Bono Giamboni

Fiore di rettorica
redaction alpha

[1292]
ed. Gian Battista Speroni
(Pavia, Dipartimento di Scienza della Letteratura e dell'Arte medioevale e moderna, 1994)
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[3]

    De la dotrina e di li amaestramenti che 'n sul favellare son dati da' savi volendo certi utili e bei fiori recare in volgare, ti voglio in prima mostrare quanti son li modi del parlare, perché no riceve ogni favella ornamento.  E asegnane i savi tre modi: il primaio è dito grave, il secondo è deto mezano, il terzio è dito minore.

    Grave è deta quella favella la cu' materia è di gran fato, e à in sé ornate parole e belle sentenzie, sian proprie o per similitudine dete.

    Mezana è dita quella favella la cui materia no è così alta, e non à in sé tanti ornamenti.

    Minore è deta quella favella la cu' materia è de vil cosa, e dicesi co' un rasonamento che si fa tra le genti.
 
 

[4]

    Veduti quanti son li modi di parlare, sì ti voglio or mostrare che cose fanno bisogno di sapere a favelar perfetamente. E a perfetamente parlare, fanno bisogno che 'l parlatore sapia tre cose: la prima, che sapia ornare sua diceria; la seconda, che la sapia ordinare; la terza, che la sapia ben proferrere. Ornar la dé sapere, perché i belli ornamenti fanno la diciria molto piacente; ordinar la dé sapere, perché la diceria ben ordinata s'intende meglio, e più asevolemente si ritiene; proferer la dé sapere, perché neuna diceria è di tanta bontà che paia neente, se con piacevole voce e be' regimenti no è saputa ben dire.

    E prima ti vo' mostrare per quante vie e modi la diceria se puote ornare: e di questo faremo il tratato primaio; apresso, in che modo si dé ordinare: e di questo faremo il tratato secondo; apresso, in che modo si dé proferere: e di questo faremo il terzio tratato.

    E perché le dete tre cose fanno l'on devenire bel parladore, a a' consigli sono appellati que' che sano ben parlare, sì ti vo' mostrare apresso in che modo il dicitor dé saper consigliare in su le cose: e di questo faremo il quarto trattato.

    E perché ne le dicerie che si fanno si dice spesse volte bene e male d'alcuna persona - no che principalmente la diciria si facia per ciò, ma perch'a molti fatti si richiede de così dire -, sì ti mosterò apresso per quanti modi se può dir bene e male d'alcuna persona: e di quisto faremo lo quinto tratato. E quivi si finirà l'opera nostra, e serà quisto libro diviso in cinque tratati.

    E chi de le dette cose vuole imparare, areda tuto l'animo suo al deto nostro, e sotigli lo 'ngegno, e firmi la memoria e lo 'ntendimento, perché la materia è molto sotile, e contiene in sé molte utile cose.
 
 

[5]

    Il dicitore che vuole ornatamente parlare pò far li suoi ornamenti in due modi: l'on per dire ornate parole, l'altro per pore gravi e bele sentenzie. E in quanti modi si possono ornar le parole, e qua' sian le gravi e belle sentenzie, laonde la diciria si rede piacente, ti vo' per ordine mostrare e aprire.

E chi al deto mio porà ben mente, neuna ornata parola udirà pore, neuna grave sentenzia udirà fare ne la diciria d'alcuna persona, che no sapia dire lo nome suo, e conoser se serà ben fata a rasone; e e' medesimo le si saprà fare, quamd'averà usato de dire.

    E prima ti vo' mostrare in quanti modi si possono ornar le parole, e po' diremo qua' son l'ornate e gravi sentenzie.
 
 

[6]

    Le parole si possono ornare in molti modi; e à 'l suo proprio nome ciascuno ornamento, le qua' ti vo' per ordine nominare e aprire, e mostrarti ciascuno modo per essempio, aciò che me' le possi imaginare e vedere.
 
 

[51] Qui si comincia il secundo tratato del libro, ne qual si dice in che modo il dicitore dé il dito suo ordinare, e prima de l'ordine che dé tenere secondo la via data da l'arte.

    Bonamente aviàn veduta la dotrina de la prima parte del libro, cioè in che modo il dicitore dé sapere ornare la sua diciria, in ciò che t'ò apertamente mostrato in che modo le parole si possono ornare, e qua' son le gravi e belle sentenzie che sono in usanza di dicitori, laonde la diciria si rede piacente.

    Or ti vo' mostrare de la seconda parte, cioè in che modo dé sapere il dicitore il deto suo ordinare. Il quale ordine è di tanta utilità ne la diciria che, s'egli è ben fatto e come si conviene a rasone, così dà vitoria al dicitore de su' intendimento come le schiere di cavalieri ben composte e ordinate fano vincer ai segnor le bataglie.

    Colui ch'è dicitor puote la diciria sua ordinare in dui modi: l'uno, secondo la dotrina e la via ch'è trovata e data da l'arte; l'altro, secondo che se conviene al tempo che 'l fatto si dice.

    Secondo la dotrina ch'è trovata e data da l'arte puote il dicitore il deto suo ordinare se dividerà in sei parti la sua diciria, cioè: proemio, narasione, divisione, confermasone, responsione, conclusione.

    Proemio è la prima parte de la diciria, perché 'l dicitore, ne lo 'ncominciamento del su' dire, dé prima pore un proemio, cioè dé dire alquante belle parole, per le quai acati benivolenzia da l'uditore, e aconcisi l'animo loro meglio ad udire.

    Narrasione è la seconda parte de la diciria, perché, fatto il dicitore proemio, dì pore la sua narasone, cioè dì narar e dir lo fatto over la proposta sopra ch'egl'intende de dire.

    Divisione è la terza parte de la diciria, perché, sì tosto come il dicitore à 'l fatto narrato, dé fare la sua divisione, cioè dé mostrare sopra quante cose dé dire, e aprire l'ordine che dé tenere.

Confermasione è la quarta parte de la diciria, perché, sì tosto come il dicitore à 'l fato diviso, dé pore la sua confermasione, cioè sopra ciascun membro de la sua divisione dé aprire e mostrare la sua intenzione, e provalla
per buoni argomenti e per bele rasioni.

    Responsione è la quinta parte de la diciria, perché, fatta il dicitore la confermasione de la sua intenzione, dé pore la sua responsione, cioè dé considerare s'alcuno avesse proposto o potesse propore alcuna cosa ch'al deto suo fosse contrario, e qui fare la sua responsione.

    Conclusione è la sesta e sezaia parte de la diciria, perché, sì tosto che 'l dicitore à fata la sua ressponsione, dé apresso pore la sua conclusione, cioè le cose che spartamente à dite di sopra dé recare a memoria digl'uditori in poche parole.
 
 

[60]

    Apare donque, per quel ch'è dito di sopra, che questa parte de la diciria che s'apella narrare, no sempre dé usare lo dicitore ne la sua diciria; perché, se la proposta over lo fato sopra il qual si dé dire è agl'uditori chiaro e aperto, non si dé impaciar di far narrasone; ma se chiaro e aperto non fosse e fa bisogno de dire, sì 'l dica brieve e aperto, e che paia vero o versimile cossa quel che si dice: la qual cosa potrà fare agevolemente, se serverà la dotrina e gli amaestramenti che son posti di sopra.
 
 

[65]

    E in che modo il dicitore pò far conclusione per via de 'bominamento, inzicando l'animo de l'uditore e acendendolo contra l'aversario suo, e in che modo per via de misericordia, recando a misericordia l'animo de l'uditore verso colu' che favella, no ti vo' qui mostrare e aprire, perché e a me sarebe faticoso a mostrare, e a' laici ad intendere tropo sotile.  Però, color che son literati, se de le dete cose voglion sapere, legan ne la Retorica de Tullio, là ove ne troverano pienamente tratato; e i laici faciano questi dui modi de conclusione, che sono le fini e le restate de le dicirie, come s'aconcia per natura lor di fare, secondo la materia ne la qual si favella.
 
 

[71] Qui si comincia il quarto tratato di· libro, il qual si dà dotrina del consigliare in su le cose; e prima che cose fano bisogno al consigliatore di sapere.

     Da ch'aviàn veduto di sopra in che modo il dicitore dé sapere aconciamente e ben parlare, sì ti voglio or mostrare in che modo dé saper consigliare in su le cose, perché color che sanno bene e piacevolmente mostrare a parolle il loro intendimento sono richesti a' consigli. E a tratar di questa materia, sì ti voglio in prima mostrare che cose fa bisogno di sapere a color che voglion consigliare; apresso ti mosterò che via il consigliatore dé tenere in sul consigliare, e per quanti modi pò consigliare.  Dee in prima sapere colui che consiglia che due sono i modi de consegliare: l'uno, ch'è anzi da fare; l'altro, ch'è da far maiormente.

    Il modo del consigliare che s'apella "che è anzi da fare": si è l'uno di partiti che se può pigliare buono, e l'altro è reo. E è questo l'essempio: "Se 'l senato delibera s'egli à a disfar Cartagine o a tenere"; perché l'uno di ditti dui partiti è bono per li Romani, e l'altro è reo per inanzi.  Il modo di consigliare che s'apela "che è da fare magiormente": catun partito che si può pigliar è buono, ma l'uno è via miglior che l'altro; overo è catuno partito reo, ma l'uno è men rio. E è questo l'esempio: "S'Anibalo delibera, quando da qui' di Cartagine fue mandato per lui, s'egli à a tornare a Cartagine, o a stare fermo in Italia, o a passare oltremare a pigliare Alissandra"; perché catuno de' diti partiti è buono a pigliare, ma l'uno è via meglio per inanzi; o è catun reo, ma l'uno è men reo.

Anch'è utile di sapere, a colui che vuol consigliare, che de certe cose si piglia consiglio per casion di quele cose medesime sopra le quali se consiglia. E è questo l'essempio: "Se senato delibera se' presoni citadini di Roma, che sonno in forza de' nemici, son da ricomperare, o no"; perché si piglia consiglio sopra fatto de' presoni, e a cason de' presoni.

    E di certe cose si piglia consiglio, non per casion di quelle cose sopra
le qual se consiglia, ma per altre cose strane. E è questo l'essempio: "Se 'l senato delibera s'egl'è da concedere a Scipione che possa esser consolo di Roma anzi ch'egli abia l'età che dice la lege, o no, per casone de la guera d'Italia"; perché la casone per che si piglia consiglio sopra le ditte cose è la guerra d'Italia, ma d'altre cose si piglia consiglio, cioè s'è da concedere a Scipione che possa esser consolo di Roma anzi ch'abia l'età, perché sapea molto di guera e iera buon capitanio.

    E sopra certe cose si piglia consiglio, parte per casion di quelle cose sopra le quai si consiglia, ma più per altre cose stranie. E è questo l'essempio: "Se 'l senato dilibera se la guardia de la cità di Roma è da cometere a le sue amistà, o no, per la guera d'Italia"; perché sopra la guardia de la terra si piglia consiglio, parte per casion de la guardia di Roma, ma più per altre cose strane, cioè per la guera d'Italia, aciò chi' citadini di Roma isforzatamente possano andare sopra nemici.

    E però è utile di sapere, a cului che vuole consigliare, quel ch'è dito di sopra, aciò che sapia trovar la casone per la quale si piglia consiglio de le cose, sia per quelle cose medesime sopra le quai si consiglia, o sia per altre cose stranie; perché sempre colui che consiglia dé considerare e andar dietro a la casione per che se piglia consiglio de le cose, e de la casione dé fondare tuta la sua diciria.

    Anco dé sapere colui che vuol consigliare che per l'utilità si piglia consiglio de le cose, la qual nasce de la casone che di sopra t'ò insegnato trovare; perché sola l'utulità è la cosa per che sopra le cose se piglia consiglio.

    E l'utilità a chi se può venire de le cose per consigliare può esser de due modi, cioè: o che la cosa sopra la quale si piglia consiglio sia più secura, o che sia più onesta. E alota è l'utilità de la cosa che sia più secura, quando se teme che danno si possa dare in quela cosa, presentemente overo per inanzi. E dano si può dare in dui modi, sì come per forza, over per ingano. Per forza si può dano dare o per oste, o per navilio, o per arme, o per tormento, o per recar gente scaciata i· llor paese, e per altre cota' cose. Per inganno si può danno dare o per busie, o per dinari, o per promessioni, o per mostrar di fare una cosa e far un'altra, o per mutar la cosa ch'è cominciata e fare altrementi, e per altre cota' cose.

    E alota è l'utilità de la cosa che sia più onesta, quando se richiede di farlla in tal modo che stia bene e dritamente, o che stia in tal modo che sia lodata da le genti; perché quella cosa è onesta che sta dritamente, o sta in tal modo, ch'è lodata da le genti e detone bene.
 
 

[72] Come se dé consigliare quando l'utilità de la cosa sopra la qual se piglia consiglio è che sia più secura.

     Da ch'aviamo veduto che cose sono utili di sapere a colui che vuol consigliare, sì ti voglio or mostrare come il consigliatore dé intrar a consigliare in su le cose.

    Dé, colui che vol consigliare, intrare a consigliare su le cose per questa via: che, fata la proposta de la cosa sopra la quale dé consigliare, sì dé il consigliatore in prima considerare la casione perché sopra quella cosa si piglia consiglio, e di quella casione dé trar l'utilità a che si può venire, di quella cosa, per lo consigliare. E si vede che l'utilità sua è che sia più secura, che 'l pò sapere, si se teme che danno si possa dare in quela cosa, presentemente over per innanzi, sì dé colui che consiglia considerare tute le vie onde in quella cosa dano si può dare, sia per forza o sia per inganno, le quai t'ò mostrato di sopra, overo altre, s'altre ne sa trovare; e di quelle vie onde e' vede che danno si può dare, dé trovare i rimedi launde posa esser più secura la cosa, e qui' remedi dé dar per consiglio.
 
 

[73] Per quanti modi se può consigliare quando l'utilità de la cosa è che sia più onesta, per via che dritamente si facia.

     E se cului che consiglia vede che l'utilità de la cosa sopra la qual si piglia consiglio è che sia più onesta, sì dé considerar per qual via, tra per quella che dritamente si facia, o per quella che sia più lodata da le genti. E se vede ch'è per quella che si facia dritamente, sì dé saper colui che consiglia che per venire a la dita utilità si può dar consiglio per quatro modi, cioè: per via de prudenzia, per via de iustizia, per via de forteza, per via de mensura. E come per ciascuna de le dite quatro vie pò il consigliator dare il suo consiglio, ti vo' per ordine mostrare e aprire; e prima come può dare il suo consiglio per via de prudenzia, aciò che la cosa sopra la qual si piglia consiglio dritamente e ben si facia.

    A mostrare come il consigliatore può consigliare per via de prudenzia, aciò che dritamente si facia la cosa, ci fa bisogno in prima di vedire in quanti modi è deta prudeza.

Dicono i savi che prudenza è dita, in un modo, un sotile scaltrimento, per lo quale si muove l'uomo per drita rasione a conoser il ben dal male.  E secondo questo modo di prudenzia si può dar consiglio per questa via: che colui che consiglia apri e mostri nel suo dire qual è il bene e qual è il male di quella cosa sopra la qual si consiglia, e poscia dea per consiglio che 'l bene se debia pigliare, e 'l mal lasare e fugire.

    Anche è dita prudenza avere memoria di molte cose passate e di molti fatti che gli sono avenuti e 'contrati. E secondo questo modo di prudenzia si può dar consiglio per questa via: che dicitore asomigli il fato sopra qual si piglia consiglio ad un'altra cosa passata o ad un altro fato somigliante che gli sia incontrato, e dea per consiglio come in questo fatto somigliante via se debia tenere.

    Anch'è deta prudenzia essere sotile e ingegnoso d'alcuno artifizio o maestria d'utelità, per la qual cosa è l'uomo appellato savio, e maestro di quella cosa. E secondo questo modo di prudenzia si può dar consiglio per questa via: che colui che consiglia truovi una bella maestria d'utilità in sul fato sopra qual se consiglia, e dea la via e 'l modo come si possa fare.
 
 

[74] Per quanti modi si può consigliare per via de iustizia.

     Da ch'aviamo veduto di sopra come si può dar consiglio per via di prudenzia, sì ti vo' mostrare come si può dar consiglio per via de iustizia, aciò che la cosa onde si piglia consiglio dritamente si possa fare. E prima vegiamo che è dita iustizia.

    Dicono i savi che isutizia no è altro c'una ferma voluntà di redere a ciascun la rasion sua secondo l'eser suo.

E a Dio si rede la rason sua da le genti per via de riligione, per la quale se muove l'omo a creder qual che dice la fede. E per questa via si dà consiglio, quando il consigliator dice che la fede de Dio se debia tenir, o le comandamenti de Dio si debian servare, o dice altre cose che s'apertengano a religione, ne le quai dea per consiglio che Dio sia servito e ubedito secondo che la Scritura comanda.

    E al padre rede il figliuolo la rason sua, e citadino al suo comune, per via de pietà, per la qual si muove il figliuolo a servire e onorar lo suo padre e' suoi antecessori, e sovernigli se son besognosi, e citadin se muove a difendere e consigliare fedelmente il suo comune. E consigliasi per questa via quando il consigliatore dà per conseglio cosa unde il padre sia dal suo figliuolo onorato, o servito, o sovenuto in su' bisogni, o comune sia servito e consigliato dal suo citadino.

    E a' parenti e a' osti e agli amici si redi la rason sua per via de grazia, per la quale si muove l'uomo a servigli e consigliagli fedelmente. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà il suo consiglio chi' parenti o osti o gl'amici si debian servire o fedelmente consigliare, o che si debiano amare e guardare con molta onestade; o dica che le compagnie e l'amistade che per adietro sono fatte si debian retinire e guardare.

    E a' nemici si rede la rasion loro per via de vendeta, per la quale discacia l'uomo da sé forza e iniuria. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio che si deba alcun defender francamente, e non si lassi far forza né iniuria.

E a' segnori e a' magiuri e a coloro che de bontà pasano gli altri si redi la rason sua per via d'oservanza, per la quale se muove l'uomo a temergli e servili e onorali, perché sempre è così oservato. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio che' magiori e' signori e color che de bontà passano gli altri siano temuti e onorati e serviti con molta reverenza.

    E comunemente rede l'uno omo la rasone a l'altro per via de verità, per la quale se muove ad eser leale, e dicere altrui vero di quel che promete.

    E consigliasi per questa via quando il dicitor dà per consiglio che né per odio né per amore né per priego né per prezo si torca l'uomo da la via drita, o si pieghi da la rasone, o dica che somigliante rasone a ciascuno si debia fare, o dea per consiglio che' patti con altrui fati, o la fede ad altrui data se debia al postuto servare, o dea per consiglio altra cosa che s'apertenga a dicere altrui vero, o servar lieltà.
 
 

[75] Per quanti modi se può consigliar per via de forteza.

     A mostrar come si può dar consiglio per via de forteza, aciò che la cosa sopra la qual se piglia consiglio diritamente si facia, ci conviene in prima vedere che è deta forteza.

    Forteza è deta una voluntà d'animo per la quale se muove l'uomo a disiderar le cose grandi e despresiar le cose vili, e esser soferente de le fatiche e di pericoli, aciò che la cosa bene e utelemente si facia. E consigliasi in quatro modi per via de forteza.

    Il primaio è per via de magnificenzia, per la quale l'animo è ditto forte quando desidra le cose grandi e despresia le cose vili, e iudicale non degne a la grandeza sua. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio cose per le quale si seguitan le gran cose e despresiansi le vili, iudicandole no degne a la dignità di coloro cu' e' consiglia.

Il secondo si è per via de speranza, per la quale l'animo è ditto forte quando spera fermamente di ben capitare se le cose gloriose e grandi si fano bene e dritamente. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio che le cose gloriose e grandi se fazan bene e dritamente e come se conviene, non considerando che del fatto si può seguitare, perché spera fermamente, così facendo, di capitarne pur bene.

    Il terzo si è per via de pazienzia, per la quale l'animo è dito forte quando è paziente de' pericoli e de le fatiche, aciò che la cosa si facia utilemente. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio quello onde più utilità de la cosa si può seguitare, non considerando pericolo o fatica neuna che faccia bisogno di portare, o dolore, o odio che ne possa incontrare.

    Il quarto si è per via de perseveranzia, per la qual è dito l'animo forte quando à veduto e conosciuto l'utilità de la cosa, e sempre persevera e tien quella via. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio cosa la quale egli à veduto e provato che sempre è stato il meglio de così fare.

    Per tuti quatro i diti modi, cioè magnificenzia e speranza e pazienzia e perseveranza, si può dar consiglio per via di forteza, aciò che la cosa sopra la qual si piglia consiglio si facia bene e dritamente.
 
 

[76] Per quanti modi si può consigliare per via de misura.

     Or ti vo' mostrare come si dà consiglio per via de mesura, aciò che la cosa dritamente si facia. E prima vegiàn che è dita misura.

    Dicono i savii che mesura è un temperamento d'animo de' desiderii del mundo. E possi dar consiglio per via de misura in tre modi.

Il primaio si è per via d'astinenza, per la qual è deto l'animo de l'uomo amesurato quando dispresia le cose che son de soperchio. E consigliasi mesura per via d'astinenza quando il dicitor abomina il desiderio e dispresia la voluntà di voler tropo richeze o d'abrazar tropo onori, o dice il termine e la natura di ciascuna cosa, e mostra quanto è bastevole a ciascuno, e dà per consiglio che neuno il deto termine debia passare.

    I· secondo modo è per via de pietà, per la qual è dito l'animo amesurato quando se muove, per pietà, a perdonare a' nemici e a coloro che l'àno offeso. E consigliasi mesura per via de pietà quando il dicitor dice che neun dé esser tanto provocato ad ira e non dì recever tanta soperchianza che non si muova a pietà, e non perdoni a colui umilemente gli chiama mercé.

    Il terzo modo si è per via de vergogna, per la quale l'animo è deto amesurato quando se vergogna de le soperchianze e de' mali. E posi consigliar mesura per via de vergogna quando il dicitor dice, nel suo consigliare, come ciascun se dé torbare d'onesta vergogna quando vede o ode dire le soperchianze o le cose mal fate.

    Per tute e tre le ditte vertudi, cioè astinenza e pietà e vergogna, si può dar consiglio per via de misura, e operasse mesura per ciascuna di quele.
 
 

[77] In che modo se può dar consiglio quando l'utilità de la cosa è che sia più onesta, per via che sia lodata da le genti.

     Veduto di sopra diligentemente che via deba tenir colui ch'à a consigliare quando l'utilità de la cosa sopra la qual si piglia consiglio è che se facia in tal modo che sia più secura, e quando è l'utilità che sia più onesta per via che se facia dritamente, or ti vo' mostrare che via il consigliatore abia a tenere quando l'utilità de la cosa è che sia più onesta per via che da le genti sia loda. E avegna che neuna volta si può dar consiglio per lo quale la cosa si facia in tal modo che stia bene e dritamente, che quella cosa non sia lodata - perché son lodate tute le cose che dritamente si fano -, sì interveni molte volte che di certe cose si piglia consiglio, laonde il consigliator non guarda di consigliar cosa onde utilità si possa seguitare, o che la cosa stea bene e dritamente, ma solo che da le genti sia lodata e detone bene. E in questo cotal caso è amonito colui che consiglia, che dia per consiglio cosa unde loda se possa seguitar che sia buona; perché puote essere molte volte la cosa lodata, ma di loda ch'è rea e da fugire, sì come chi lodasse alcuna persona che fosse scaltrito ladro o ingegnoso putaniere, o lodasselo d'alcun'altra soza o vituperevole cosa, la qual loda no dé voler alcuna persona che se seguiti de la cosa che dà per consiglio.
 
 

[82]

    Tute e quatro le principa' vertù de l'animo, e tute l'altre vertù che nascon di quele, launde da la parte de l'animo puote l'uomo esser lodato, t'ò apertamente mostrato di sopra; e secondo che da le dite vertù pò esser lodato l'uomo, così da' vizii che son contrarii di quelle puote esser biasimato.

    Da le cose che s'apertengono al corpo puote l'uomo esser lodato da quatro cose, cioè: legereza, forteza, sentà, e belleza. E da le cose che son fuor del corpo, cioè da' ben de la ventura, de sette, sì come: gentileza, richeza, segnorie, onori, amistadi, citadinanza, esser ben custumato. E secondo che da le dete cose può esser lodato l'uomo, così può esser biasimato da le cose che son contrarie di quelle.

    E a dir che lode sopra ciascun membro si posa dare a la persona de la qual si favella, serebe lunga fatiga e poca utilità; però no li me meterò qui a dire. Ma colui ch'è dicitore de sé debia le lode pensare e vedere, da che sa le cose generali onde l'uomo pò esser lodato e biasimato.

    Ma di questo è amonito da' savii colui che favella: ne la sua deceria non dica tropo lode d'alcuna persona, perché farebe gl'uditori del dito suo mecredente, e non darebero a le parole sue cotanta fede; e che le lode che dice sieno, in la persona cui loda, chiare e aperte; perché chi loda alcuna persona, over biasima, di cose che no siano i· llui, o di cose che no sian ben manifeste a le genti, si fa de sé far beffe e ischernie, e no è data fede al dito suo.