Bono Giamboni

Fiore di rettorica
redaction delta''

[1292]
ed. Gian Battista Speroni
(Pavia, Dipartimento di Scienza della Letteratura e dell'Arte medioevale e moderna, 1994) pp. 155-160
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[2]

    Dunque, qualunque persona à voluntà e vuole sapere bene favellare e piacevolemente, sì si peni e pensi d'avere in prima senno, acciò che cognosca e senta quello che dice; poi prenda ferma voluntà d'aoperare giustizia e misura e ragione, acciò che de la sua parola non si possa altro che ben seguitare. E questo libro legga sicuramente, e senta meco certi amaestramenti che sono dati dal savio in sul favellare. E da che gli à letti e bene impresi, sì usi spesse volte il dire, perché il ben parlare si è tutto dato a l'usanza, ché ogni cosa s'acquista per uso e abassa molto per disusare; e sanza usare non può essere alcuno buono parladore.
 
 

[3] Sopra sapere ordinatamente ben favellare, e per quanti modi s'appara bene e dirittamente a parlare, e l'usanza che fa bisogno.

    Coloro che vogliono sapere ornatamente e piacevolemente favellare, bene e proficabilmente possono venire a capo de· lloro intendimento per tre vie: l'una, per molta usanza di dire, perché, usando di dire l'uomo, la natura <...> da sé medesimo imprende; la seconda, per seguitare nel suo dire alcuno bel dicitore c'abbia già udito, perché, dilettandosi l'uomo nel dire d'alcuna savia persona (bel dicitore), seguita le parole, e 'l modo suo s'adorna; la terza, per vedere e per sentire la dottrina e gli amaestramenti che in sul favellare è data da' savi.

    Ma questo interviene per li due modi che sono posti di sopra - cioè per usanza di molto dire, o per seguitare nel suo dire alcuno bel dicitore -, apparano gl'uomini laici a parlare bene, <e non per> lo terzo, cioè per sapere o per vedere o per sentire gli amaestramenti e la dottrina che in sul favellare son dati da' savi, perché nolla sanno né ·lla possono sapere, perch' è data per lettera da ·lloro. Ché per neuno de' detti tre modi di sopra appara l'uomo bene a parlare, se prima non usa di dire; ma, usando di dire e sappiendo li amaestramenti dati, o seguitando di dire alcuno bel dicitore, saprà favellare tosto e piacevolemente. Per la qual cosa possiamo vedere che 'l bel dire è tutto dato a l'usanza, e sanza usanza non puote essere bel dicitore. E per usanza di molto dire, o per seguitare nel suo dire alcuno bel dicitore, apparano gl'uomini valenti laici a parlare, e non per sapere gli amaestramenti dati da' savi in sul favellare, perché no gli sanno.

    Ma, perciò che di questa via possano i laici alcuna cosa vedere (quelli che non sono letterati), mi penerò de darne alcuno amaestramento, avegna che malagevolemente si possa ben fare, perché la materia è molto sottile a me non ben saputo, e le sottili cose non si possono bene aprire, sì che se n'abbia bene fermo intendimento, a' non litterati, se 'l disponitore nonn- è savio.

    E però, quelli che legge in questo libretto, se d'alcuna cosa dubitasse, legga in prima e rilegga molte volte, sì che da sé medesimo la 'ntenda, ch'io le pur dirò sì che intendere le potrà; e se alcuna volta dubitasse de cosa che non intendesse, sì ricorra a' savi, però che 'l ne faranno inteso; perché il domandare spesse volte de le cose dubitose è una de le cinque chiavi de sapienzia, per la quale l'uomo puote divenire savio.
 
 
 

[4] Cominciasi de che materia dee trattare il libro, e mostra l'ordine che dee tenere.

    De la dottrina e degli amonimenti che 'n sul favellare son dati da' savi volendo alcuna cosa ritrarre in volgare, ti voglio in prima mostrare come il dicitore dee sapere bene ornatamente parlare; apresso, come il detto suo dee sapere ordinare; apresso, come, con bel reggimento e piacevole volto, dee sapere lo detto suo profferere; apresso, per quante vie e modi si dee e può consigliare in su le cose; appresso, per quanti modi si può dire bene e male d'alcuna persona.

    E chi de le dette cose vuole imparare, arrenda tutto l'animo suo al detto mio, e assottigli lo 'ngegno, e affermi la memoria e lo 'ntendimento, perché la materia è molto sottile, e contiene in sé molte utili cose.
 
 

[68] Parole de lo scrittore.

     Seguitasi ora, nel libro del frate Guidotto, un'altra volta dottrina sopra le sei parti de la diceria, cioè sopra il proemio, narrazione, divisione, confermagione, risponsione, e conchiusione. Ma io scrittore, essaminato e veduto chiarissimamente che innanzi al trattato de l'ornamento de la favella egli quel trattato scrisse, e che tra questo trattato e quello è neuna differenzia o di parole o d'efetto, sì lascerò stare, e passerò al terzo trattato del libro; ma chi 'l pur volesse come il frate lo scrisse, ciò non biasimo né lodo. Non vorrei io, o maestro Mella, tu c'avrai forse più presso la boce a riprendermi che lo 'ntelletto a considerare s'io dissi vero, che tu credessi che, s'io fossi a viso a viso col frate, che io tacessi queste parole.

    E se tu di': "A che difetto l'aporrai, al frate o forse a scrittore"?, rispondo: "A scrittore no, ché pur alcuna diversità è da quello dinanzi a questo, ma non che vaglia nulla."  S'io dico che 'l frate era allotta ebbro, o dico che egli ignorasse quel che facea, leggiermente proverai il contrario; pur dico che questo trattato due volte non bisognava; perché 'l facesse, nol so.  Se tu vertecchio dicessi: "Quello fu sopra l'ordine iudiziale, come pare nella lettera, e questo dunque saràe sopra il deliberativo e demostrativo," rispondo: "Pruovati a te non dire vero per le Rettoriche de Tulio; colui non pone in questo trattato alcuna differenzia per quelli ordini."

    E se tu ancora cinguetti e di': "Or fuoro tutti li altri che l'ànno letto ciechi, e tu solo vedi lume!", rispondoti: "Se tu non mi lasci stare, io dirò il peggio ch'io potrò, cioè che né tu né gli altri sacerdoti leggesti mai libro se non come fanciullo de sei anni, che rincorre l'a. b. c. e 'l DEUS IN NOMINE."

    Queste parole fuoro necessarie, acciò che non paresse quel trattato essere rimaso in penna, ma l'ordine trasmutato.