questa memoria artificiale, come nella scrittura le carte; e le dette imagini nelli loro luoghi bene allogate sono come le lettere che nelle carte sono scritte. E come le lettere scritte nelle carte rapresentano a memoria le cose che scritte vi sono, così le imagine bene allogate ne' loro luoghi rapresentano le cose laonde l'uomo si vole ricordare, per la similitudine delle 'magini a che sono asimigliate, e ànne l'uomo verace memoria.
E perché dire come si vogliono trovare i detti
luoghi, e come si vogliono trovare le dette imagini, e chente vogliono
esere, e quante, e per che ordine, e come le dette imagini si vogliono
alogare ne' detti luoghi, acciò che possano dare verace e ferma
memoria delle cose a cche sono per similitudine imaginate, onde l'uomo
si vuole ricordare, è materia di tanta sottigliezza che traslatare
in volgare non si potrebe che se n'avesse per li laice perfetto intendimento,
sì mi tacerò in traslatare più di questa materia.
E coloro che sono letterati, se della detta memoria artificiale vogliono
sapere, legano nella Rettorica di Tulio, là ove ne troveranno pienamente
trattato; e coloro che sono laici tengano a mente le cose come possono
il meglio, secondo ch'è loro dato per natura.
E a ttrattare di questa materia, cioè come
la diceria si profera bene e piacevolemente, fa bisogno di sapere in prima
che in due cose è tutto il bene profferere, cioè nella boce
piacente, e ne' regimenti del corpo, che sono nel menare delle mani e de'
piedi e nella cera del volto. E come queste cose in sul profferere si debiano
bene fare, ti voglio per ordine mostrare e aprire; e prima come si proffera
la diceria con boce piacente.
Ora ti voglio mostrare la dottrina della seconda favella, cioè di quella che s'apella diliberativa, per la quale si consiglia in sulle cose. E prima ti mostrerrò certe cose che fanno bisogno di sapere a coloro che vogliono consigliare; apresso, per quante vie e modi si può consigliare in sulle cose.
E se 'l consigliatore, considerata la cagione della cosa sopra la quale si piglia consiglio, vede che l'uttilità sua è che si faccia in tale modo che sia lodata dalle genti - che 'l può conoscere apertamente, quando vede in che si ferma e riposa la volontà delle genti in sulla proposta -, sì dé sapere il consigliatore che, avegna che neuna volta si può dare consiglio che lla cosa onde è la proposta stea bene e drittamente, che da le genti lodata non sia, sì interviene molte volte che di certe cose si piglia consiglio che il consigliatore non guarda di consigliare quello onde la cosa della proposta possa bene e drittamente stare, ma solo che da le genti sia lodata e dettone bene; perché so molte cose che, avegna che drittamente e bene fatte non sieno, sì sono lodate e piacciono alle genti; e dési la volontà delle genti in quella cotale proposta seguitare.
E perché questo interviene rade volte, cioè
che piaccia alle genti cosa che drittamente fatta non sia, se caso intervenisse
che in alcuna proposta questa uttilità si debia seguitare, cioè
la volontà e la loda delle genti, poscia che 'l fatto della proposta
non si faccia drittamente, sì se dà al consigliatore cotale
dottrina da' savi: che faccia che si seguiti, del consiglio che piglia,
loda buona onesta; perché può essere molte volte la cosa
lodata, ma di loda ch'è ria e da fugire, sì come chi lodasse
alcuna persona che fosse iscaltrito ladro o ingegnoso puttiniere, o lodasselo
d'alcun'altra soza o vitiperevole cosa; la quale loda non dé volere
alcuna persona che ssi seguiti del suo consigliare.
E trattando di questa materia, dicono i savi che da tre cose si può dire d'alcuna persona bene e male, cioè: delle cose che s'apartengono a l'animo, e di quelle che s'apartengono al corpo, e di quelle che s'apartengono fuori del corpo, cioè da' beni della ventura.