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Grave è deta quella favella la cu' materia è di gran fato, e à in sé ornate parole e belle sentenzie, sian proprie o per similitudine dete.
Mezana è dita quella favella la cui materia no è così alta, e non à in sé tanti ornamenti.
Minore è deta quella favella la cu' materia
è de vil cosa, e dicesi co' un rasonamento che si fa tra le genti.
E prima ti vo' mostrare per quante vie e modi la diceria se puote ornare: e di questo faremo il tratato primaio; apresso, in che modo si dé ordinare: e di questo faremo il tratato secondo; apresso, in che modo si dé proferere: e di questo faremo il terzio tratato.
E perché le dete tre cose fanno l'on devenire bel parladore, a a' consigli sono appellati que' che sano ben parlare, sì ti vo' mostrare apresso in che modo il dicitor dé saper consigliare in su le cose: e di questo faremo il quarto trattato.
E perché ne le dicerie che si fanno si dice spesse volte bene e male d'alcuna persona - no che principalmente la diciria si facia per ciò, ma perch'a molti fatti si richiede de così dire -, sì ti mosterò apresso per quanti modi se può dir bene e male d'alcuna persona: e di quisto faremo lo quinto tratato. E quivi si finirà l'opera nostra, e serà quisto libro diviso in cinque tratati.
E chi de le dette cose vuole imparare, areda tuto
l'animo suo al deto nostro, e sotigli lo 'ngegno, e firmi la memoria e
lo 'ntendimento, perché la materia è molto sotile, e contiene
in sé molte utile cose.
E chi al deto mio porà ben mente, neuna ornata parola udirà pore, neuna grave sentenzia udirà fare ne la diciria d'alcuna persona, che no sapia dire lo nome suo, e conoser se serà ben fata a rasone; e e' medesimo le si saprà fare, quamd'averà usato de dire.
E prima ti vo' mostrare in quanti modi si possono
ornar le parole, e po' diremo qua' son l'ornate e gravi sentenzie.
Or ti vo' mostrare de la seconda parte, cioè in che modo dé sapere il dicitore il deto suo ordinare. Il quale ordine è di tanta utilità ne la diciria che, s'egli è ben fatto e come si conviene a rasone, così dà vitoria al dicitore de su' intendimento come le schiere di cavalieri ben composte e ordinate fano vincer ai segnor le bataglie.
Colui ch'è dicitor puote la diciria sua ordinare in dui modi: l'uno, secondo la dotrina e la via ch'è trovata e data da l'arte; l'altro, secondo che se conviene al tempo che 'l fatto si dice.
Secondo la dotrina ch'è trovata e data da l'arte puote il dicitore il deto suo ordinare se dividerà in sei parti la sua diciria, cioè: proemio, narasione, divisione, confermasone, responsione, conclusione.
Proemio è la prima parte de la diciria, perché 'l dicitore, ne lo 'ncominciamento del su' dire, dé prima pore un proemio, cioè dé dire alquante belle parole, per le quai acati benivolenzia da l'uditore, e aconcisi l'animo loro meglio ad udire.
Narrasione è la seconda parte de la diciria, perché, fatto il dicitore proemio, dì pore la sua narasone, cioè dì narar e dir lo fatto over la proposta sopra ch'egl'intende de dire.
Divisione è la terza parte de la diciria, perché, sì tosto come il dicitore à 'l fatto narrato, dé fare la sua divisione, cioè dé mostrare sopra quante cose dé dire, e aprire l'ordine che dé tenere.
Confermasione è la quarta parte de la diciria,
perché, sì tosto come il dicitore à 'l fato diviso,
dé pore la sua confermasione, cioè sopra ciascun membro de
la sua divisione dé aprire e mostrare la sua intenzione, e provalla
per buoni argomenti e per bele rasioni.
Responsione è la quinta parte de la diciria, perché, fatta il dicitore la confermasione de la sua intenzione, dé pore la sua responsione, cioè dé considerare s'alcuno avesse proposto o potesse propore alcuna cosa ch'al deto suo fosse contrario, e qui fare la sua responsione.
Conclusione è la sesta e sezaia parte de la
diciria, perché, sì tosto che 'l dicitore à fata la
sua ressponsione, dé apresso pore la sua conclusione, cioè
le cose che spartamente à dite di sopra dé recare a memoria
digl'uditori in poche parole.
Il modo del consigliare che s'apella "che è anzi da fare": si è l'uno di partiti che se può pigliare buono, e l'altro è reo. E è questo l'essempio: "Se 'l senato delibera s'egli à a disfar Cartagine o a tenere"; perché l'uno di ditti dui partiti è bono per li Romani, e l'altro è reo per inanzi. Il modo di consigliare che s'apela "che è da fare magiormente": catun partito che si può pigliar è buono, ma l'uno è via miglior che l'altro; overo è catuno partito reo, ma l'uno è men rio. E è questo l'esempio: "S'Anibalo delibera, quando da qui' di Cartagine fue mandato per lui, s'egli à a tornare a Cartagine, o a stare fermo in Italia, o a passare oltremare a pigliare Alissandra"; perché catuno de' diti partiti è buono a pigliare, ma l'uno è via meglio per inanzi; o è catun reo, ma l'uno è men reo.
Anch'è utile di sapere, a colui che vuol consigliare, che de certe cose si piglia consiglio per casion di quele cose medesime sopra le quali se consiglia. E è questo l'essempio: "Se senato delibera se' presoni citadini di Roma, che sonno in forza de' nemici, son da ricomperare, o no"; perché si piglia consiglio sopra fatto de' presoni, e a cason de' presoni.
E di certe cose si piglia consiglio, non per casion
di quelle cose sopra
le qual se consiglia, ma per altre cose strane. E è questo l'essempio:
"Se 'l senato delibera s'egl'è da concedere a Scipione che possa
esser consolo di Roma anzi ch'egli abia l'età che dice la lege,
o no, per casone de la guera d'Italia"; perché la casone per
che si piglia consiglio sopra le ditte cose è la guerra d'Italia,
ma d'altre cose si piglia consiglio, cioè s'è da concedere
a Scipione che possa esser consolo di Roma anzi ch'abia l'età, perché
sapea molto di guera e iera buon capitanio.
E sopra certe cose si piglia consiglio, parte per casion di quelle cose sopra le quai si consiglia, ma più per altre cose stranie. E è questo l'essempio: "Se 'l senato dilibera se la guardia de la cità di Roma è da cometere a le sue amistà, o no, per la guera d'Italia"; perché sopra la guardia de la terra si piglia consiglio, parte per casion de la guardia di Roma, ma più per altre cose strane, cioè per la guera d'Italia, aciò chi' citadini di Roma isforzatamente possano andare sopra nemici.
E però è utile di sapere, a cului che vuole consigliare, quel ch'è dito di sopra, aciò che sapia trovar la casone per la quale si piglia consiglio de le cose, sia per quelle cose medesime sopra le quai si consiglia, o sia per altre cose stranie; perché sempre colui che consiglia dé considerare e andar dietro a la casione per che se piglia consiglio de le cose, e de la casione dé fondare tuta la sua diciria.
Anco dé sapere colui che vuol consigliare che per l'utilità si piglia consiglio de le cose, la qual nasce de la casone che di sopra t'ò insegnato trovare; perché sola l'utulità è la cosa per che sopra le cose se piglia consiglio.
E l'utilità a chi se può venire de le cose per consigliare può esser de due modi, cioè: o che la cosa sopra la quale si piglia consiglio sia più secura, o che sia più onesta. E alota è l'utilità de la cosa che sia più secura, quando se teme che danno si possa dare in quela cosa, presentemente overo per inanzi. E dano si può dare in dui modi, sì come per forza, over per ingano. Per forza si può dano dare o per oste, o per navilio, o per arme, o per tormento, o per recar gente scaciata i· llor paese, e per altre cota' cose. Per inganno si può danno dare o per busie, o per dinari, o per promessioni, o per mostrar di fare una cosa e far un'altra, o per mutar la cosa ch'è cominciata e fare altrementi, e per altre cota' cose.
E alota è l'utilità de la cosa che
sia più onesta, quando se richiede di farlla in tal modo che stia
bene e dritamente, o che stia in tal modo che sia lodata da le genti; perché
quella cosa è onesta che sta dritamente, o sta in tal modo, ch'è
lodata da le genti e detone bene.
Dé, colui che vol consigliare, intrare a consigliare
su le cose per questa via: che, fata la proposta de la cosa sopra la quale
dé consigliare, sì dé il consigliatore in prima considerare
la casione perché sopra quella cosa si piglia consiglio, e di quella
casione dé trar l'utilità a che si può venire, di
quella cosa, per lo consigliare. E si vede che l'utilità sua è
che sia più secura, che 'l pò sapere,
si se teme che danno si possa dare in quela cosa, presentemente over per
innanzi, sì dé colui che consiglia considerare tute le vie
onde in quella cosa dano si può dare, sia per forza o sia per inganno,
le quai t'ò mostrato di sopra, overo altre, s'altre ne sa trovare;
e di quelle vie onde e' vede che danno si può dare, dé trovare
i rimedi launde posa esser più secura la cosa, e qui' remedi dé
dar per consiglio.
A mostrare come il consigliatore può consigliare per via de prudenzia, aciò che dritamente si facia la cosa, ci fa bisogno in prima di vedire in quanti modi è deta prudeza.
Dicono i savi che prudenza è dita, in un modo, un sotile scaltrimento, per lo quale si muove l'uomo per drita rasione a conoser il ben dal male. E secondo questo modo di prudenzia si può dar consiglio per questa via: che colui che consiglia apri e mostri nel suo dire qual è il bene e qual è il male di quella cosa sopra la qual si consiglia, e poscia dea per consiglio che 'l bene se debia pigliare, e 'l mal lasare e fugire.
Anche è dita prudenza avere memoria di molte cose passate e di molti fatti che gli sono avenuti e 'contrati. E secondo questo modo di prudenzia si può dar consiglio per questa via: che dicitore asomigli il fato sopra qual si piglia consiglio ad un'altra cosa passata o ad un altro fato somigliante che gli sia incontrato, e dea per consiglio come in questo fatto somigliante via se debia tenere.
Anch'è deta prudenzia essere sotile e ingegnoso
d'alcuno artifizio o maestria d'utelità, per la qual cosa è
l'uomo appellato savio, e maestro di quella cosa. E secondo questo modo
di prudenzia si può dar consiglio per questa via: che colui che
consiglia truovi una bella maestria d'utilità in sul fato sopra
qual se consiglia, e dea la via e 'l modo come si possa fare.
Dicono i savi che isutizia no è altro c'una ferma voluntà di redere a ciascun la rasion sua secondo l'eser suo.
E a Dio si rede la rason sua da le genti per via de riligione, per la quale se muove l'omo a creder qual che dice la fede. E per questa via si dà consiglio, quando il consigliator dice che la fede de Dio se debia tenir, o le comandamenti de Dio si debian servare, o dice altre cose che s'apertengano a religione, ne le quai dea per consiglio che Dio sia servito e ubedito secondo che la Scritura comanda.
E al padre rede il figliuolo la rason sua, e citadino al suo comune, per via de pietà, per la qual si muove il figliuolo a servire e onorar lo suo padre e' suoi antecessori, e sovernigli se son besognosi, e citadin se muove a difendere e consigliare fedelmente il suo comune. E consigliasi per questa via quando il consigliatore dà per conseglio cosa unde il padre sia dal suo figliuolo onorato, o servito, o sovenuto in su' bisogni, o comune sia servito e consigliato dal suo citadino.
E a' parenti e a' osti e agli amici si redi la rason sua per via de grazia, per la quale si muove l'uomo a servigli e consigliagli fedelmente. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà il suo consiglio chi' parenti o osti o gl'amici si debian servire o fedelmente consigliare, o che si debiano amare e guardare con molta onestade; o dica che le compagnie e l'amistade che per adietro sono fatte si debian retinire e guardare.
E a' nemici si rede la rasion loro per via de vendeta, per la quale discacia l'uomo da sé forza e iniuria. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio che si deba alcun defender francamente, e non si lassi far forza né iniuria.
E a' segnori e a' magiuri e a coloro che de bontà pasano gli altri si redi la rason sua per via d'oservanza, per la quale se muove l'uomo a temergli e servili e onorali, perché sempre è così oservato. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio che' magiori e' signori e color che de bontà passano gli altri siano temuti e onorati e serviti con molta reverenza.
E comunemente rede l'uno omo la rasone a l'altro per via de verità, per la quale se muove ad eser leale, e dicere altrui vero di quel che promete.
E consigliasi per questa via quando il dicitor dà
per consiglio che né per odio né per amore né per
priego né per prezo si torca l'uomo da la via drita, o si pieghi
da la rasone, o dica che somigliante rasone a ciascuno si debia fare, o
dea per consiglio che' patti con altrui fati, o la fede ad altrui data
se debia al postuto servare, o dea per consiglio altra cosa che s'apertenga
a dicere altrui vero, o servar lieltà.
Forteza è deta una voluntà d'animo per la quale se muove l'uomo a disiderar le cose grandi e despresiar le cose vili, e esser soferente de le fatiche e di pericoli, aciò che la cosa bene e utelemente si facia. E consigliasi in quatro modi per via de forteza.
Il primaio è per via de magnificenzia, per la quale l'animo è ditto forte quando desidra le cose grandi e despresia le cose vili, e iudicale non degne a la grandeza sua. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio cose per le quale si seguitan le gran cose e despresiansi le vili, iudicandole no degne a la dignità di coloro cu' e' consiglia.
Il secondo si è per via de speranza, per la quale l'animo è ditto forte quando spera fermamente di ben capitare se le cose gloriose e grandi si fano bene e dritamente. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio che le cose gloriose e grandi se fazan bene e dritamente e come se conviene, non considerando che del fatto si può seguitare, perché spera fermamente, così facendo, di capitarne pur bene.
Il terzo si è per via de pazienzia, per la quale l'animo è dito forte quando è paziente de' pericoli e de le fatiche, aciò che la cosa si facia utilemente. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio quello onde più utilità de la cosa si può seguitare, non considerando pericolo o fatica neuna che faccia bisogno di portare, o dolore, o odio che ne possa incontrare.
Il quarto si è per via de perseveranzia, per la qual è dito l'animo forte quando à veduto e conosciuto l'utilità de la cosa, e sempre persevera e tien quella via. E consigliasi per questa via quando il consigliator dà per consiglio cosa la quale egli à veduto e provato che sempre è stato il meglio de così fare.
Per tuti quatro i diti modi, cioè magnificenzia
e speranza e pazienzia e perseveranza, si può dar consiglio per
via di forteza, aciò che la cosa sopra la qual si piglia consiglio
si facia bene e dritamente.
Dicono i savii che mesura è un temperamento d'animo de' desiderii del mundo. E possi dar consiglio per via de misura in tre modi.
Il primaio si è per via d'astinenza, per la qual è deto l'animo de l'uomo amesurato quando dispresia le cose che son de soperchio. E consigliasi mesura per via d'astinenza quando il dicitor abomina il desiderio e dispresia la voluntà di voler tropo richeze o d'abrazar tropo onori, o dice il termine e la natura di ciascuna cosa, e mostra quanto è bastevole a ciascuno, e dà per consiglio che neuno il deto termine debia passare.
I· secondo modo è per via de pietà, per la qual è dito l'animo amesurato quando se muove, per pietà, a perdonare a' nemici e a coloro che l'àno offeso. E consigliasi mesura per via de pietà quando il dicitor dice che neun dé esser tanto provocato ad ira e non dì recever tanta soperchianza che non si muova a pietà, e non perdoni a colui umilemente gli chiama mercé.
Il terzo modo si è per via de vergogna, per la quale l'animo è deto amesurato quando se vergogna de le soperchianze e de' mali. E posi consigliar mesura per via de vergogna quando il dicitor dice, nel suo consigliare, come ciascun se dé torbare d'onesta vergogna quando vede o ode dire le soperchianze o le cose mal fate.
Per tute e tre le ditte vertudi, cioè astinenza
e pietà e vergogna, si può dar consiglio per via de misura,
e operasse mesura per ciascuna di quele.
Da le cose che s'apertengono al corpo puote l'uomo esser lodato da quatro cose, cioè: legereza, forteza, sentà, e belleza. E da le cose che son fuor del corpo, cioè da' ben de la ventura, de sette, sì come: gentileza, richeza, segnorie, onori, amistadi, citadinanza, esser ben custumato. E secondo che da le dete cose può esser lodato l'uomo, così può esser biasimato da le cose che son contrarie di quelle.
E a dir che lode sopra ciascun membro si posa dare a la persona de la qual si favella, serebe lunga fatiga e poca utilità; però no li me meterò qui a dire. Ma colui ch'è dicitore de sé debia le lode pensare e vedere, da che sa le cose generali onde l'uomo pò esser lodato e biasimato.
Ma di questo è amonito da' savii colui che
favella: ne la sua deceria non dica tropo lode d'alcuna persona, perché
farebe gl'uditori del dito suo mecredente, e non darebero a le parole sue
cotanta fede; e che le lode che dice sieno, in la persona cui loda, chiare
e aperte; perché chi loda alcuna persona, over biasima, di cose
che no siano i· llui, o di cose che no sian ben manifeste a le genti,
si fa de sé far beffe e ischernie, e no è data fede al dito
suo.