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E comincia il prologo.
Non perché fosse mia credenzia che sola la bella favella per sé avesse alcuna bontà, se colui che sa ben favellare in sé non avesse senno e iustizia; anzi, sanza le dette due cose, secondo che dicono i savi, è quella persona per la favella una pestilenzia grandissima del suo paese, perché la sua favella così è in lui pericolosa come uno coltello aguto e tagliente in mano d'uno furioso. Ma se l'uomo àe in sé senno in sapere bene in su le cose vedere, e àe in sé iustizia, cioè ferma volontà di volere le cose bene disporre, e dirittamente volere fare, sì gli fa bisogno di sapere favellare, acciò che sappi le cose mostrare e aprire. E sanza la favella sarebbe la bontà sua come uno tesoro riposto sotterra, che, se non è saputo, più che terra non vale. E da che la favella è accompagnata in alcuna persona con la giustizia e col senno, rende sì perfetto l'uomo ch'è tanto migliore che non sono gl'altri quanto t'ò mostrato di sopra che sono gl'uomini, per la favella, meglio che gl'altri animali; perché vale molto a sé medesimo, e è molto utile e caro al suo comune, e agli amici e parenti è grandissimo consiglio e refuggio.
Dunque, qualunque persona à volontà
di sapere piacevolemente e bene parlare, sì ssi peni in prima d'aver
senno, acciò che conosca e senta quello che dice, e poi pigli ferma
volontà d'adoperare iustizia e misura, acciò che della sua
parola non si possa altro che bene seguitare. E questo cotale legga
sicuramente in questo libro, e senta meco certi ammaestramenti che sono
dati da' savi in sul favellare. E da che gli à letti e bene
intesi, sì usi spesse volte di dire, perché il bel parlare
è tutto dato all'usanza, e sanza usare non può essere alcuno
bello parladore.
E per li due modi che sono posti prima di sopra--cioè o per usanza di molto dire, o per seguitare nel suo dire alcuno bello dicitore--apparano gl'uomini laici a parlare, e non per lo terzo, cioè per sapere la dottrina che 'n sul favellare è data da' savi, perché nolla sanno né possono sapere, perch'è data per lettera da loro.
Ma, acciò che di questa via possano i laici alcuna cosa sentire, mi penerò di darne in volgare alcuna dottrina, avegna che malagevolemente si possa fare, perché la materia è molto sottile, e le sottili cose non si possono bene aprire in volgare, sì che se n'abbia pieno intendimento.
Però, colui che legge in questo libro, legga
prima e rilegga molte volte, sì che da ssé medesimo ogni
cosa intenda; e se dubitasse d'alcuna cosa e non la 'ntendesse, non si
tema di ricorrere a' savi, perché domandare spesse volte delle cose
dubbiose è una delle cinque chiavi della sapienza, per la quale
puote l'uomo savio divenire.
E pongono i savi che son tre, cioè: iudiciale, deliberativa, e dimostrativa.
La giudiciale è favella di contenzione, perché contiene in sé accusa o domandagione, contradicimento e difensione. E` detta iudiciale perché s'usa di fare dinanzi a' iudici e signori che rendono intra le genti ragione, mostrando, per quella, catuna parte sua intenzione e la ragione del detto suo.
La deliberativa è favella per la quale consiglio si piglia. E` detta deliberativa perché, fatta la proposta sopra la quale si piglia consiglio, diverse ragioni muovono i consigliatori a pigliare molti partiti, e per quella favella si dilibera quale partito sia il migliore.
Dimostrativa è favella per la quale si dice
bene o male d'alcuna persona. E` detta dimostrativa perché
si mostra, per quella, chente è la persona della quale si favella.
E questo à luogo nel dicere spesse volte, avegna che per ciò
principalmente non si faccia.
E dé essere amaestrato di tre cose: la prima, che la sua diceria sappia dire con perfetta favella; la seconda, che a memoria la si sappia recare anzi che parli; la terza, che la sappia bene e piacevolemente profferere. E chente dottrina è data da' savi sopra le dette cose, ti voglio per ordine mostrare e aprire; e prima della dottrina data da' savi come il dicitore dee saper dire la sua diceria con favella perfetta.
A volere il dicitore la sua diceria con perfetta
favella sapere dire, fa bisogno di sapere in prima che cose dee avere in
sé la favella perfetta. La perfetta favella dee quattro cose
in sé avere: la prima, che sia buona; la seconda,
che sia composta; la terza, che sia ornata; la quarta, che sia ordinata.
E qual è favella buona, e quale composta, e quale ornata, e quale
ordinata, ti voglio per ordine mostrare e aprire; e prima quale è
buona favella.
E questo si può fare se si guarda il dicitore di sei cose. La prima, che non faccia nel detto suo alcun iatto. La seconda, che non ponga molte nomora insieme, nelle quali una medesima lettera molte volte si ridica. La terza, che nella sua diceria non ridica una medesima parola molte volte. La quarta, che non ponga molte nomora insieme che sieno consonanti o che ss'accordino in rima. La quinta, che nella sua diceria non trasponga parole sozzamente. La sesta, che non continui sue parole troppo dalla lunga.
La prima cosa onde ti dissi che ssi dee guardare il dicitore a fare la sua favella composta si è che non faccia iatto nella sua diceria. E iatto si fae quando il dicitore pone due o più parole insieme, che l'una si finisce in alcuna di queste cinque lettere, cioè: A, E, I, O, U, che sono appellate vocali; e l'altra che seguita poscia si comincia dalla lettera simigliante, o da alcuna altra di quelle. E questo è l'essemplo: "Quando andava alla quarantina a Roma d'aprile m'intoppai in Martino in Viterbo in andando."
Della seconda, cioè che non ponga il dicitore molte nomora insieme, nelle quali una medesima lettera molte volte si ridica; e questo è l'essemplo: "Di fino talento tanto t'amava tra li altri tanto teneramente che posare mi parea in paradiso, sì parei che parlassi piacente."
Della terza, cioè che non ridica una medesima parola molte volte; e questo è l'essemplo: "Della ragione onde ragione non si può dare, nonn- è da dare fede a quella ragione." Item: "Egl'è ben buono di molta bontade, ma sconcia la bontà sua, perché, vogliendo di bontà esser lodato, ch'abbia bontà fa gran vista." E questo dee servare il dicitore se non ridicesse la parola per cagione di fare alcuno bello ornamento, come per innanzi ti mosterrò che ssi può fare.
Della quarta, cioè che non ponga il dicitore molte nomora insieme, che s'accordino in rima o che sieno consonanti; e questo è l'essemplo: "Lagrimando, piangendo, luttando, mi disse in andando."
Della quinta, cioè che nella sua diceria non trasponga parole sozzamente; e questo è l'essemplo: "A te lo dico, figliuolo di Giovanni, Martino."
Della sesta, cioè che 'l dicitore non continui sue parole troppo dalla lunga, non fa bisogno di darne essemplo, perché apertamente si vede che l'orechie dell'uditore e lo spirito del dicitore s'offende molto per quella cagione.
Tutte le cose già dette di sopra in questo
trattato dee servare il dicitore a ben comporre insieme le parti nella
favella perfetta. L'altro che ssi dirà per innanzi sarà
tutto come si dee ornare la favella.
Ponendo la parola che si ridice dinanzi, si fa in questo modo: "Voi siete quelli a cui è da fare grazia; voi siete quelli a cui è da rendere onore; voi siete quelli a cui si conviene questa cosa." Item: "Scipione Numanzia tolse via; Scipione Cartagine disfece; Scipione difese i Romani che non fosson disfatti; Scipione rendé pace a' Romani." Item: "Tu se' quelli che di favellare ài ardimento; tu se' quelli che puoti addimandare sicuramente; tu se' quelli che puoi dire che ne sia fatta vendetta."
Ponendo la parola che si ridice di dietro, si fa in questo modo: "Poscia che intra' cittadini nostri si cominciò la discordia, la ragione ne fu tolta, la libertà ne fu tolta, la città ne fu tolta." Item: "Corniglio uomo nuovo era, ingegnoso era, degl'ingegnosi e buoni uomini amico era, però nella città nostra il maggiore era."
Ponendo la parola che si ridice dinanzi e di dietro, si fa in questo modo: "Chi sono quelli che' patti spesse volte ànno rotti? I Cartaginesi. Chi son quelli che crudel battaglia coi Romani ànno fatta? I Cartaginesi. Chi son quelli che ànno tutta Italia disformata? I Cartaginesi. Chi son quelli che domandano che sia loro perdonato? I Cartaginesi. Vedete com'è convenevole che sia loro conceduto!" Item: "Cui la podestade à dannato, cui capitano à dannato, cui i rettori dell'arti ànno dannato, assolveremo noi per nostra sentenzia?"
Anche è un altro ornamento ridicendo la parola in un detto molte volte, che si può fare in due modi: l'uno, che significhi la parola che ssi ridice una medesima cosa; l'altro, che significhi cose diverse.
Che significhi la parola che si ridice una medesima cosa, si fa in questo modo: "Chi nella sua vita non à miglior cosa che la vita, con virtù la sua vita non può usare." Item: "Tu appelli colui uomo, il quale, se fosse uomo, così crudel morte d'uomo non avrebbe pensata; dunque era nimico. Tal vendetta volle del nimico pigliare che paresse bene che gli fosse nemico." Item: "Le ricchezze lascia essere de' richi, e tu metti innanzi le virtudi alle richeze: perché, se lle virtù vorrai colle richezze aguagliare, apena parranno le ricchezze alcuna cosa, perché sono serve di quelle."
Che significhi la parola che si ridice cose diverse, si può fare in questo modo: "Perché questa cosa tanto cure, che per innanzi ti darà tante cure?" Item: "Dilettevole cosa sarebbe amare, se non avesse in sé cose amare."
Ne' modi che t'ò posti di sopra si ridice
una medesima parola in uno detto molte volte non per difalta di parole,
ma perché nella parola che si ridice àe uno ornamento dilettevole,
il quale tu puoi meglio comprendere coll'animo ch'io non ti posso specificare
colla lingua.
Questo gridare, se 'l dicitore l'userà rade
volte e ne' gran fatti e quando si converrà, renderà l'animo
dell'uditore indegnato sopra qualunque cosa vorrà.
"- I nostri maggiori, quando vedeano la femina rea d'alcuno peccato, l'aveano poscia per rea di molti altri peccati.Item:
- In che modo?
- Quando vedeano la femina lussuriosa, sì l'aveano per venefica incontanente.
- Per che cagione?
- Perché la femina che corrompe il corpo suo di lussuria, bisogno fache tema molte persone.
- E quali?
- Queste: il marito, il padre, i fratelli, e l'altre persone cu' ella conosceche 'l fatto suo torni a vergogna.
- Che ne 'nterviene?
- Di cu' ella à ddunque paura, sì l'avelena se puote: perché non si tempera mai di niuna malizia chi si sente paurosa di così grave peccato, ché 'l calore della lussuria la fa ardita. E la femina è d'una natura che non considera mai che del fatto si può seguitare. Dunque, qual femina è colpevole c'abbia avelenato alcuna persona, bisogno fa che sia lussuriosa.
- Assegnane la cagione.
- Perché niuna cosa muove la femina a quel fatto così agevolemente come il vizio della lussuria. E quando il suo animo è corrotto, non credono poscia i savi che 'l suo corpo sia casto.
- Interviene delli uomini il simigliante?
- Certo no.
- Per che cagione?
- Perché ciascuno desiderio muove l'uomo al suo maleficio; ma la femina per uno desiderio si muove solamente a fare molti peccati."
"- Molto iudicaron bene i nostri maggiori che lo re che fosse preso in battaglia non dovesse poscia essere morto.Questo ornamento tiene molto atteso l'animo de l'uditore, sì per lebelle parole, sì perché delle cose ode rendere ragione.
- Per che cagione?
- Perché colui ch'è iguale in prima con noi, e la ventura il mette poscia in nostra podestade, nol dobiamo noi uccider poscia.
- Potrebbe altri dire: come no, che ne venia indosso coll'oste?
- Certo ciò dobbiamo noi dimenticare tostamente.
- Per che cagione?
- Perché colui è di grande animo che non à per nimici coloro che sono vinti, ma per uomini, acciò che la sua nobiltà possa menimare battaglia, e la sua umiltà generare pace.
- E se avesse vinto, avrebbe fatto il simigliante?
- Forse che no, perché non avrebbe avuto tanto senno.
- Perché dunque si perdona a costui?
- Perché tanta mattia si dé dispregiare e non seguitare per li savi."
Sanza rendere ragione, in questo modo: "Malagevole cosa è che sia bontadoso colui a cui sempre è ita diritta la ventura." Item: "Colui si dee libero appellare che non è servo d'alcuna sozura." Item: "Non solamente è povero colui c'à poco, ma colui che saziare non si puote." Item: "L'uomo si dee penare di viver dirittamente: e questo può fare sanza fatica e con diletto, se l'usa di fare."
Con rendere ragione del detto suo, si fa in questo modo: "Tutto il modo de ben viver è in usare la vita sua con virtù, perché sola la virtù è in sua podestà, e tutte l'altre cose sono sottoposte alla ventura." Item: "Chi si fa amico d'alcuna persona perché 'l vede in buono stato, incontanente parte l'amistà sua quando vede la ventura mutata: perché, cessando la cagione della sua amistà, non vi rimane poscia alcuna cosa che più la faccia durare."
Può essere anche il detto ornamento de due detti, e con rendere e sanza rendere ragione.
Sanza rendere ragione, in questo modo: "Malamente errano coloro che, quando sono in grande stato, credono avere fuggita la ventura; ma quelli si portano saviamente, che nelle prosperevoli cose pensano dinanzi come la ventura si può mutare."
Con rendere ragione, in questo modo: "Malamente sono coloro ingannati che dicono c'al giovane, quando pecca, non si dee perdonare, perché l'uomo di quella etade si può amendare; ma chi gastiga il giovane fa saviamente, acciò che, quando viene ad essere maturo, la sua vita abbia usata a bontà."
Questo ornamento dee usare il dicitore rade volte,
acciò che non paia che voglia essere amaestratore delle genti; ma
se l'usa a certe stagioni e adattalo bene al fatto che dice, rende il detto
suo molto piacente.
Questo ornamento dé essere brieve, e dee continuare
l'uno detto l'altro; e è molto utile al dicitore, perché
conchiude il detto suo brievemente.
Di due, in questo modo: "E facesti prode al nimico, e danno all'amico."
Di tre, in questo modo: "E facesti pro al nimico,
e danno all'amico, e te medesimo non rilevasti." Item: "Né
agl'amici tornò pro, né danno a' nimici, né 'l comune
ne fu consigliato."
Tra questo ornamento e quello che tti puosi di sopra
à cotal differenzia: che si dice quello ch'è di sopra più
rado, e questo più tosto.
"- Io t'adomando onde questi è fatto così ricco. E`gli venuto de la eredità di suo padre?Item:
- Certo no, perché i creditori tutta per li loro debiti la pigliaro.
- E`gli venuto d'alcuna altra ereditade di suo parente?
- Madieno, perché l'ànno tutti quanti exeredato.
- A`llo avuto d'alcuna mercatantia o procaccio che abbia fatto?
- Non si può dire, perché sempre è stato ozioso.
- Dunque, se per le vie ch'ò poste di sopra noll'à avute, o nasce l'oro in casa a costui, o onde non è lecito sono venute."
"- Molti sono che ànno alcuna coperta, onde non pare che sia verisimile a dir male di loro, ma questi non à neuna. Che ricorrerà elli alla bontà del suo padre?Item:
- Certo, e' fu uno biscaziere ubriaco, che sempre volle stare colle puttane in taverna.
- Potrà e' ricorrere alla sua vita onesta?
- Chent'ell'è stata non mi fa bisogno di dire, perché voi medesimi il sapete.
- Potrà e' dire ch'abbia molti parenti, per li quali siamo tenuti di farli a piacere?
- Certo, del suo parentado non si truova neuno.
- Delli amici suoi potrà alcuna cosa dire?
- Certo, non è neuno ch'appellarsi suo amico nollo si tegna a vergogna."
"- Credo veracemente che per nimistà ti movesti, quando, sanza dar sentenzia contra lui, il ti mettesti a punire. Temesti tu, sapiendo certamente che facevi contra ragione?Molto è grave questo ornamento, perché, domandando il dicitore di quello ch'era convenevole a fare, mostra che non fosse fatto; per la qual cosa agevolemente s'accende più la malizia del fatto. D'una medesima natura è quello ornamento, quando addomandiamo da noi medesimi, in questo modo:
- Certo, né legge, né statuto, né buona usanza curasti.
- Movestiti tu per l'antica amistade ch'era stata tra voi?
- Non solamente nol facesti, ma che fosse punito vie più sollicito fosti.
- Avestù misericordia di lui, quando la moglie e' figliuoli ti s'inginocchiavano a' piedi?
- Certo, posso dire che allotta desti opera che il lor padre, dopo la giustizia fatta, sotterrato non fosse."
"- Che era a me da fare, quando era circundato da cotanti nimici? Dovea io combattere con loro?Questo seguita di cotal domandamento: che, cercando tutte le vie, apertamente si mostra che quella che ssi prese fu la migliore.
- Vedete come era convenevole, che venia de' nimici ben cento per uno.
- Doveva io star fermo con l'oste?
- Certo, né avavam vivanda, né aspettavam soccorso d'alcuna persona.
- Doveam'io mettere alla ventura una notte, e fuggirmi coll'oste?
- Certo, vie più sicuro fue di far salve le persone per patto e lasciare i padiglioni e le tende, che metter tanta gente a così pericoloso rischio."
Il ridicimento della parola che ssi fa è la
maggior bellezza di questo ornamento.
Però è detto bello questo ornamento:
perché la forza d'una parola comprende sì bene e in poche
parole, che né per meno né per più mostra che si potesse
ben dire.
Quest'ornamento fa pro a due cose, perché
quello ch'è già detto reca a memoria, e assimiglia a colui
ch'ode quel che seguita poscia.
Questo ornamento commuove molto l'animo dell'uditore,
perché, data la cosa a intendere per parole comuni, correggendo
il detto suo per più acconce parole, commuove maggiormente l'uditore.
Questo ornamento è molto
utile ad usare, quando, a volere infamare il nimico, ci converrebbe usare
troppe parole, o, se volessimo dire alla distesa ogni cosa, sarebbe sozzo
a udire, o potremo essere ripresi; sì ch'è vie meglio a mettere
in sospeccione l'uditore e darli le cose a intendere tacitamente, che specificare
alla distesa le cose.
Nell'essemplo di sopra ciascun detto si comprende
per sue proprie parole. E puossi fare c'un detto si comprenda in
molti modi, in questo essemplo: "La bellezza del corpo o disfassi per
male, o tosi via per vecchiezza."
Maravigliosamente muove l'animo dell'uditore questo
ridicimento, e fiedelo al cuore vie maggiormente, sì come quando
l'uomo è fedito in uno luogo due volte.
Bisogno fa che l'animo dell'uditore si commuova,
quando la graveza del primaio detto per altre parole si rinnuova.
Quest'ornamento à luogo a certe stagioni,
quando il dicitore vuole accattare benivolenza d'altrui.
Questo ornamento vale molto quando
per presunzioni si vuole mostrare la verità della cosa; però
non è in questo, come negli altri ornamenti, che 'l possa usare
lo dicitore quando li piace.
Questo ornamento è molto brieve, e fa molto
aspro il detto del dicitore.
Questo ornamento è molto copioso, perché
in poche parole comprende molte cose, dando a ciascheduno l'officio suo,
e scevera le cose e divide le persone.
Se questa cotal licenzia di riprendere i nostri maggiori paresse al dicitore, quando à detto, che fosse stata troppo aspra, sì la debbia di dietro mitigare, in questo modo: "Però la potenzia vostra addomando, il senno e la bontà vostra richeggio, la vostra usata di ben fare in questo luogo si paia", e altre cotali belle parole da mitigare, sì che l'ira ch'avea ricolta l'uditore per la licenzia si temperi pelle lode da sezo, e che l'uno detto tolga via l'ira, e l'altro da quello ch'è errato lo spaventi.
E` un altro modo di licenzia, il quale si fa per via di scaltrimento; e fassi in due modi: l'uno, quando riprendiamo i nostri maggiori secondo che noi sappiamo che vogliono esser ripresi; l'altro, quando quel ch'è aperto a ogni uomo diciamo, dubitando come si debbia intender.
La prima licenzia si fa in questo modo: "Troppo siete semplice e di benigno animo; troppo credete ad ogni uomo, e sperate che ciascun vi faccia quello che vi promette: errate, e siete molto menato per beffe; e per vostra mattia, quello che era in vostra podestade volete anzi chiedere che ll'aveste tenuto."
Dell'altra licenzia sarà questo l'essemplo: "Vero è che con costui avea io grande amistade: ma voi siete quelli che me n'avete privato. E domandatemi come? Acciò che io rimanessi vostro amico, che, poscia che diventò vostro nimico, incontanente parti' da llui l'amistà."
Questo ornamento si fa in due modi: il primaio si
dice agramente e con aspre parole, come ài veduto di sopra; e se
diventa troppo aspro, sì ssi tempera colle lode da sezo. L'altro,
che ssi fa per via di scaltrimento, non fa bisogno di mitigare.
In questo luogo, se 'l dicitore avesse detto che lla cavalleria fosse in lui in grande stato, avegna ch'avesse detto vero, sarebbe paruto troppo grande arroganza. Item: "Veggiamo se per povertade overo avarizia questo maleficio avesse questi commesso. Per avarizia no, perché sempre è stato liberale agl'amici, ch'è gran segno di largheza ch'è all'avarizia contraria; per povertà no, perché 'l padre - non vo' molto dire - gli lasciò padrimonio non piccolino."
Questo cotale menomamento dee usare il dicitore quando
intende di lodar sé o altra persona, perché è avuto
per sozza cosa quando altri si loda se le sue lode non sa temperare e copertamente
dire. Onde, secondo che nel ragionare, così nelle dicerie se ne
debbono guardare i dicitori, e farle copertamente, e temperarle.
Item: "Se di costui, messer la podestà, piglierete troppo aspra vendetta, non solamente costui ma molti altri per la vostra sentenzia saranno puniti: perché questi è un giovane nato di gran sangue, e 'l padre è uno uomo vecchio, e tutta la sua speranza è oggi in costui, e' suoi figliuoli sono pargoli tutti, e ànno molti nimici, sì che, incontanente privati del lor padre, verranno loro addosso, e torranno loro le case e le terre, e caccerannogli via, e niun sarà che gli si metta a difendere, o che ssi levi per loro."
Item: "Se non vi difenderete francamente e lascerete vincere la vostra città, di questo potete voi essere ben certi: che, incontanente presa la terra, tutti quelli che saranno da arme saranno morti e spezzati; i vecchi e le femmine e i pargoli, qual sarà morto dinanzi al suo padre, e quale storpiato; que' che rimarranno saranno tutti presi e venduti per servi; e saràe sceverato il marito dalla moglie, il padre dal figliuolo, e l'uno fratello dall'altro, i quali avea congiunti la natura; la vostra città sarà arsa, e tutti beni vostri verranno in mano de' nimici. Neuno potrebbe colla lingua contare le crudeli cose che nn'averrebbe."
Per questo ornamento, per lo qual s'aprono le cose
dinanzi che possono incontrare, o recasi l'animo dell'uditore a misericordia,
o rendesi indegnato.
Questo ornamento à molto luogo quando il dicitore per cose verisimili vuol provare alcuna cosa; perché, dette molte cose le quali son debili ciascuna per sé, ragunate tutte in uno luogo par che facciano piena fede, in questo modo: "Non guardate, messere la podestà, le cose ch'ò dette di sopra catuna per sé, ma tutte insieme considerate. Se della morte di colui tornava grande utilitade a costui: e questi è uno uomo reo e mendico e avaro, e a niun altro c'a costui potea questo micidio tornare a utilità; e a neun altro cadde così in acconcio di fare; e in niun altro modo il potrebbe questi aver fatto meglio, perché il luogo fue acconcio, e la stagione fu buona, e agevolemente si poté fare; e questi fu veduto nel luogo ove il maleficio fu fatto; e colui che fu morto fu udito poco stante gridare. E questi la sera tornò a casa molto tardi; e l'altro dì della morte di costui non fermamente favellava. Per tutte le cose che sono dette di sopra, e anche perché palesemente si dice per tutte le genti che questi àe questo maleficio commesso--la qual boce non è nata sanza cagione--, potete fermamente conoscere e vedere che per costui è questo maleficio commesso, e giustamente ne lo dovete punire."
Maraviglioso ornamento è
questo nelle cose che ssi voglion mostrare per presunzioni e che sia così
verisimile, e in ciascheduno altro detto.
Quando ridiciamo quella medesima cosa ch'è già detta di sopra, sì lla ci conviene ridire per altre parole, perché, se lla dicessimo per quelle medesime, non sarebbe ornamento ma detto molto noioso. E è questo l'essemplo: "Neun pericolo è sì grande che i savi uomini voglian fuggire per far salva la città loro. Per campare lo comun loro che non perisca, color che son savi non schifan travaglio né pericol veruno."
Del secondo modo, cioè quando non ridiciamo quella medesima cosa, ma diciamo di quella; e questo è l'essemplo. Vogliendo il dicitor dire che per difender il suo paese non si dee fuggire pericol veruno, sì 'l dirà per questi modi: "Color che son savi per lo lor comune non ischifano mai pericol veruno, perché chi per lo suo comune non vuol perire, col suo comune spesse volte perisce; con ciò sia cosa che dalla sua città abbia l'uomo ogni suo bene, niun pericolo gli dee parer grande per camparla. Dunque, chi fugge quel pericolo che per lo suo comune dee pigliare, mattamente si porta, perché fuggir da sezzo nol puote, e vive tra gl'altri cittadini vitiperato. Ma chi propone il pericolo del comune al suo speziale, fa saviamente, perché al suo comune rende il debito suo, e vuol per molti più avaccio perire che con molti. Perché molto è grande iniquità la vita, che da la natura àe avuta e per lo suo paese l'à conservata, con ciò sia cosa ch'a la natura la renda, per lo suo paese quando fa bisogno non darla, e, a grande onore possendo morire, voler con disinore viver mai sempre. Dunque, come è da riprender colui che, quando navica, più avaccio la nave che lle persone intende a salvare, così di colui è da fare beffe e schernie che, in sul gran pericolo, più provede al suo salvamento ch'a quel del comune; perché, spezzata la nave, molti ne possono campare, ma, quando perisce il comune, non ne campa niuno. Per la qual cosa possiam dire che Decio si portò saviamente, che, per campare la città sua, si mise alla morte a fedir tra' nimici, e ricomperò per vil cosa, certana, e per piccola, grande. Diede la vita, fece salvo il paese; partissi l'anima, accattò pregio e onore, lo qual non menoma, ma sempre cresce e inforza. Dunque, se per viva ragione e grandissimi essempli t'ò mostrato che per lo suo paese si dee l'uomo mettere ad ogni rischio, savi debbono essere tenuti coloro che, per far salva la città loro, non ischifano fatica né pericol veruno."
Questo è bellissimo ornamento, per lo quale
una medesima cosa in molti modi si ridice, e sempre pare che si dica altre
cose; e fassi solamente a buon dicitore; e, chi l'usa di fare, s'apara
per questo ben a parlare.
E negli ornamenti delle parole si fa come t'ò detto di sopra, in questo modo: "E a' nimici ti mostri umile, e aspro agl'amici."
Ma nelli ornamenti delle sentenzie si fa in quest'altro: "Voi vi lamentate del male del comune e cruccioso ne sete, e questi se ne loda e fassene lieto." Item: "Voi vi disfidate della vostra ventura, ma questi della sua si confida."
Tra questi due ornamenti à cotal differenzia:
che 'l primaio si dice tostamente e per parole contrarie; ma il secondo
si dice più alla distesa, per due contrarie sentenzie.
Per ornare il detto suo fa il dicitore similitudine in questo modo: "Non come colui che piglia la faccellina, per correre nel prato, da colui ch'à corso, corre meglio; così la podestà nuova, che piglia la signoria da la vecchia, è migliore: perché affaticato colui ch'à corso rende la faccellina ad un altro che corra; ma la podestà già usata rende la signoria alla nuova." In questo luogo, sanza alcuna similitudine potea il dicitore dare ad intendere il detto suo chiaramente in questo modo: "La podestà nuova nonn- è per ciò migliore che la vecchia, perché ne sia la vecchia rimossa e la nuova entri in suo luogo"; ma fece quella similitudine per dare alcuno ornamento al detto suo.
Per render più approvato il detto suo fa similitudine il dicitore in questo modo: "Né 'l puledro non domato, avegna che sia buono, può essere acconcio a quelle utilitadi che l'uomo desidera del cavallo, né l'uomo non usato, avegna che sia ingegnoso, può essere di molta bontà." Questa similitudine rende il detto del dicitore più approvato, e al detto del dicitore è data più piena fede: perché né l'uomo può essere di grande bontà se prima non l'usa, né 'l puledro se prima non è domato.
Per rendere il detto suo più chiaro e aperto fa similitudine il dicitore in questo modo: "Non come color che corrono debbon fare color che sono amici, perché basta a colui che corre di correre infino alla fine del suo corso; ma colui ch'è amico dee il fine passare, e amare i figliuoli, poscia che l'amico sia morto." Questa similitudine dà meglio ad intender il detto di colui che favella, e fallo più chiaro e aperto: perché basta a colui che corre d'esser di tanta leggerezza e forza che corra infino alla fine del suo corso; ma l'amico dee tanta fede e amore all'amico portare che valichi il fine, cioè la vita dell'amico, e passi a' figliuoli.
Per fare la cosa che si dice sì chiara e aperta come se in presenza e dinanzi dagl'occhi degli uditori si facesse, fa il dicitore similitudine in questo modo: "Come 'l giullare che si lieva in piè per giocare, c'à una bella persona, e è di sciamito o d'un bel drappo ad oro vestito, e àe uno bello capo biondo, pettinato, con bella corona di ghirlanda in testa, e tiene in mano uno maraviglioso stormento tutto dipinto, e lavorato d'avorio; e per le dette cose corrono molte genti a vedere, e aspettan di vedere un bellissimo giuoco; e, stando ogni uomo queto e attento, incomincerà questi a cantare con una voce fioca e con un turpissimo modo, e sconciamente menerà l'anche e' piedi e le mani quando verrà a ballare: quanto più sarà stato acconcio e guardato dinanzi, cotanto sarà fatto di lui maggior beffe e scherni. Così, quanto l'uomo sarà più ricco e gentile, e averallo la ventura messo in grande stato, se in sé non avrà senno e larghezza e bontà, quanto più sarà guardato per le cose che sono in lui, tanto più sarà schernito e avuto in dispregio, e cacciato dell'usanza de' buoni." Perché questa similitudine è così al fatto simigliante, sì nella bontà come nell'altro, rende la cosa che si dice sì chiara e aperta come se in presenza e dinanzi agli occhi degl'uditori si facesse.
Nelle similitudini che si pongono dee sempre il dicitore
questo servare: che e a quello che dice e a la similitudine che pone renda
sempre le sue proprie parole. E trovar la similitudine delle cose non fie
malagevole al dicitore, si considerrà la natura di tutte le cose,
favellino o che sieno mute, dimestiche o che sieno fiere, veggansi o che
non si possan vedere. E di quelle tragga alcuna similitudine, laonde
possa al detto suo dare alcuno ornamento, o renderlo più approvato,
o renderlo più chiaro e aperto, o renderlo sì manifesto come
se in presenza e dinanzi alli occhi degli uditori si facesse, come per
essemplo t'ò mostrato di sopra. E non fa bisogno che la similitudine
che si pone sia per ogni cosa simigliante alla cosa che s'assomiglia, ma
solamente a certa cosa, cioè a quella che fa pro al dicitore che
la pone.
Per renderlo più ornato si fa quando per niun'altra cosa si pone essemplo se non perché il detto del dicitore sia più piacevole e bello.
Per renderlo più chiaro si fa quando per niun'altra cosa si pone essemplo se non quando il detto del dicitore è dubbioso, che si renda più certo.
Per renderlo più approvato si fa quando per niun'altra cosa si pone essemplo se non per mostrare che 'l detto del dicitore sia più verisimile cosa.
Per renderlo manifesto come se in presenza si facesse, si fa quando per niun'altra cosa si pone essemplo se non perché, tutto ciò che pone, il dicitore mostri sì chiaramente che paia sempre che ad occhio si vegga.
Di ciascuno modo t'avrei dato essemplo, se non fosse
che gli puoi cogliere degli essempli che ti puosi nella sentenzia che s'appella
pulimento; per la qual cosa né ti vo' dir poco, acciò che
bene intender non possi, né la cosa ch'è già intesa
ti vo' più rimostrare.
Per cagione di lodare pone imagine nel detto suo il dicitore in questo modo: "Andavan nella battaglia forti del corpo come due tori, e arditi del cuore come leoni."
Per cagione di vitiperare, in questo modo: "Questi
spesse volte va per mezo 'l mercato ricciuto com'un drago, con una guardatura
rabbiosa, con uno animo avelenato, di qua e di là guardandosi intorno
se vedesse nessuno cui potesse col fiato appuzzare, o colla bocca mordere,
o co' denti squarciare."
Questo ornamento àe in sé utilità
quando il dicitore vuole alcuna persona mostrare, e à in sé
bellezza se brievemente e aperto sarà detto.
E di colui ch'è vanaglorioso se ne puote dare
questo essemplo: "Questi è tanto pieno di vanagloria e di vista
che, quando guarda altrui, sempre pare che dica: 'Darestimi luogo, se
non fosti villani .' E quando rizza il capo in parte ritta, crede
sempre da tutta gente esser guardato, come se fosse una gemma preziosa,
o bellissimo oro rilucente.
E quando è con forestieri, veggendo alcun
fante andare per la via, cui e' ben conosce, sì 'l chiama, ora in
un modo e poco stante in un altro, acciò che paia a' forestieri
uno de' molti suoi fanti, le cui nomora non possa tutte tenere a mente.
E dice: 'Vien bellamente, acciò che non facci villania a questi
signori.'
E quando è venuto a llui, sì lli
dice alcuna cosa vile molto pianamente ad orechie; e poi grida, acciò
che coloro che son con lui il possano udire, e dice: 'Guarda che' forestieri
che sono a casa sian ben serviti istasera.' E 'l fante, che ben
conosce i suoi reggimenti, risponde incontanente: 'Per me non si potrebbe
ben fare, se non mandaste anche meco de' fanti vostri.' E
que' dice: 'E tu mena teco Stefano e Sofia, e anche ne togli, se più
te ne fanno bisogno; e fa' che sien ben fatte tutte le cose.'
E se, andando per la terra, s'intopperà
i· forestieri, i quali ne la sua cittade l'aranno molto onorato
e servito, sì ssi contrista molto ne l'animo suo, ma non si parte
dal vizio suo naturale: però li corre ad abraciare, e dice che sieno
li benvenuti, e che ànno ben fato ch'è a lloro piaciuto di
venire in quella cittade, e che averebbero fatto meglio se dirittamente
a l'abrego suo ne fussero venuti. E que' dicono che ciò avrebbero
fatto, se l'abergo suo avessero saputo. E que' risponde che ciò
era loro agevole cosa d'imparallo, se n'avessoro domandato, sì è
conosciuto.
Allora gli volge, e fa vista di menarglisi a
casa; e, vegnendo con loro dicendo molte parole di suo vantamento, sì
gli mena ad uno bellissimo albergo d'alcuno suo conto, il quale e' sa che
fa un grandissimo convito la mattina, e menagli là entro per conteza
c'à con coloro della casa. E dice: 'Qui abito, questo è
il palagio mio, e vo' che sia l'abergo vostro quando capitate in questa
terra.'
E que', guardando la belleza de la casa, sì
la lodano e parne loro bene. E statti un pezo, e ragionato di molte
cose, viene il fante del signore de la casa, e dicegli pianamente ad orechie:
'Messere vorrebbe oggimai venire a mangiare, però che so venuti
coloro che co· llui debbono disinare.' Alora si
leva ritto in piede, e dice a' forestieri: 'Ecco il corriere che mi
dice che fratelmo torna di Francia, e è qui presso a due miglia
giunto, e mandami dicendo che incontanente li vada incontro: onde perdonatemi se
con voi non posso ora più dimorare; e priegovi che vegniate a cenare
meco stasera.'
Questi, veggendo il bisogno e tenendo la 'nvitata,
si partono da llui; e que', da ch'è partito, se ne va e rinchiudesi
in casa, per non potere essere trovato.
E quand'è ora di cena, vengono i forestieri
per cenare co· llui a la casa onde sono da lui la mattina partiti,
e nol truovano; e essendo loro detto che la casa non è di colui,
sì ssi tronano adrieto, e tengonsi malamente beffati.
E ritrovando costui l'atro dìe i forestieri,
sì ssi comincia im prima egli di loro a lamentare: come la sera
avea fatta gran cena, e come molto fra notte gli aveva aspettati, e che
non venono ebbe grande ira, e fecesene grande maraviglia. E que' dicono
la venuta che feciono a l'albergo ove la mattina gli aveva menati, e come
si tornarono adrieto con gran vergogna. E e' risponde che al detto
albergo non venono, ma eràno per cagione del porticale, andando
a un altro abergo per lo suo, perché n'à molti per la città
simiglianti. E poi dice: 'Io voglio per lo fermo che domattina disiniate
co· meco; e aspetatemi tanto ch'io venga per voi, sì che
non posiate più errare.'
E, datagli la parola, sì accatta questi
da alcuno suo amico un bello abergo nelle borgora di fuora della terra,
e accatta be' vassegli d'argento, e va per costoro la mattina, e menagli
al detto luogo a desinare. E dice loro: 'Miei carisimi amici, vogliendo
fare stamane un convito di molta gente e non abiendo bella casa ove il
potessero ben fare, sì mi pregaron ch'io
prestassi loro la mia; e io, veggendo il bisogno, sì l'ò
loro conceduta, e òvi menato a questo mio albrego, là ove
mi riposo la state.' E que', guardando la casa e la corte e l'orto,
piace loro lo luogo e lodallo assai. E quando sono in sul desinare,
colui cui sono i vasselli de l'argento, non confidandosi bene di costui,
sì gli manda per alcuno fante richegendo; e questi, incontanente
che vede il fante, sì 'l chiama da una parte a sé, e, saputo
pianamente quel ch'adomanda, sì dice, acciò che l'odano i
forestieri: 'Prestat'ò la casa e molti miei vasselli d'ariento
a l'amico mio: e anche mi manda pregando per costui che de' miei vasselli
de l'ariento gli debbia anche prestare. E avegna ch'io abbia forestieri,
non vo' per ciò lasciare che questi cotanti che ci sono rimasi no
gli mandi.' E così gliele farà tutti dare."
Simiglianti alle cose c'ài udite di sopra
farà tante colui che per natura è vanaglorioso che non si
potrebbon contare, perché tutti suoi atti par che tornino in cotali
reggimenti. E così di ciascuno degl'altri che sono posti di sopra--cioè,
o invidioso, o timido, o avaro, o desideroso--si posson dire certi reggimenti
che sono lor dati dalla natura come certi segni, come di sopra t'ò
mostrato.
Item: "Che sarebbe se 'l buono Scipione rinascesse e fosse ora qui dinanzi da noi, nonne potrebbe usare queste parole: ' Io fui quelli che vinsi i re e discacciali da noi: e voi siete quelli che cci menate e conducete i tiranni. Io la libertà che non avavate vi diedi: voi quella ch'avete non volete servare. Io, mettendomi ad ogni rischio, liberai il paese delle mani de' nimici: e voi liberi e sanza pericolo non curate di stare?'"
Questo ornamento, avegna ch'a molte cose poscia che
non favellino si possa adattare, val molto quando il dicitore vuole il
detto suo aggrandire, o l'animo dell'uditore a misericordia recare.
Dicendo oscuro, si fa quando il dicitore pone alcuna parola che si può trarre a ddue intendimenti, ma il dicitore la trae là ove vuole, in questo modo. Favellando il dicitore di colui a cui sono venuti molti guadagni di diverse cose, o sogli venute molte ereditadi, dice: "Guarda tu, che molto ved." Questo membro dee usare il dicitore rade volte, perché dee dire il detto suo chiaro e aperto; ma, se gli cade in acconcio alcuna volta d'usare, sì ponga mente alle oscure parole, e che si possan trarre a più intendimenti: e potral fare agevolemente.
Per dire solamente quel che si segue, si fa quando il dicitore dice quello che si seguita d'alcuna cosa, ma quella cosa si tace, e lasciala all'uditore che la 'ntenda per sé, in questo modo. Se a colui a cui tu vuoli dire che tolga moglie, dice: "Quando aren delle nozze tue?": e, perché le nozze si seguitano del matrimonio, di' tu "le nozze", e intendi "la moglie". Item: se a colui ch'è gran bevitore dica: "Va' dormi di forza e forbiti gli occhi, da che gli t'ài messi a rivescio", o a colui ch'è crepato dica: "Va' racconciati il braghiere del ferro."
Ricidendo il detto suo, si fa quando il dicitore à detto alcuna cosa, e poscia à cominciato a dire altro, e 'l detto da sezzo non compie, ma per le parole di sopra s'intende quel che seguita poscia, in questo modo: "Molta ingiuria m'ài fatta, poscia che n'avesti la forza; ma, se torna a me la vicenda - non vo' più dire." E à questo membro molto luogo nelle cose che si dicono per similitudini; e, la similitudine detta, non si va poscia più innanzi, ma di quella puote intender l'uditore quel che il dicitore vuol dire, in questo modo: "Non pur fare, Saturnino: troppo ài preso per la parte baldanza; guarda quello che Gracco ne fece, e come da sezzo n'arrivò."
Questo ornamento che s'appella significare, per lo
quale colui che favella lascia in sospeccione l'uditore--cioè a
intendere alcuna cosa per sé, la qual non è specificata--è
piacevole molto s'egli è ben fatto e ove si conviene.
Questo ornamento è molto bello, e in poche
parole comprende molta sentenzia.
Tutti i modi onde le parole si possono ornare, e
tutte le belle e gravi sentenzie che sono in usanza de' dicitori, laonde
la diceria si rende buona e piacente, t'ò apertamente mostrato di
sopra. E se ben porrai mente a cciò ch'è detto infino a qui,
apertamente potrai conoscere e vedere quale è buona, e quale è
composta, e quale è ornata favella, e in che modo la
favella si puote ornare, sì d'ornate parole come di gravi sentenzie.
E questo è tutto ciò che fa bisogno al dicitore a ben favellare.
Colui ch'è dicitore puote il detto suo ordinare in due modi: l'uno, secondo la dottrina e la via ch'è trovata e data dall'arte; l'altro, secondo che si conviene al tempo che 'l fatto si dice.
Puote il dicitore il detto suo ordinare secondo la dottrina data da l'arte, se dividerà in sei parti la sua diceria, cioè: proemio, narragione, divisione, confermagione, risponsione, e conclusione. In questo modo: che, nel cominciamento del suo dire, metta dinanzi alcun proemio, cioè certe belle parole dica, per le quali acconci l'animo delli uditori meglio a udire. Appresso debba narrare il fatto, cioè debia aprire la materia sopra la quale intende di dire. Appresso faccia sue divisioni, cioè mostri sopra quante cose dee dire, e apra l'ordine che dee tenere. Appresso confermi il detto suo, cioè pruovi la intenzione sua per belle ragioni e detti de savi. Appresso ponga la sua responsione, cioè risponda a quello che alcuno avesse proposto o potesse proporre, c'al detto suo fosse contrario. Da sezo conchiuda il detto suo, cioè rechi a memoria degli uditori, in poche parole, tutto ciò che spartamente à detto di sopra.
La seconda via per la quale il dicitore puote il detto suo ordinare è secondo il tempo che 'l fatto si dice. E questo cotale ordine è tutto in arbitrio di colui che favella; perché, partendosi il dicitore da l'ordine dato da l'arte, sì ripiglia ordine come pare a llui che si convenga, secondo il tempo che 'l fatto si dice. E molte volte non fa proemio, o se fa proemio non fa narragione, o se fa narragione non fa divisione; e talotta mette innanzi la narragione al proemio; e molte vole lascia tutte e tre le dette parti della diceria, e fa lo 'ncominciamento suo da alcuna ferma allegagione, o da alcuno detto di savio, o da alcuna similitudine, o da alcun bello essemplo, laonde possa il detto suo ornare overo atar per innanzi.
E tutte le dette cose non fa il dicitore sanza cagione; perché, se gl'animi delli uditori sono molto gravati d'udire per l'abondanza di quello ch'è detto dinanzi da llui, sì si dee guardare di fare proemio, ma incontanente dee cominciare il fatto a narrare. E se 'l fatto è agli uditori chiaro e aperto, sì si dee guardare di fare narragione, e dee cominciare il detto suo da alcuna ferma allegagione o da alcuno bello detto di savio, per lo quale possa il detto suo atare per innanzi. Simigliantemente dee lasciare il dicitore di dire quella parte della diceria ch'è appellata risponsione, se non à alcuna cosa a che risponder si possa; e quella altra parte ch'è appellata conclusione, se 'l detto suo è stato brieve, e sì chiaro e aperto che l'uditore l'à potuto comprender agevolemente e tener a memoria.
Anche è un altro ordine dato dall'arte in
su la confermagione e risponsione, che sono la quarta e quinta parte della
diceria: che le più ferme ragioni e le migliori si debbon mettere
dinanzi e di dietro; e le più vili, cioè quelle che non sono
inutili a dire, e per loro non si fa piena pruova, e sono inferme sanza
l'altre, e congiunte coll'altre sono ferme e provate, si debbon sempre
mettere nel mezzo. Perché, sì tosto come la proposta è
fatta, desidera l'animo di colui che sta a udire di vedere la cagione onde
la 'ntenzion di colui che favella si possa confermare; però, incontanente,
una delle migliori e delle più ferme ragioni ch'abbia il dicitore
dé metter sempre dinanzi. E perché le cose che si dicono
da sezzo e più di presso si tengono meglio a memoria, sì
è utile che nella fine lasci il dicitore nell'animo di colui che
ode una buona e ferma ragione, onde possa bene il detto suo confermare
e atare.
E perché proemio è
incominciamento della diceria, e porta grande utilità quando è
ben fatto, sì vi son dati questi ammonimenti per li savi.
In prima, che 'l dicitore il suo proemio faccia brieve e di poche parole;
e che 'l faccia chiaro e aperto, sì che ne possa l'uditore agevolemente
trarre lo 'ntendimento; e che 'l faccia tale che s'accordi bene col fatto
che vuol dire; e che 'l faccia di parole usate, e non disusate e oscure.
E guardisi di farlo troppo ornato, acciò che non paia all'uditore
cosa pensata, perché non darebbe poscia al detto suo cotanta fede.
E faccial tale che adoperi l'una di queste tre cose, cioè: o che
renda l'uditore più atteso al detto suo, o che lo renda più
benivolo a ssé, o che 'l renda più ammaestrato in sul fatto
ch'egl'intende di dire. E che parole può usare il dicitore per le
quali renda l'uditore più atteso al detto suo, e chenti perché
' renda più benivolo a sé, e chenti perché 'l renda
più amaestrato in sul fatto ch'egl'intende di dire, brievemente
per ordine il ti vo' mostrare e aprire; e in prima per che parole si rende
l'uditore più atteso.
Anche si rende atteso l'uditore quando è pregato
dal dicitore che benignamente lo 'ntenda, o quando il dicitore apre brievemente
dinanzi sopra quante cose dee dire.
Da la sua persona si fa colui che favella benivolo l'uditore, se sanza arroganza loderà l'officio suo, o' fatti suoi, e dirà chente egli è stato pello suo comune, o per li parenti, o per li amici, o per coloro medesimi che ll'odono, acciò che quel che dice sempre si convegna ben col detto suo; perché, dicendo colui che parla cotali cose di sé, si fa voler bene all'uditore. Anche, se dirà il dicitore alcuna cosa di sue miserie, sì come povertà, o che sia stato prigione, o dirà di sue averistadi; e con esso dirà che in niun'altra persona à mai fidanza che nel possa atare, se non l'uditore.
Dalla persona dell'aversario suo si fa colui che favella benivolo l'uditore, se per lo detto suo farà el suo aversario venire in invidia dell'uditore, o in odio, o in dispregio. In invidia lo farà venire, se dirà che sia potente, o ricco, o gentile, o che sia compagno dell'uditore, o oste, o parente, o altre cotal cose onde l'uomo à baldanza di potere torcere la ragione; e mosterrà come l'aversario suo si raffida più nelle dette cose che in altra ragione che si creda avere. In odio il farà venire, se dirà che sia superbo, o malizioso, o crudele, o che abbia in sé altre cotali cose onde l'uomo è innodiato. In dispregio il farà venire, se dirà che sia matto, o pigro, o lento, o lussurioso, o altre cotali cose onde l'uomo è avuto in dispregio.
Da la persona di colui che ode si fa colui che favella benivolo l'auditore, se dirà sanza arroganza che l'uditore sia savio, o forte, o umile, o grande; o dirà alcuna cosa la quale e' creda che l'uditore oda dire di sé volentieri.
Dalle cose delle quali si favella si farà
colui che parla benivolo l'uditore, se loderà il detto suo, mostrando
come quel che dice è cosa buona e onesta, e quel che dice l'altra
parte è cosa rea e malvagia.
E in che modo si può dire lo fatto brievemente,
e in che modo chiaro e aperto, e in che modo che paia quel che si dice
vero o verisimile cosa, ti vo' per ordine mostrare e aprire.
E si dice il fatto sommariamente e non per partite, quando si conviene di così dire; perché molte volte basta di dire solo che 'l fatto sia fatto, poscia che non si dica il modo come fatto sia. E se si guarderà di dire molte cose che non sono del fatto, ma possono nascere di quello. E se non si partirà dal fatto ch'à cominciato, e metterà mano a dire altre cose.
E se tacerà lo 'ncominciamento del fatto che
si può intendere dicendo la fine; onde, se dirà il dicitore
che sia tornato di Francia, non fa bisogno di dire ch'andato vi sia.
E dee colui che vuole bene il fatto narrare non solamente tacere il fatto
che gli fa danno, ma quello che non gli fa né danno né prode.
E che la parola ch'à detto una volta non la ridica più poscia,
in questo modo: "Nell'ora della cena venne in Roma Martino; poscia che
nell'ora della cena fu Martino in Roma giunto, cenò a grand'agio;
a grand'agio cenato, mise un guato; messo il guato, rapìo la femina,
onde è nato molto male." Perché non solamente del
fatto, ma delle parole che sono di soperchio si dee guardare colui che
favella.
E sempre sia scaltrito il dicitore di fermare per
carta il detto suo, se fare si puote, o per alcuna buona e onesta persona
che stata vi sia.
Nell'aringherie si fa divisione in questo modo: che,
aperta il dicitore la proposta sopra la quale egli
intende di dire, sì può fare la divisione sua in due modi.
L'uno, per via di novero; e per questo si fa quando il dicitore dice: "Sopra
la detta proposta due o tre cose intendo di dire", e non apre le cose
dinanzi sopra le quali e' dirà. L'altro, quando dinanzi apre
le cose, in questo modo: "Sopra la detta proposta dirò in prima
di cotal cosa, e poscia di cotale altra, e poi di cotale", e così
apre le cose dinanzi di che dee dire, e mostra l'ordine che dee tenere.
Ma questo cotale aprire dee essere brieve, acciò che non dica cosa
che necessaria non sia; e dee essere assoluto, cioè che non dica
se non le somme delle cose; e dee essere di poche parole, cioè che
non dica di dir cosa che poscia non dica per innanzi. E di questo sia sempre
il dicitore ammonito: che non faccia alcuna divisione che sia più
che di tre membri, perch'è di gran rischio che non erri, e dicane
poscia più o meno ch'abbia proposto al cominciamento di dire; e
che non metta in sospeccione l'uditore che dica cose pensate, la qual credenza
torrebbe molta fede al detto suo, e non l'avrebbe l'uditore per così
aprovato.
Però, color che sono letterati, se delle dette
due parti vogliono sapere, leggano nella Rettorica di Tulio, là
ove ne troverrano pienamente trattato; e color che sono laici facciano
la loro confermagione e risponsione e pruovino il detto loro come possono
il meglio, secondo ch'è loro dato per natura.
Per via di novero si può fare conclusione quando colui che favella, nella fine della sua diceria, coglie per novero ciò che spartamente à detto di sopra, e viello per ordine dicendo, brievemente e per poche parole. Non c'un'altra volta dica quel ch'à detto di sopra, ma che rinnuovi il detto suo, sì che colui ch'è stato a udire, se gl'à posto ben mente, si possa agevolemente ricordare e recare a memoria quello ch'à udito di sopra.
Nella qual conclusione sia il dicitore
ammonito, che non ridica quello che nel proemio o narragione à detto
di sopra, perché parrebbe il detto suo cosa pensata, e che dello
'ngegno e memoria sua volesse far vista; ma comincisi da quello ch'à
detto nella divisione, e venga poscia dicendo per ordine, brievemente e
per poche parole, ciò che nella confermagione e risponsione à
di sopra proposto, e non si faccia più dalla lunga.
Il primo luogo si piglia dalla autorità e dalla grandezza del fatto, quando il dicitore mostra che ll'aversario à peccato in alcuna cosa, e poi mostra quanta cura e rangola àe avuto Iddio di quella cosa, overo i nostri maggiori, overo il nostro comune, overo i savi uomini per li tempi passati, che in quella cosa non si pecchi; e spezialmente dica, se puote, come delle dette cose favellano le leggi.
Il secondo luogo si è quando colui che parla cresce la malizia del fatto, in ciò che mostra contra cui l'aversario à peccato, sia contra Dio, o contra nostri maggiori, o contra nostri pari, o contra nostri minori.
Il terzo luogo si è quando il dicitore dice dubitando che ne interverrebbe se a ciascuno si concedesse il simigliante, cioè di fare quello ch'à fatto l'aversario; e poscia mostra, se questa cosa si mette in negligenzia, che pericoli o che sozze cose ne nascerebbe per innanzi.
Il quarto luogo si è quando mostra il dicitore, se a costui si perdonasse, come molti rei uomini s'inviterebbo a mal fare, i quali s'indugiano e stanno a vedere che uscita questa cosa farà.
Il quinto luogo si è quando il dicitore mostra, se pur una volta fosse iudicato altrimenti, per niun modo si potrebbe questo male poscia spegnere; o se pur una volta sarà errato in questa ragione, non si potrà poscia trarre adietro né mendare. E in questo luogo sarà bello che 'l dicitore ponga qualche essemplo di cosa passata, ove sia stato bene errato; ma, o per tempo trapassato, o per mutar consiglio, le dette cose sieno potute mendare: ma questa è di tal forma che, se ci si errerà, non può così poscia intervenire, perché niuna cosa vi può poscia dare aiuto.
Il sesto luogo si è quando il dicitore mostra come questo maleficio è commesso per l'altra parte pensatamente e di sua volontà, e come coloro che così peccano non ànno poscia scusa veruna; ma chi disavedutamente commette peccato, à cagione molte volte d'adomandar perdonanza.
Il settimo luogo si è quando il dicitore mostra come il peccato è crudele e di soza forma, in ciò che dice che l'aversario l'à fatto in disdegno del comune, credendosi esser sì grande o per suo avere, o per potenzia d'amici, che 'l comune non abbia ardimento di punirlo o di farne alcun processo contra lui; laonde ne 'ndebolisce il comune, e' grandi ne pigliano baldanza.
L'ottavo si è quando il dicitore mostra come il maleficio commesso è disusato e crudele, del quale si dee più tosto far vendetta, e più aspramente si dé iudicare.
Il nono luogo si è quando il dicitore assimiglia il malificio commesso ad un altro maleficio malvagio, dicendo: "Maggior malificio è di corrompere e di sforzare una femina, che di spogliare gl'altari, e d'imbolare e di portar via le cose sacrate; perché le dette cose si fanno molte volte per gran bisogno, ma quel si fa solamente per superbia e per non temperare la volontà."
Il decimo luogo si è quando colui che favella diligentemente mostra tutto ciò che fatto è, e tutto ciò che ne può seguitare, recando colpevole e agramente tutte le cose contro al suo aversario, sì che paia sempre che sia in sul fare delle cose.
E di questo sia sempre savio colui che favella: d'usare
contra suo aversario le più aspre parole che puote, che si convengano
al fatto; perch' è di grande utilità al dicitore quando reca
bene l'animo di coloro che stanno a udire contra suo aversario.
Il primo si è quando il dicitore dice come la ventura gl'è diversamente mutata, mostrando come già fue in grande stato, e come n'è or caduto e tornato a niente.
Il secondo, quando il dicitor mostra i mali suoi passati, e presenti, e quelli ch'aspetta d'avere.
Il terzo, quando si ramarica d'alcuna servitudine, o cosa laida o vile, che gli convenga sofferire, che non si convenga a lui, o per sua gentileza, o grandeza, o per cagion del tempo e dell'età sua.
Il quarto, quando si duole d'alcuna grande speranza ch'avea d'alcuna cosa, che dice che gl'è venuta meno.
Il quinto, quando si duole di certe persone onde dovrebbe avere bene e essere consigliato e atato, e e' n'à grandissimo male.
Il sesto, quando si duole in ciò ch'è povero, o infermo, o cacciato di suo paese.
Il settimo, quando si duole che non fue presente ad alcuna cosa che andò male, che sarebbe bene ita.
L'ottavo, quando torna il suo rammarichio sopra una bestia, o alcuna cosa sanza senno o sanza favella, dicendo: "Vedi questo cane, o questo albergo, o questo letto, come pare che stian tristi e che piangano la morte del lor signore!"
Il nono, quando si rammarica della morte del figliuolo, o dell'amico, o del signore, mostrando il bene che n'avea, e come l'à tutto perduto.
Il decimo, quando si rammarica del male o danno che vede all'amico, non per sé ma solamente per lui.
L'undecimo, quando il dicitore conta l'averistà sua, specificando sì ogni cosa come se in presenza e dinanzi agli ochi di color che stanno a udire si facesse.
Il duodecimo, quando conta molte averistà ch'à patite, e mostra come l'à portate in gran pazienzia, e per ciò non s'è mutato, ma sempre è stato coll'animo fermo. E di questo cotale, coloro che sono grandi e gentili ànno misericordia e pietade, maggiormente per la francheza che veggono in lui che per altra miseria che dica.
Per li modi che t'ò posti di sopra può
colui che favella nella fine della sua diceria recare a misericordia l'animo
di colui che sta a udire. E di questo sia sempre scaltrito colui
che favella: che quando e' fa la fine del detto suo per via di misericordia,
che dica il detto suo brievemente e in poche parole, perché niuna
cosa più avaccio che la lagrima si secca.
E perché le dette cose che fanno a ben favellare non varrebon niente al dicitore se non sapesse il detto suo ben profferere, sì tti voglio ora mostrare come il dicitore dee saper ben profferere il detto suo nella sua diceria.
E questa materia è tanto sottile che gl'antichi savi, che diedero al cominciamento dottrina di parlare, disson che di questa materia non si potea dire colla lingua, ma solo l'animo potea iudicare chi profferesse bene a ragione. Però, colui che di queste cose vorrà sapere, sì gli converrà porre ben mente.
E perché il ben profferere
le parole è in due cose: l'una nella boce piacente, l'altra ne'
piacevoli movimenti del corpo--cioè delle mani e de' piedi e dell'altra
persona--e della cera del volto, sì tti voglio delle dette cose
per ordine mostrare e aprire, e prima della boce piacente.
Della boce grande, che ss'à per natura e per
medicina si conserva, non dirò alcuna cosa, perché né
voglio insegnare medicina, né lla natura posso sforzare. Né
vo' dire della voce ferma, in quanto s'à per natura e conservasi
per medicina; ma dirò di lei in quanto si conserva per usanza. E
dirò pienamente della boce molle, la quale s'accatta e conserva
per usanza; e è quella boce che ssi conven più al dicitore
che niun'altra, perché gli conviene in molti modi di boci favellare.
E prima ti vo' dire della boce ferma, in quanto si conserva per usanza.
La prima, che cominci il detto suo pianamente e soave, perché si percuote l'organo e guastasi la boce se, anzi che s'ausi con boce consolata e piana, colui che favella comincia di forza a favellare o a gridare.
La seconda, che nel cominciamento faccia le sue ristate più spesso, e, quando resta, un cotal poco si riposi; perché si racconcia l'organo in quelle ristate, e lo spirito del dicitore si ricrea.
La terza, che soavemente, da che à detto un poco, cominci la boce a levare, e vengala variando in molti modi; perché quel cotale variare acconcia la boce ad ogni generazion di favella. E del favellare aguto si guardi, perché molte volte in una aguta favella si guasta tutta la boce.
La quarta, che nelle ristate d'alcun detto, sotto un riaver d'alito, dica molte parole; perché, così faccendo, si racconcia l'organo e riscaldansi le gote.
Tutte e quattro le dette cose che sono poste di sopra sono utili, non solamente, a colui che favella, a conservagli la boce, ma fanno grandissima utilità a coloro che stanno a udire. Perché, secondo che 'l pian favellare dallo 'ncominciamento conserva la boce, così fa alli uditori grandissimo prode; perch'è molto rincrescevole cosa, a color che stanno a udire, quando odono un dicitore che con alta voce cominci a parlare, o gridando. E secondo che le riposate conservano la boce, così all'uditore fanno gran prode, perché gli dividono lo fatto, e dannogli spazio di recarsi a memoria le cose. E come megliora l'organo il variare della boce, così diletta l'uditore quando si varia la voce, rendendolo ora atteso il favellar di certo modo, e faccendolo risentire quando si favella in un altro.
L'aguto favellare sconcia la boce; così all'uditore
è sozzo e noioso, perché à in sé una cosa sconcia,
e conviensi più a femina che ad uomo. E come nella fine d'alcun
detto il ritener della boce è rimedio della boce, così è
molto utile all'uditore, perché s'accende e riscalda quando ode
le belle ragioni, onde si conferma il detto di colui che favella, le quali
si dicono in quelle ristate.
E a voler pienamente mostrare in che modo il dicitore dee usare questa boce quando favella, sì cci conviene in prima sapere quanti sono i modi del favellare. E pongono i savi sette modi, cioè: dignitoso, mostrare, narrare, giocare, contendere, abominare, lamentare. E a ciascheduna di queste favelle si dee dare sua boce, in questo modo.
Che se 'l parlare sarà in favellar dignitoso, il quale s'appella grave in volgare, sì proferrà il dicitore la sua parola con piene guance e con boce consolata e piana, ma non di soperchio, sì che s'esca dell'usanza del parlare, come fanno i poeti ch'ànno a recitare tragedia.
E se la favella sarà in mostrare, sì farà il dicitore la boce sua più bassetta, e farà molte divisioni e molte ristate, sì che nel suo proferere paia che incorpori la parola sua nell'animo dell'uditore.
E se la favella sarà in narrare, sì varierà la boce sua il dicitore secondo che 'l fatto diversamente si varia; e molte volte dirà un poco più tosto, quando vorrà profferere dirittamente, e altre volte più rado, quando non si curerà di così ben profferere; e talotta parlerà con boce agra, e talotta con boce benigna; e molte volte con boce allegra, e poco stante con boce trista: e così varierà la boce sua come si varieranno le parole del fatto. E se in narrar lo fatto acaderà di dire detto o priego o risposta d'alcuna persona, o alcuna cosa da dover maravigliare, diligentemente considerrà il dicitore questo fatto, sì che profferi colla boce il senno e la volontà di ciascheduno.
E se la favella sarà in parlare di sollazzo e di giuoco, sì parlerà il dicitore con boce lena e tremante, e con un poco di riso, che non significhi molto, e guarderassi di ridere di soperchio.
E se la favella sarà in contendere, sì può fare lo dicitore la sua boce in due modi: l'uno, che, cominciando di dire con boce mezolana, continuando le parole sue crescerà la boce, e, torcendo il suono, dirà parole molto tosto, gridando; il secondo modo, che griderrà il dicitore con chiara boce, e, quanto spazio avrà preso in ciaschedun grido, cotanto si riposerà anzi che l'altro incominci.
E se la favella saràe in abominare, cioè che 'l dicitore voglia dicere parole onde inzighi e accenda l'animo degli uditori contra alcuna persona, sì favellerà con boce sottile, e un poco di grido, e suono iguale; e muterà in molti modi la boce, secondo che si muterà la natura del fatto; e parlerà tosto.
E se la favella sarà in parlare tristo, sì
favellerà il dicitore in voce bassa e suono inchinato; e muterà
in molti modi la boce, secondo che la natura del fatto si muta; e farà
molte riposate con grandi spazi.
Perché, se lla parola sarà nella favella dignitosa, il parlator dicerà il detto suo con levando e menando un poco la man dritta.
E se lla parola sarà in mostrare, starà più col capo dallo 'mbusto divelto inverso color che stanno a udire; perché questo è dato dalla natura: che colui che mostra, sempre sta col volto più presso e atteso inverso coloro cu' e' mostra, quando vuol ben dare ad intender la cosa che dice.
E se la parola sarà in narrare, quel movimento del corpo saràe acconcio che di sopra ti dissi che ssi convien fare quando la parola è nella favella dignitosa.
E se lla parola sarà in giocare, sì mosterrà il dicitore alcuna allegreza nel volto, sanza muover il corpo.
E se lla parola sarà in contender, sì si può fare in due modi: il primo, con dimenar tosto le braccia, e muover lo volto, e fare aspra guardatura; il secondo, che 'l dicitore meni tosto e distenda le braccia, e muovasi un poco col piè diritto, e faccia uno agro e inteso guardare.
E se la parola sarà in abominare, sì serverà il dicitore il primo modo che di sopra ti posi nel contendere.
E se la parola sarà in lamentare, sì farà il dicitore uno lamentare come femina, e percoterassi il capo con reggimento piacevole e fermo, e starà col volto tristo e turbato.
Non sono sì matto che bene non conosca che
cose io imprese di voler fare, quando le boci che diversamente si voglion
dire in sul profferere, e anche i movimenti del corpo che diversamente
si voglion fare, mi penai di dire a parole e ritrarre in volgare. E avegna
che non mi confidi che l'abbia pienamente fatto, almeno quello che detto
è non è inutile a sapere; però, quel che rimane lascio
all'usanza. Ma una cosa vo' che sappi: che la boce e' movimenti del corpo
e la cera del volto che viene da l'animo di colui che parla nel tempo del
suo favellare, fanno il dicitore ben profferere.
E a trattare di questa materia, ti voglio in prima mostrare che cose al consigliatore fanno bisogno di sapere; appresso ti mosterrò per quante vie e modi in su le cose si può consigliare.
Al consigliatore che in su le cose vuol sapere ben consigliare fanno bisogno tre cose di sapere: la prima, quanti sono i modi di consigliare, cioè di quante generazioni sono proposte; la seconda, sapere trovare la cagione perché della cosa si piglia consiglio; la terza, sapere conoscere l'utilitadi alle quali si può venire delle cose per lo consigliare.
E la prima cosa, sapere quanti sono li modi del consigliare. E pongonne i savi due modi: l'uno, ch'è anzi da fare; l'altro, ch'è da fare maggiormente. Il modo di consigliare che s'appella "ch'è anzi da fare" è quando nella proposta si possono solamente due partiti pigliare, cioè alcuna cosa sia da fare o non sia da fare; e l'uno de' partiti è buono, e l'altro è reo per innanzi. E è questo l'essemplo: "I Romani ànno Cartagine presa. Piglia consiglio il senato se Cartagine è da disfare o da tenere." E l'uno delli detti partiti è buono per li Romani a pigliare, e l'altro è reo per innanzi.
Il modo di consigliare che ss'appella "che è da fare maggiormente" è quando nella proposta molti partiti si posson pigliare, e è catun buono, ma pigliasi consiglio per fare lo migliore; o è reo ciascheduno, e conviene pigliare l'uno, ma pigliasi consiglio per far quello onde men danno si possi seguitare. E è questo l'essemplo: "Scipione andò per li Romani sopra que' di Cartagine. Anibaldo andò per que' di Cartagine sopra i Romani. Scipione à sconfitto i Cartaginesi, e è sopra torre loro la terra. Anibaldo à sconfitto i Romani, e assiede Roma. Que' di Cartagine mandano per Anibale, che incontanente ne venga, se non si perdono la terra. Anibale piglia consiglio se à a stare fermo in Italia tanto che pigli Roma, o àssi a tornare a casa per difendere i suoi, o à a passare oltremare e pigliare Allessandria, per difendersi ivi da' Romani." Catuno de' detti partiti a pigliare è molto per Anibale reo, ma fa bisogno di pigliarne l'uno; però piglia consiglio per fare lo men reo, cioè quello onde men danno si possa seguitare.
E la seconda cosa, saper trovare la cagione perché sopra la cosa si piglia consiglio. E però è questo utile cosa a sapere, perché il buono consigliatore sempre nel suo consigliare va dietro alla cagione, e di quella fonda tutta la sua diceria. E a trovarla ne dànno i savi questa dottrina: che molte volte è la cagione per quella cosa medesima sopra la quale si consiglia, e molte volte non per quella cosa medesima ma per altre cose strane, e molte volte parte per quella cosa medesima ma più per altre cose strane.
E` la cagione per quella cosa medesima sopra la quale si piglia consiglio in questo essemplo: "Anibaldo à sconfitto i Romani, e, presi molti di loro, manda loro a dire, per suoi ambasciadori, di rivendere li prigioni, se li vogliono ricomperare. Il senato piglia consiglio, se sono da ricomperare li prigioni, o no." E` dunque la proposta della ricompera de' prigioni, e per cagione de' prigioni, acciò che sieno fuori di cattività.
E` la cagione non per quella cosa medesima sopra la qual si piglia consiglio, ma per altre cose strane, in questo essemplo: "Contiensi nello statuto di Roma che niuno possa essere consolo se prima non à età di trentacinque anni. Anibale è venuto con gran gente sopra i Romani. Scipione di Roma è molto savio, e di guerra buono capitano, ma non à l'età che lo statuto dice. Piglia consiglio il senato se è da concedere a Scipione, non ostante lo statuto, che possa essere consolo di Roma, o no." E` dunque la proposta del consolato di Scipione, ma la cagione non è il consolato, ma la guerra d'Italia; perché, se la guerra non fosse, la detta proposta non sarebbe.
E` la cagione parte per quella cosa sopra la quale si piglia consiglio, ma più per altre cose strane, in questo essemplo: "Anibale è venuto con grande oste sopra' Romani. L'amistà loro sono venute in Roma per atarli. Vorrebbono i Romani andare contro Anibale con grande sforzo di buona gente; e fidansi della battaglia più ne' loro cittadini che nelle loro amistà. Piglia consiglio il senato se la guardia della città di Roma è da commettere alle loro amistadi, o no." E` dunque la proposta sopra la guardia della cittade di Roma, parte per la guardia della terra, ma più per altre cose strane, cioè la guerra d'Anibale, acciò che sforzatamente, con buona gente da battaglia, possano i Romani contro Anibale andare.
E la terza cosa che fa bisogno
al consigliatore, di sapere conoscere l'utilitadi alle quali si può
venire delle cose per lo consigliare. E però è questo utile
a sapere, perché sola l'utilità è la cosa perché
sopra le cose si piglia consiglio. E dicono li savi che, di tutte le cose
laonde consiglio si piglia, si vien per lo consigliare ad una di queste
tre utilitadi, cioè: o che la cosa sopra la qual si piglia consiglio
sia più sicura, o che si faccia in tal modo che stia bene e dirittamente,
o in tal modo si faccia che sia più lodata dalle genti.
Fatta la proposta della cosa sopra la quale si dee consigliare, dee il consigliatore diligentemente considerare e fra sé medesimo vedere la cagione per la quale sopra quella cosa si piglia consiglio, e di quella cagione dee trarre l'utilità alla quale si può venire di quella cosa per lo consigliare.
E se vede ch'a quella utilità possa venire che sia più sicura la cosa sopra la quale si piglia consiglio, che 'l puote apertamente sapere, se vede che si tema che danno si possa dare in quella cosa presentemente overo per innanzi--perché allotta è l'utilità della cosa sopra la quale si piglia consiglio che sia più sicura, quando si teme che in quella cosa danno si possa dare--sì dee il consigliatore considerare tutte le vie per le quali si può dare danno nelle cose, che sono due, secondo che dicono i savi: l'una si è per via di forza, l'altra si è per via d'inganno.
Per via di forza si può danno dare o per oste, o per navilio, o per arme, o per tormento, o per recar gente scacciata in lor paese, e per altre cotali cose.
Per via d'inganno si può danno dare o per bugie, o per danari, o per promissioni, o per mostrare di fare una cosa e fare un'altra, o per mutar la cosa ch'à cominciata e fare altrimenti, e per altre cotal cose.
Però considerrà tutte le dette vie,
e anche altre se da sé ne sa più trovare, e vedrà
per qual via danno si può dare in quella cosa; e troverrà
' rimedii onde quel danno si possa fuggire o schifare, e que' rimedii darà
per consiglio.
Dicono i savi che prudenza è detta in tre modi, e per ciascuno modo è la sua via di consigliare.
E` detta in uno modo prudenza un sottile scaltrimento, per lo quale si muove l'uomo per diritta ragione a conoscere il bene dal male. E secondo questo modo di prudenza si può dar consiglio in questo modo: che colui che consiglia apra e mostri nel suo dire quale è il bene e quale è il male di quella cosa sopra la quale si consiglia, e poscia dia per consiglio cosa per la quale si venga al bene ch'à mostrato.
Anche, è detta in un altro modo prudenza, aver memoria di molte cose passate, e di molti fatti che li sieno già incontrati e avenuti. E secondo questo modo di prudenza si può dar consiglio in questo modo: che 'l consigliatore assomigli il fatto sopra 'l quale si piglia consiglio ad un'altra cosa passata, o a un altro fatto simigliante che gli sia già avenuto o incontrato, e dia per consiglio cosa per la quale in questo fatto simigliante via si tenga.
Anche, è detta in un altro
modo prudenza, essere sottile e ingegnoso d'alcuno artificio o maestria
d'utilità, per la qual cosa è l'uomo appellato savio, o maestro
di quella cosa. E secondo questo modo di prudenza si può dar consiglio
in questo modo: che colui che consiglia truovi una bella maestria d'utilità
in sul fatto sopra 'l quale si consiglia, e dia nel suo consiglio la via
e 'l modo come si possa fare.
E è detta iustizia una ferma volontà d'animo, per la quale si muove l'uomo a rendere la ragion sua a ciascheduno, secondo l'essere suo. E consigliasi per via di iustizia in sei modi, secondo che sei sono le virtù che nascono di lei, cioè: religione, pietà, grazia, vendetta, osservanza, e verità.
Per via di religione si rende a Dio la ragion sua dalle genti. E consigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa laonde si servi la fede di Dio o ubidiscansi le sue comandamenta, o altre cose si faccino per le quali Dio sia dalle genti servito e ubidito, secondo che la Scrittura comanda.
Per via di pietà si rende la ragion sua al padre o alla madre dal figliuolo, overo alla città dal suo cittadino. E consigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cose laonde il padre o la madre sia onorato o ubidito dal suo figliuolo, o sovenuto ne' suoi bisogni; o la città o 'l comune sia servito o fedelmente consigliato dal suo cittadino.
Per via di grazia si rende la ragion sua al parente e all'oste e all'amico. E consigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa laonde l'un parente da l'altro sia servito, o l'mico dall'amico, o l'uno oste dall'altro, overo fedelmente consigliato, overo guardato con molta onestà.
Per via di vendetta si rende la ragion sua al nimico. E consigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa laonde il nimico si difenda dal nimico, e non si lasci fare né iniuria né forza.
Per via d'osservanza si rende la ragione a' signori, o a' maggiori, o a coloro che di bontà passano li altri, da' loro minori o suggetti. E consigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa laonde i signori, o' maggiori, o coloro che di bontà passano gl'altri, sieno da' soggetti o da' lor minori temuti, overo onorati, over serviti con molta reverenza, perché sempre è così osservato.
Per via di verità rende la ragione l'uno uomo
all'altro. E consigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio
che pone, dà per consiglio cosa che né per odio né
per amore si torca l'uomo dalla via diritta, o si pieghi dalla ragione;
o che simigliante ragione a ciascheduno si debba servare; o che la fede
altrui data si debbia al postutto servare o ferma tenere; o dia per consiglio
altra cosa che s'appartenga a dire altrui vero, o servare lealtade.
E è detta forteza una volontà d'animo, per la quale si muove l'uomo a desiderare le cose grandi e dispregiare le cose vili, e essere sofferente delle fatiche e de' pericoli, acciò che la cosa bene e utilemente si faccia. E consigliasi per via di forteza, acciò che la cosa si faccia dirittamente, per quattro modi, secondo che quattro sono le virtà che nascono di lei, cioè: magnificenzia, speranza, pazienza, perseveranza.
E è detto l'animo forte per via di magnificenza, quando desidera le cose grandi e dispregia le cose vili, e giudicale non degne alla grandeza sua. E consigliasi per via di magnificenzia quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa che le cose grandi si debbian seguitare, e le piccole schifare e fuggire, giudicandole non degne alla grandeza o dignità di coloro cui e' consiglia.
E è detto l'animo forte per via di speranza, quando spera fermamente pure di ben capitare, se le cose che sono a fare si fanno bene e dirittamente. E consigliasi per via di speranza quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa che le cose che sono a fare si faccian bene e dirittamente e come si convengono di fare a ragione, non considerando che del fatto si può seguitare, perché spera fermamente, così faccendo, di capitarne pur bene.
E è detto l'uomo forte per via di pazienza, quando è paziente de' pericoli e delle fatiche, acciò che la cosa si facci utilemente. E consigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa onde, di quello onde consiglio si piglia, più utilità si può seguitare, non considerando fatica o pericolo veruno che facci bisogno di sostener, o dolore o odio che ne possa incontrare.
E è detto l'animo forte per via di perseveranza,
quando, veduta o conosciuta l'utilità della cosa, sempre persevera
e tiene quella via. E consigliasi per via di perseveranza quando il consigliatore,
nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa laonde egli à
veduto o provato che, sopra quello onde consiglio si piglia, sempre è
stato il meglio di così fare.
E è detta misura un temperamento d'animo de' desideri del mondo. E consigliasi per via di misura, acciò che dirittamente si facci la cosa, in tre modi, secondo che tre sono le virtudi che nascono di lei, cioè: astinenza, pietà, e vergogna.
E è detto l'animo ammisurato per via d'astinenza, quando dispregia le cose che sono di soperchio. E cosnigliasi per questa via quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa per la quale abbomina il desiderio e dispregia la volontà d'avere troppe ricchezze o d'abbracciar troppi onori, o dice il termine e la natura della cosa sopra la quale si consiglia, e pone quanto è bastevole a ciascheduno.
E è detto l'animo ammisurato per via di pietà, quando per pietà si muove a perdonare a' nimici e a coloro che l'ànno offeso. E consigliasi per via di pietà quando il consigliatore, nel consiglio che pone, dà per consiglio cosa per la quale si mostra che niuno dé essere tanto provocato ad ira, e non dee ricever tanta soperchianza, che non si muovi a pietà, a perdonare a colui che umilemente li chiama mercé.
E è detto l'uomo ammisurato per via di vergogna,
quando si vergogna delle soperchianze e de' mali che altrui vede fare.
E consigliasi per via di vergogna quando il consigliatore, nel consiglio
che pone, dà per consiglio cosa per la quale si mostra che ciascuno
si dee turbare d'onesta vergogna quando vede overo ode dire le soperchianze
o le cose mal fatte.
Or ti vo' mostrare per che modo si può consigliare,
quando l'utilità della cosa è che si facci in tal modo che
sia lodata dalle genti. E avegna che niuna volta si può dar consiglio
che la cosa stia bene e dirittamente, che dalle genti quella cosa lodata
non sia, perché sono lodate tutte le cose che bene e dirittamente
si fanno, sì interviene molte volte che di certe cose si piglia
consiglio, laonde il consigliatore non guarda di consigliare quello onde
la cosa possa bene stare, ma solo che dalle genti sia lodata e dettone
bene; perché sono molte cose che, avegna che dirittamente non sien
fatte, sì sono lodate e piacciono altrui. E perché questo
interviene rade volte, sì vi si dà brievemente questo modo
di consigliare: che 'l consigliatore, sopra quel
fatto, dia per consiglio cosa onde loda che sia buona si possa seguitare;
perché puote essere molte volte la cosa lodata, ma di loda ch'è
rea e da fuggire, sì come chi lodasse alcuna persona che fosse scaltrito
ladro o ingegnoso puttaniere, o lodasselo d'alcun' altra sozza o vituperevole
cosa; la qual loda non dee volere alcuna persona che si seguiti della cosa
che dà per consiglio.
Bene e male si può dire d'alcuna persona da tre cose, cioè: da le cose che s'appartengono a l'animo, e da quelle che s'appartengono al corpo, e da quelle che s'appartengono fuori del corpo, cioè da' beni della ventura.
Dalle cose che s'apartengono all'animo si può dire bene e male d'alcuna persona da quattro virtudi principali che sono nell'animo dell'uomo solamente, cioè: prudenzia, iustizia, forteza, e misura. Da le cose che s'apartengono al corpo si può dir bene e male d'alcuna persona da quattro cose che son bontà del corpo solamente, cioè: leggereza, forteza, sanità, e belleza.
Dalle cose che s'apartengono fuori del corpo si può dir bene e male d'alcuna persona da sette cose, i quali sono appellati i beni della ventura, cioè: gentileza, riccheza, signorie, onori, amistadi, cittadinanza, esser ben nutricato. E queste non son cose che s'apartengono né a corpo né ad animo, ma sono certi beni dati all'uomo dalla ventura, laonde è molto lodato e dettone bene.
Dissi di sopra che delle cose che s'apartengono all'animo può l'uomo essere lodato da quattro virtù principali, cioè: prudenzia, iustizia, forteza, misura; e da ciascheduna di queste può l'uomo essere lodato per molti modi e da molte virtù che nascon di queste, le quali ti voglio per ordine mostrare e aprire.
Di prudenza può l'uomo essere lodato da tre virtù che nascon di lei, cioè: da buona memoria, da buon conoscimento, e da buon provedimento.
Per buona memoria puote l'uomo esser lodato di prudenzia in ciò ch'è detto savio quando si ricorda di molte cose che sono già state, o di molti fatti che gli sieno incontrati, laonde giudica meglio e più saviamente in su le cose presenti.
Da buono conoscimento può l'uomo essere lodato di prudenzia in ciò ch'è detto savio quando si muove sottilmente in su le cose e per diritta ragione a conoscere il bene dal male.
Da buono provedimento può l'uomo essere lodato di prudenza in ciò ch'è detto savio quando sa ben provedere dinanzi le cose che possono avenire e incontrare.
Di giustizia può l'uomo essere lodato da sei virtù che nascono di lei, cioè: religione, pietà, grazia, vendetta, osservanza, verità.
Per via di religione può l'uomo esser lodato di giustizia quando religiosamente si muove a render la ragione sua a Dio, la quale li si rende dalle genti quando si serva la fede sua o ubidisconsi le sue comandamenta.
Per via di pietà puote l'uomo esser lodato di giustizia quando pietosamente si muove il figliuolo a render la ragion sua al padre e alla madre e a' suoi antecessori, la quale è in onorarli e servirgli e sovenirli quando sono bisognosi; o quando il cittadino pietosamente si muove a render la ragion sua al suo comune, la quale è in difenderlo e consigliarlo fedelmente.
Per via di grazia può l'uomo esser lodato di giustizia quando per grazia e buono amore si muove a rendere la ragion loro a' parenti o agli osti o agl'amici, la quale è in servirgli e consigliarli fedelemnte, e guardargli con molta onestà.
Per via di vendetta può l'uomo essere lodato di giustizia quando per vendetta si muove a rendere la ragion sua al nimico e a colui che offendere lo vuole, la quale è quando si difende dal nimico e non si lascia fare né iniuria né forza.
Per via d'osservanza puote l'uomo essere lodato di giustizia quando rende la ragion loro a' signori, e a' maggiori, e a coloro che di bontà passano gl'altri, la quale è in servirgli fedelmente e portare loro riverenzia e onore, considerando che sempre è così osservato.
Per via di verità può l'uomo essere lodato di giustizia quando dice altrui vero, e serva lealtà e quel che promette.
Di forteza, ch'è la terza virtù dell'animo, può l'uomo esser lodato da quattro virtudi che nascono di lei, cioè: magnificenzia, speranza, pazienzia, perseveranza.
Per via di magnificenzia può l'uomo esser lodato di forteza quando è detto l'animo forte in ciò che desidera le gloriose e grandi cose, e dispregia le cose piccole e vili, e giudicale non degne alla grandezza sua.
Per via di speranza può l'uomo essere lodato di forteza in ciò ch'è detto l'animo forte quando spera fermamente pur di ben capitare se le cose si fanno bene e dirittamente e come si conviene a ragione.
Per via di pazienzia può l'uomo esser lodato di forteza in ciò ch'è detto l'animo forte quando è paziente de' pericoli e fatiche, acciò che le cose si faccin bene e utilemente.
Per via di perseveranza può l'uomo esser lodato di forteza in ciò ch'è detto l'animo forte quando sempre seguita e tiene quella via ch'à conosciuta e provata ch'è la migliore, e più utilità si ne seguita.
Di misura, ch'è la quarta virtù dell'animo, può l'uomo esser lodato da tre cose, cioè: astinenzia, pietà, vergogna.
Per via d'astinenza può l'uomo esser lodato di misura in ciò ch'è detto l'animo ammisurato quando tempera i desiderii del mondo, e astiensi dalle cose che son di soperchio, e pone il termine e la misura a ciascuna cosa, e oltre quel termine non vuol passare.
Per via di pietà può l'uomo esser lodato di misura quando è detto l'animo ammisurato in ciò che si muove a pietà, e perdona a chi l'offende, quando umilemente li chiama mercé.
Per via di vergogna può l'uomo esser lodato di misura quando è detto l'animo ammisurato in ciò che si turba d'onesta vergogna veggendo altrui fare le soperchianze e le 'ngiurie.
Se ben porra' mente alle cose che son dette di sopra,
potrai apertamente veder che ventisette sono le cose generali, laonde l'uom
puote esser lodato, cioè: sedici dalle cose che s'apartengono all'animo,
che sono apellate virtudi, e quattro dalle cose
che s'apartengono al corpo, che sono date all'uomo dalla natura, e sette
dalle cose che sono fuor del corpo, le quali son date all'uomo dalla ventura,
secondo che per ordine t'ò mostrato di sopra. E secondo che da tutte
le dette cose puote l'uomo esser lodato, così può essere
biasimato dalle cose che sono contrarie di quelle, perché nascono
li vitiperii dalle cose che son contrarie alle lode. E a dire che lode
o che vitiperii possono essere altrui dati sopra tutti beni che son posti
di sopra, sarebbe lunga fatica e piccola utilità; però non
me ne voglio travagliare. Ma colui ch'è dicitore da ssé debbia
le lode o' vituperii pensare e vedere, da che sa le cose generali di che
l'uomo può esser lodato o biasimato. Ma di questo sia savio colui
che favella: che nella sua diceria non dica troppe lode o troppi vitiperi
d'alcuna persona, perché farebbe gl'uditori del detto suo miscredenti,
e non darebbono alle parole sue cotanta fede; e che' vitiperi o le lode
che pone sieno, nella persona di cui elli favella, chiari e aperti; perché,
chi loda alcuna persona overo vitupera di cose che non sieno in lui, o
di cose che non sieno bene manifeste alle genti, il detto suo non è
creduto, ma ènne fatto beffe e scherne.
Se la memoria à in sé alcuna dottrina, overo è tutta dalla natura data, i savi antichi ne dubitarono; ma, abbiendo in sé arte, chent'ell'è ti vo' mostrare e aprire.
Dei saper che sono due le memorie, cioè naturale e artificiale. La naturale è quella che coll'animo è congiunta, e insieme col pensier nata. Artificiale è quella che sotto certi ammaestramenti è posta, e dallo 'ngegno trovata. E questa artificiale contiene in sé l'utilità della naturale memoria, e dàlle accrescimento. E però questa artificiale fa gran prode a coloro che la naturale ànno buona, come potrai vedere per innanzi. E pognamo che coloro che la naturale ànno buona non curino de' miei ammonimenti, ateremo almen coloro che così buona non l'ànno. E però dell'artificiale memoria alcuna cosa vo' dire.
L'artificial memoria si fa di luoghi e immagini. E appelliamo i luoghi coloro che brievi e perfettamente sono manifesti, e quelli agevolemente colla natural memoria comprender possiamo, sì come casa o canto o camera o grondaio, overo altri a questi simiglianti. Le imagini sono forme e cose simiglianti della cosa della quale ci vogliamo ricordare, sì come cavagli o leoni o aguglie; che, se delle dette cose memoria vogliamo avere, le imagini loro in certi luoghi ci conviene allogare. Ora, chenti luoghi si debbiano trovare, e in che modo trovare si debbiano, e come ne' luoghi le 'mmagini mettere, ti vo' per ordine mostrare e aprire.
Sì come coloro che sanno leggere possono, quello ch'è detto, scrivere, e leggere e recitare poscia quello che scritto ànno, così coloro che molte cose ànno udite possono, quello che udito ànno, per immagini ne' luoghi allogare, e di quelli ricordevolemente dire. Perché i luoghi alla carta overo cera sono simiglianti, e le imagini alle lettere; il disponimento e l'allogamento delle immagini è come la scrittura leggere.
Conviene dunque, se di molte cose ci vogliam ricordare, molti luoghi comprendere, sì che in molti luoghi molte immagini possiam allogare. Ancora, ci conviene questi luoghi per ordine avere, acciò che per l'ordine neuna volta impedimentiti siamo, sì che le immagini, le quali ne' luoghi aremo allogate, abbiamo bene alle mani. Ancora, interverrà de' luoghi posti per ordine che, amoniti per le immagini, possiamo dire, di qualunque luogo ci piacerà, quello che ne' luoghi averem designato; come se molti nostri conti veggiamo per ordine stare, non sarà forza se di capo o alla fine o nel mezo le nomora loro cominciamo a dire. E però convien che per ordine s'abbiano i luoghi, e quelli ch'averem presi grandemente a memoria notare, sì che sempre s'abbiano a mente; perché le immagini, quando non s'usano, come le lettere agevolemente si disfanno, e i luoghi debbono sì come carta rimanere. E acciò che nel novero de' luoghi ingannati non siamo, a cinque a cinque si convengono notare, in questo modo: se nel quinto luogo una mano d'oro pognamo, e nel decimo uno nostro conto che Decimo si chiami; e poscia sarà agevole ciascheduno quinto luogo così designare. Ancora, è meglio i detti luoghi fare in luogo diserto che troppo palese, imperciò che lo spesso andare delli uomini conturba e disfàe le notate immagini, e i luoghi diserti confermano le similitudini delle imagini. Ancora, sono da trovare luoghi di forma e natura disiguali, acciò che apertamente sieno manifesti; perché, se n'avrai trovati di quelli che sieno simiglianti, sara' in errore per la similitudine, e non ti accorgerai nel quale de' detti luoghi avrai le 'mmagini allogate. Ancora, convengono di meza mano essere i luoghi, perché i troppo ampi rendo le 'mmagini vaghe, e li troppo stretti spesse volte non pare che lle allogagioni delle imagini possan comprendere. E ancora, conviene che non siano i luoghi troppo lucidi o oscuri, acciò che le imagini negli oscuri luoghi non si celino, o per lo splendore sieno lucidi troppo. Ancora, è utile che i luoghi troppo presso non sieno né troppo di lungi, ma sieno presso quasi spazio di tre piedi; perché, sì come il guardare, così vale meno il pensiero se troppo si dilunga o appressa quello che vedere si conviene. E avegna che sia agevole cosa a colui che 'l sa fare molti e acconci luoghi trovare, se nel modo che di sopra aviamo mostrato alcuno pensa di non saperlo fare, elli medesimo molti e acconci luoghi da ssé truovi, come li piace. Perché il pensamento, ciascuno luogo, come li piace, può comprendere, e in quella parte a suo albitrio i luoghi fare; per la qual cosa, se di questo manifesto modo non saranno contenti, e' medesimi, co' loro pensieri, truovino acconci luoghi, e a lloro arbitrio gli ordini faccino.
De' luoghi aviamo assai di sopra detto; ora alla ragione delle imagini passiamo.
Come sono le cose tra loro simiglianti, così le 'mmagini a similitudine delle cose debbiano essere; e di tutte queste imagini ci dobbiamo eleggere similitudini a noi manifeste.
Due le similitudini debbono essere: l'una delle parole, e l'altra delle cose. E la similitudine delle cose si manifesta quando sommariamente le imagini di quelle facciamo; e la similitudine delle parole si fa quando ciascuno nome e vocabolo per imagine si nota.
La memoria di tutto uno fatto per una similitudine spesse volte si mostra, in questo modo. Se l'accusatore dirà alcuno essere per veleno morto, per cagione di guadagnare ereditade, e dirà che di ciò sieno molti testimonii che 'l sanno--e di questa prima cosa ci vorremo ricordare, perché ci è agevole a difendere--nel primaio luogo, di tutta questa cosa una imagine faremo, pognendo uno infermo che giaccia nel letto, cioè quel medesimo di cui si favella, se la sua forma sapremo--ma, non conoscendo, torremo un altro infermo non di piccolo afare, acciò che avaccio a memoria ci possa venire--e al letto suo l'acusato porremo che 'l beveraggio nella man diritta tenga, e ne la manca la tavola, e 'l medico i coglioni del becco. In questo modo e de' testimonii, e dell'ereditade, e di colui ch'è morto potremo memoria avere; e poscia tutti gl'altri peccati ne' luoghi per ordine porremo. E quante volte della cosa ci vorremo ricordare, se la disposizione della forma e imagine con diligente similitudine faremo, agevolemente della cosa che vorremo avremo memoria.
Quando la similitudine delle parole per imagine vorremo mostrare, maggior fatto imprenderemo a fare, e magiormente lo 'ngegno nostro proverremo. Questa cosa in questo modo la ci converrà fare: "I re di Grecia a casa apparecchiano di fare vendetta." Ne· luogo ci convien porre Domizio che a cielo lieva le mani, quando dalli re Marco con ferze è battuto; e questo sarà: "Già a casa li re apparechiano di far vendetta." In un altro luogo Isapo e Cimbro, che s'orna a conducere Effigenia ad Agamenone; e questo sarà: "I re de' Greci s'apparechiano." In questo modo tutte le parole dette saranno. Ma questa similitudine delle imagini allotta vale, se la natural memoria adoperremo con questo assegnamento: che, posta la cosa laonde mi vo' ricordare, da noi medesimi prima due o tre volte ce ne ricordiamo, e poscia, con le imagini, delle parole facciamo similitudine. E nel detto modo, la natural memoria soprastarà all'artificiale; perché farà catuna bisogno, perché, sceveratane l'una, l'altra sarà men ferma; ma molto farà più prode l'artificiale che la naturale. La quale insegnare grave non ci sarebbe, se paura non avessimo, quando ci partissimo dalla dottrina, minore utilità se ne trarrebe di questa lucida e brieve artificiale.
Ora, perché suole avenire che, le imagini, certe ne sono ferme e ad ammonirci più acconce, e certe meno acconce, e più deboli, e che apena possono commuover la memoria: per che cagione catuno sia è da mostrare, sì che, la cagion conosciuta, sappiamo chenti imagini eleggere e chenti schifare dobbiamo.
La natura dunque medesima c'insegna che fare ci conviene; perché, se alcuna cosa nella vita veggiamo picole, usitate e cotidiane, siamo usati di non ricordarcene, perché di niuna cosa, se non è nuova o grande, si muove l'animo. Ma se alcuna cosa udiremo o vedremo che sia dignitosa o soza o onesta o non usitata o grande o da non credere, o cosa di scherni, quella cosa per lungo tempo ci saràe a mente. E però le cose che tutto dì veggiamo o udiamo ci dimentichiamo; e delle cose che nella nostra gioventudine ci avengono, spesse volte ce ne ricordiamo e bene. E le dette cose per altra cagione non posson venire, se non perché l'usate cose leggiermente le dimentica la memoria, e le nuove e gran cose per più lungo tempo stanno nell'animo. Del nascimento e coricamento del sole niuno si dà maraviglia, perché spesso interviene, ma dello scuramento del sole si maravigliano, perché si fa rade volte; e dello scurare del sole più si maravigliano che di quello della luna, perché sono più spessi que' della luna.
Insegna dunque la natura delle cose usitate e palesi non ricordarcene, ma d'un grande e maraviglioso fatto. Seguiti dunque l'arte la natura, e quel che desidera truovi, e quel che mostra seguiti; perché niuna cosa è che prima l'arte che la natura abbi trovata, ma i cominciamenti delle cose degl'ingegni delli uomini sono trovati, e le fini si pruovano per dottrina.
Le imagini dunque ci converrà nel detto modo trovare, nel quale possa più nella memoria stare. E intervenga questa cosa se di cose molto conte faremo similitudine; e se non molte overo varie porremo imagini, ma che in loro abbiano di novitade alcuna cosa; o nobilitade, o bellezza, overo alcuna turpitudine le daremo; overo se alcuna orneremo o di corone o di vestimento di porpore, per la quale la similitudine a noi sia più manifesta; overo se disformeremo alcuna cosa faccendola sanguinosa overo di fango bruta, overo disconcia e disformata la facciamo, acciò che maggiormente abbiamo conta la forma; overo facciamo nelle imagini alcuna cosa da beffe, perché quella cosa faccia che cce ne ricorderemo più agevolemente. Perché, sì come delle cose vere, così delle cose non vere e in luogo di vero poste e diligentemente notate non ci sarà malagevole a ricordare. Ma quello ci converrà fare, che tostamente trascorriamo tutti i luoghi primai, per cagione di rinnovare le imagini.
So bene che certi Greci, che della memoria scrissono, che molte imagini scrissono delle parole, acciò che coloro ch'apparare le volessono l'avessono ammannate, acciò che, cercandone, non s'affaticasson. La qual cosa abbiamo per certe ragioni riprovata, in prima perch'è una schernia, per l'abbondanza delle molte parole, trovare imagini. Che potranno queste cose valere, con ciò sia cosa che, per l'abbondanza delle parole, ora una parola ora un'altra ricordare ci converrà? E ancora, perché vogliamo noi rimuovere alcuno dalla maestria del trovare, che da ssé nulla non truovi, con ciò sia cosa che noi a colui tutte le cose diamo apparecchiate come si deo fare? E ancora, delle similitudini, l'uno per alcuna e l'altro per l'altra più si muova; perché spesse volte, una forma ch'a nnoi parrà ad alcun'altra simigliante, non avremo ogni uomo seguitatore, perché ad un altro altro parrà; e così nelle imagini, quella ch'a nnoi parrà verace di ricordare, quella ad altrui poco buona parrà; e però si conviene che catuno a sua guisa e modo le imagini truovi. E a colui che insegna si conviene d'ammaestrare come le imagini si debbiano trovare, e una, e un'altra--e non tutte che di quella generazione saranno--di dare per essemplo, per lo quale possa essere più chiara la cosa: secondo che, quando disputiamo in essempli di trovare proemii, diamo la ragione di trovarli, e non diciamo mille generazioni di proemii, così arbitriamo che si convenga delle imagini fare.
Ora, ne per la ventura la memoria delle parole o troppo malagevoli o poco utili pensi, e contento sia di quella memoria delle cose che sono più utili e più ànno d'agevoleza, ammonir ti voglio perché non riproviamo la memoria delle cose; perché pensiamo che si convegna che, color che delle cose agevoli si vogliono sanza molestia e fatica agevolemente ricordare, nelle cose più malagevoli essere prima essercitati. E noi questa memoria delle parole non diciamo, che dell'uso ci possiamo ricordare, ma perché, per l'usanza di queste, quella memoria delle cose utili confermiamo, e, da questa malagevole usanza, sanza fatica a quella agevole possiamo trapassare.
Ma, con ciò sia cosa che in ogni dottrina debole è l'ammaestramento dell'arte sanza molto e cotidianamente usalla, allotta nelle memorie poco vale la dottrina, se l'ammaestramento per istudio e fatica e diligenzia non si conferma.
Acciò che molti luoghi abbi, i quali secondo l'ammaestramento sieno fatti, dei cura avere; le imagini d'allogarvi, spesso ti conviene usare. Niuna volta è che non abiamo alcuna cosa di voler tenere a memoria, e quello ritiene con alcun fatto maggiore.
Però, con ciò sia cosa che sia molto utile ricordare agevolemente, non t'inganni quanta fatica ci convien durare, la quale dalla utilità la potrai estimare.
Per più parole ammonire non ti voglio.